They’ll Love Me When I’m Dead

They’ll Love Me When I’m Dead

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Se non ci sono dubbi sull’eccezionalità e l’importanza di aver visto l’ex unfinished di Orson Welles The Other Side of the Wind, vi è piuttosto da ridire sul documentario che lo accompagna qui a Venezia 75: They’ll Love Me When I’m Dead di Morgan Neville è reticente sul lavoro di ricostruzione del film e si limita a fare un sunto storico.

L’image manquante

Questa è la storia provocatoria degli ultimi quindici anni di vita del leggendario regista Orson Welles. Non più l’enfant prodige di Citizen Kane, nel 1970 era un artista in esilio impegnato a fare ritorno a Hollywood con The Other Side of the Wind, un film incentrato su un vecchio regista che cerca di portare a termine il suo ultimo grande film. [sinossi]

Va bene che Netflix ha voluto da subito proporre The Other Side of the Wind come un film per il pubblico e non solo e non tanto per le nicchie che si prostrano adoranti a vedere e rivedere rushes ritrovati di durata infinita (accolita in cui d’altronde sentiamo di rientrare anche noi, che non vediamo l’ora di poter avere la possibilità di visionare le 96 ore del girato di Welles). Va bene, perché il film, come detto altrove, ha una sua straordinaria compiutezza e compattezza ed è dunque possibile – per quanto sia complesso e stratificato – che uno spettatore non specializzato possa apprezzarlo.
Dato per assodato questo ragionamento, non si capisce però perché sempre Netflix abbia deciso di produrre, ad accompagnare il film di Welles (che sarà sulla piattaforma a partire da novembre), un documentario come They’ll Love Me When I’m Dead, che nulla ci dice a proposito della ricostruzione messa in atto (come si è lavorato, tanto per dire, nel passare da 96 ore a 122 minuti) e che sorvola persino sulla forma che The Other Side of the Wind ha finito per assumere, alludendo nel finale alla possibilità di trasformarlo in un film-saggio sull’incompiuto. D’altronde qui a Venezia 75 il documentario di Neville è stato proiettato per la stampa nel primo pomeriggio di quello stesso giorno in cui, in serata, è stato presentato The Other Side of the Wind, che ha permesso di fugare ogni dubbio. Ciò significa che – paradossalmente – They’ll Love Me When I’m Dead ha avuto senso solo per quelle poche ore di febbrile suspense, dopodiché è immediatamente invecchiato, perché una volta che si vede il film si vorrebbe avere al massimo un certo genere di risposte – come, ad esempio, il tipo di lavoro fatto da Bogdanovich e dal montatore Bob Murawski – che Neville non dà.

Va a finire così che l’unico senso che si può attribuire a They’ll Love Me When I’m Dead è quello di consegnare qualche basilare strumento storiografico per lo spettatore di Netflix che si appresta a vedere The Other Side of the Wind: quando Welles iniziò la lavorazione, fino a che anno durarono le riprese (dal ’70 al ’76, con varie interruzioni), in che momento entrò John Huston come protagonista (nel ’73, tre anni dopo l’inizio delle riprese), qual è la storia che si racconta nel film, quali furono le difficoltà finanziarie incontrate, che ruolo svolse il produttore Frank Marshall (assistente all’epoca e oggi tra i promotori di questa versione del film di Welles), come accadde che Bogdanovich passò da un ruolo secondario – quello di un critico ipercinefilo – alla parte del giovane regista allievo e antagonista di John Huston, e così via. Tutte informazioni che si possono tranquillamente ricavare da Wikipedia o da qualsiasi altra fonte. Questo perché They’ll Love Me When I’m Dead è pensato come un pre-The Other Side e non come un post-The Other Side. È un meta-testo azzoppato. Ma allora avrebbe avuto senso mostrarlo magari un anno fa, e non lo stesso giorno in cui poi il mistero viene svelato. Insomma, è come se Neville ci dicesse: «Io so come è andata a finire e so com’è il film di Welles, però non ve lo dico». E si tratta, come detto, di una scelta totalmente autolesionista.

Di suo, Neville ci mette – dal punto di vista stilistico – anche una esagerata propensione alle strizzatine d’occhio, con dialoghi immaginari tra i suoi ‘personaggi’, Welles e Bogdanovich in particolare, cui si dà voce utilizzando spezzoni da altri film di Welles, venendo così a creare un patchwork che, a tratti, più che dare informazioni utili allo spettatore, finisce per confonderlo. E allora cresce il rimpianto per non aver potuto vedere l’altro documentario che era stato annunciato alla conferenza stampa di presentazione di Venezia, vale a dire A Final Cut for Orson: 40 Years in the Making, breve contributo della durata di 38 minuti che pare illustrasse la recente lavorazione di The Other Side of the Wind, ma che Netflix ha deciso di far togliere dalla programmazione veneziana. Perché? Ad oggi ancora non vi è risposta, ma sicuramente un giorno lo sapremo, perché ormai ci sentiamo di dire che un po’ di nodi gordiani intorno alla figura wellesiana si stanno lentamente sciogliendo, si dovranno sciogliere prima o pi.
Per chiudere, bisogna dar atto almeno di un merito al film di Neville, ed è quello di dedicare un piccolo approfondimento a Gary Graver, il direttore della fotografia degli ultimi quindici anni della filmografia wellesiana, dal ’70 al 1985. Un uomo che ha speso tutto per sostenere il gigante del cinema e che non ha avuto alcun tipo di riconoscimento, se non quello di veder finiti almeno un paio di lavori fatti con Welles (F for Fake e Filming Othello, quantomeno, anche se entrambi sono soprattutto film di montaggio che di ripresa). Graver è morto nel 2006, l’anno successivo alla retrospettiva che Locarno dedicò al cinema di Welles, e già in quell’occasione appariva molto provato nel fisico. Vederlo ora in They’ll Love Me When I’m Dead ci ricorda che lo sforzo di trovare una compiutezza a The Other Side of the Wind è stato un atto dovuto, non solo ovviamente nei confronti di Welles, ma anche nei confronti di Graver che ha donato tutta la sua carriera e tutte le sue energie per consentire all’autore di Quarto potere la possibilità di continuare a provare a fare cinema, anche nella vecchiaia. Perché i veri eroi sono i soldati semplici e non i generali, come dice proprio un personaggio di The Other Side of the Wind.

Per ulteriori approfondimenti, si legga il nostro speciale dedicato a Orson Welles.
Info
La scheda di They’ll Love Me When I’m Dead sul sito della Biennale.
  • they-ll-love-me-when-i-m-dead-2018-morgan-neville-01.jpg

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