I miei vicini Yamada

I miei vicini Yamada

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Si apre con I miei vicini Yamada la retrospettiva Ricordi struggenti – Il cinema di Isao Takahata organizzata dal Future Film Festival 2018. Una delle pellicole meno celebrate di Takahata, sfortunata al botteghino, poco amata persino dai fan dello Studio Ghibli: eppure, a quasi vent’anni di distanza, I miei vicini Yamada mostra ancora gli evidenti segni di una voglia di sperimentare mai doma e la capacità di cogliere l’inafferrabile leggiadria e profondità degli haiku.

La vita e niente altro

Gli Yamada sono la tipica famiglia giapponese che vive a Tokyo e il film racconta le loro piccole liti, i problemi e le gioie della loro vita. Il capofamiglia Takashi lavora in fabbrica, la moglie Matsuko è casalinga, il figlio maggiore Noboru è uno studente; poi ci sono la piccola Nonoko e la nonna Shige, che vive con loro e li aiuta nei lavori domestici. Tra piccoli drammi e momenti comici, tra realismo e fantasia, la vita della famiglia procede verso un futuro da accogliere sempre con ironia… [sinossi]

Nella retrospettiva che il Future Film Festival ha deciso di dedicare a Isao Takahata, recentemente scomparso, non poteva mancare I miei vicini Yamada, penultima opera del maestro da molti frettolosamente considerata minore e che Lucky Red ha distribuito unicamente per il mercato Home Video. In realtà il film è quanto di più lontano dal minimalismo che vorrebbe mettere in scena, è la summa della poetica nostalgica del suo autore ma anche la dimostrazione di quanto forte fosse il desiderio di Takahata di sperimentare con le forme e i linguaggi cinematografici, ben più del collega e amico Hayao Miyazaki. La pellicola si ispira al manga Nono-chan di Hisaichi Ishii e racconta le vicende quotidiane e talvolta semplici di una famiglia giapponese che vive a Tokyo ai giorni nostri. Basterebbe la sequenza di apertura (quella in cui si raccontano le prime fasi della vita matrimoniale di papà Noboru e mamma Shige attraverso il discorso tenuto da una parente) a rendere I miei vicini Yamada un momento prezioso nella produzione animata degli ultimi vent’anni ma in generale nell’universo cinema.

Iniziamo dalla struttura. Rifuggendo qualsiasi catalogazione, Takahata opta per una struttura narrativa frammentata in micro eventi, a loro volta quasi raccolti in una sorta di capitoli tematici. Facendo questo non solo dichiara fedeltà alla struttura episodica del manga originale ma propende per una scansione il cui ritmo e significato è dettato dai vari haiku che spesso chiudono i blocchi concettuali. Una struttura inedita per la storia dello Studio Ghibli e che, in parte, ribalta anche il concetto stesso di omnibus che gli anime hanno frequentemente utilizzato ma quasi mai con questa filosofia.
Quella della fascinazione per gli haiku, che parzialmente era emersa addirittura in Satoshi Kon con Tokyo Godfathers, sarà centrale nell’esperienza che Takahata vivrà dopo I miei vicini Yamada, ovvero Fuyu no hi, progetto collettivo voluto e coordinato da Kihachirō Kawamoto. Sebbene I miei vicini Yamada abbia una struttura multiforme e frammentaria, è altrettanto vero che la lucidità con cui, nella sua interezza, porta avanti il discorso di fondo è impressionante. Dove altri avrebbero trovato il caos, Takahata ha raccolto e trasmesso armonia.

A proposito di armonia: di cosa parla I miei vicini Yamada? Come si diceva, le vicende quotidiane di una famiglia diventano il pretesto per parlare d’altro. Takahata parte dalla semplicità, dai gesti quasi banali, da momenti comuni e apparentemente insignificanti. Parte da lì, dall’ovvietà per raccontarci che di ovvio, nella vita e nel quotidiano, non c’è assolutamente nulla. In questo approccio, più radicale e definito di ogni altro suo film, Takahata è vicinissimo a Yasujirō Ozu. Ed è straniante persino l’approccio estetico: la scelta di un character design antirealistico e deformed porta lo spettatore in una dimensione ancora una volta in apparenza leggera. La sintesi (di linguaggio ed estetica) è assoluta, quasi che Takahata con I miei vicini Yamada abbia raggiunto un equilibrio di rara bellezza e profondità. Scegliere di annullare i personaggi che si trovano sullo sfondo (che sono molto abbozzati) esalta l’attenzione che l’autore vuole dare ai suoi protagonisti che, ancora e più di prima, si liberano definitivamente dai vincoli del reale e diventano icone, liberi di superare la gravità e volteggiare sospirati dai sentimenti.

Per molti versi, I miei vicini Yamada compone un dittico con La storia della principessa splendente, l’opera con cui Takahata ha detto addio al cinema. Innanzitutto per l’approccio grafico. Entrambi i film sono stati realizzati in digitale cercando però di restituire allo spettatore la sensazione di un film disegnato e colorato a mano, nello specifico ad acquerello. Entrambi parlano della vita, facendolo da posizioni diametralmente opposte, con approcci diversi ma con una sottile venatura nostalgica che attraversa le due pellicole. Si pensi alle sequenze in cui l’idea della morte o della vacuità dell’esistenza sono messe in scena: improvvisamente e in maniera netta si spezza quella leggerezza che sembrava attraversare la pellicola e che, di nuovo, torna a ricordarci che I miei vicini Yamada non è un semplice divertissement ma una parabola ragionata, universale, poetica e profonda sulle complessità della vita. Proprio come La storia della principessa splendente, che ci racconta di una famiglia il cui amore è spezzato dalla gabbia sociale e mentale della struttura mondo. Peraltro quest’ultimo film è in qualche modo anticipato dalla sequenza della nascita di Nonoko, rappresentata proprio come quella della principessa Kaguya. Anche la scelta della tecnica, controcorrente rispetto alle altre produzioni ghibliane, resta una presa di posizione forte, una dichiarazione sussurrata del desiderio dell’autore di imporre il suo metodo di lavoro, la sua visione del mondo e del cinema.

Ancora. I miei vicini Yamada è un’opera intrinsecamente immersa nel cinema stesso, come indicano un paio di momenti citazionisti (Gekko Kamen in primis), riflette sulle dinamiche compositive della Settima Arte partendo da un background chiaramente intellettuale ma utilizzando le forme del pop. È un film trasfigurato e trasfigurante, ma che talvolta scopre il fianco. Come nella bellissima sequenza in cui papà Noboru deve chiedere a un gruppo di teppistelli di smetterla di infastidire il quartiere. Lì il film si sveste della sua forma plastica e deformata e, per un istante, assume quella reale e drammatica che è anche quella quotidiana di tutti noi. È un momento e dura poco, ma dopo il sogno in cui il padre si immagina di essere l’eroe Gekko Kamen, riemerge ancora, delicatamente ma con vigore, quella nostalgia e malinconia che la vita, con tutti i suoi irrinunciabili pesi, ci getta addosso. Ed è lì che I miei vicini Yamada diventa grandissimo, enorme, quasi irripetibile.

Info
Il trailer originale de I miei vicini Yamada.
La scheda de I miei vicini Yamada sul sito del Future.
La scheda de I miei vicini Yamada su AnimeNewsNetwork.
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