Likemeback

Leonardo Guerra Seràgnoli per il suo secondo lungometraggio torna in barca; dopo il dimenticabile Last Summer è la volta di Likemeback, racconto di amicizia che è in realtà uno sguardo sulle solitudini umane. Interessante, ma incapace di andare oltre il discorso morale. Nel concorso Cineasti del Presente a Locarno Festival.

Finding Followers

Lavinia, Carla e Danila hanno appena finito il liceo e partono insieme per una vacanza in barca a vela. Sono sole con i loro telefonini e uno skipper, in viaggio lungo le coste della Croazia, piene di sogni, libertà, spensieratezza e inconsapevoli che condividere tutto sui social media trasformerà la loro vacanza in un brutale rito di passaggio all’età adulta in cui nulla, soprattutto la loro amicizia, sarà mai più come prima. [sinossi]

Inizia decisamente bene Likemeback, opera seconda di Leonardo Guerra Seràgnoli dopo il titubante esordio Last Summer, visto al Festival di Roma nel 2014: Lavinia, Carla e Danila, le tre ragazze protagoniste, sono sul ponte della barca che le sta conducendo in una vacanza post-diploma tra coste della Dalmazia, e cantano sovraeccitate, saltellando, una canzone di Bello Figo. “Tonno”, ripetono insistemente, ridendo in maniera sguaiata e dando tutta l’impressione di divertirsi un mondo. La scuola è finita, i genitori non ci sono, hanno una barca a disposizione e uno skipper che forse capisce l’italiano forse no, e forse è un superdotato o forse no. Ridono, cantano, prendono il sole in topless e si lanciano in un’acqua cristallina come non mai, magari anche completamente nude. Tanto al massimo è lo skipper l’unico che può sbirciare. Sì, inizia decisamente bene Likemeback, che sembra volersi muovere in un territorio di solito poco trattato dal cinema italiano: il teen-movie lontano anni luce sia dalla scuola che da territori sociali troppo facilmente riconoscibili. È ovvio che le tre ragazze facciano parte di una classe benestante, soprattutto Lavinia la cui madre ha affittato la barca pagando l’intera vacanza sia alla figlia che alle sue due amiche del cuore. E le abitudini delle tre amiche sembrano connotare ulteriormente questa idea. Ma Guerra Seràgnoli non sembra voler puntare su questo, e all’apparenza svicola anche da altri road movie – di questo, seppur via mare, si tratta – con protagoniste adolescenti o poco più come il pessimo Questi giorni di Giuseppe Piccioni, con il quale pure condivide la montatrice Alice Roffinengo.

È un regista marittimo, Guerra Seràgnoli, visto che anche Last Summer era ambientato su uno yacht, e forse non è un caso che questa sua seconda incursione alla regia di un lungometraggio deragli proprio quando l’azione deve necessariamente spostarsi sulla terraferma. Fino a quando Likemeback resta rinchiuso nell’angusto spazio dell’imbarcazione, con le tre ragazze costrette a condividere pochi metri quadrati dando sfogo alle loro ossessioni compulsive più evidenti (Danila è sempre alla ricerca di nuovi followers per la sua pagina social – probabilmente Instagram – e raggiunge l’acme della sua felicità solo quando raggiunge quota trentamila “seguaci”; Carla pensa solo allo studio e al test per l’ingresso all’università, e si sente sottilmente superiore alle amiche; Lavinia è insicura a livello quasi patologico del proprio corpo, e non perde occasione per mostrarlo), il film sembra muoversi verso traiettorie interessanti. Anche l’utilizzo del corpo delle protagoniste non appare strumentale, ma anzi sembra assumere un valore fortemente (a)morale, così come l’insistenza quasi insostenibile dei primi piani, imitazione dei selfie infiniti che le tre si scattano. La vita sociale attiva esclusa a favore della persistenza su qualsiasi tipo di social network è dopotutto il centro nevralgico attorno al quale ruota l’intero senso di Likemeback, e il regista lo ribadisce fino alle estreme conseguenze, calcando sempre più la mano.

In questo modo il film abbandona però la sua struttura epistemologica e perfino entomologica e rientra nei binari canonici – e anche piuttosto usurati – del racconto moralizzatore sulle derive delle nuove generazioni. Senza aver la volontà di utilizzare il metro della crudeltà, e senza forse neanche possedere il coraggio necessario per brutalizzare realmente le sue protagoniste, Likemeback si limita a registrarne le paranoie e a svelarne le meschinità, trasformandosi in un apologo contro il bullismo e l’utilizzo distorto (sempre che di distorsione si possa parlare) dei mezzi informatici e tecnologici. L’ultima parte del film, da quando le tre ragazze scendono a terra per andare in discoteca, dove la più appariscente ma in realtà repressa di loro – la “nudista” Lavinia – deve incontrare un tizio conosciuto via chat, fino a un avvenimento imponderabile che dovrebbe cambiare le loro vite e la percezione del reale, è davvero troppo debole e didascalica per condurre in porto, è davvero il caso di dirlo, un film che rivela di colpo fragilità strutturali non indifferenti. Quello che sembrava un volo libero sull’adolescenza e le sue distonie si trasforma in una narrazione delle colpe della gioventù tecnocratica. Meno morale e più libertà a volte dovrebbero diventare un diktat, non solo un’aspirazione. Peccato.

Info
Il trailer di Likemeback.
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