Contratto per uccidere

Contratto per uccidere

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Venezia Classici, la sezione dedicata ai restauri in digitale, permette alle giovani generazioni cinefile di conoscere il cinema di Don Siegel, proiettando il furibondo e ultramoderno Contratto per uccidere. Una visione indispensabile per comprendere il senso della violenza al cinema.

Il cuore nero dell’America

Sorpresi dal fatto che la loro vittima non abbia tentato di fuggire, due sicari cercano di scoprire chi li abbia assoldati e perché. [sinossi]

Contratto per uccidere rientra in quella larga cerchia di film che il susseguirsi delle generazioni ha di fatto cancellato dalla memoria cinefila; lo stesso Don Siegel, che pure ha svolto un ruolo centrale all’interno delle dinamiche produttive statunitensi e dello sviluppo di un immaginario contemporaneo, non è di certo un nome frequentato dai giovani appassionati al cinema. È probabile che in pochi, tra i ventenni e i trentenni che iniziano ad affacciarsi nei festival internazionali, abbiano visto anche solo un suo film (e quel film nel caso è certamente L’invasione degli ultracorpi), ed è certo che quasi nessuno sarebbe in grado di fare un rapido sunto della sua intera carriera di regista. Una carriera che parla di trentasei lungometraggi diretti in trentasei anni, tra il 1946 e il 1982, attraverso i quali si può leggere lo sviluppo dell’industria, le sue differenti fasi, l’evoluzione di un immaginario fattosi anno dopo anno più libero – ma non per questo necessariamente più liberal –, audace, in grado di confrontarsi con ciò che è lecito mostrare senza ricorrere alla censura preventiva.
Appare dunque essenziale che tra i molti titoli restaurati in digitale e presentati in questa nuova veste in anteprima alla Mostra di Venezia sia stato selezionato anche Contratto per uccidere, ventunesimo lungometraggio di Siegel e punto di svolta (insieme ai successivi Squadra omicidi, sparate a vista! e L’uomo dalla cravatta di cuoio, entrambi del 1968) della concezione dell’action e del thriller. E pensare che nell’idea iniziale nessuno avrebbe mai dovuto incrociare questo film sul grande schermo…

The Killers, questo il titolo originale del film, nasce infatti come remake dell’omonimo gioiello noir partorito nel 1946 da Robert Siodmak e conosciuto in Italia con il titolo I gangsters (curiosamente a sua volta tra i restauri veneziani); alla radice di tutto c’era un racconto di Ernest Hemingway, Gli uccisori, pubblicato per la prima volta nel 1927 sullo Scribner’s Magazine, il periodico diretto in quegli anni da Robert Bridges. L’idea era quella di produrre per la prima volta un film per la televisione, una novità assoluta che avrebbe dovuto emancipare una volta per tutte l’elettrodomestico dal rapporto di nepotismo con il cinema. Venne scelto come regista Siegel, un solido artigiano sempre in grado di trovare soluzioni interessanti anche di fronte a narrazioni infarcite di cliché: chissà se chi lo mise sotto contratto sapeva che Siegel avrebbe dovuto esordire nel 1946 proprio dirigendo I gangsters… Com’è come non è i produttori assistettero angosciati alla prima proiezione del montato di Contratto per uccidere, preoccupati da quello che venne considerato un eccesso ingiustificato di violenza. Il film venne dunque cancellato dalla programmazione televisiva, e la Universal Pictures riparò riportandolo al cinema, e permettendo a frotte di spettatori di godere sul grande schermo di un’esaltante cavalcata nel cuore nero dell’America.

Nel riprendere in mano il materiale già lavorato da Siodmak quasi venti anni prima, Siegel compie un’operazione solo all’apparenza di ricalco. Se è vero che la trama non cambia praticamente nulla rispetto all’originale, a parte far diventare l’ex pugile Pete Lunn interpretato da Burt Lancaster un ex pilota da corsa di nome Johnny North, cui dà fisico e voce uno straordinario John Cassavetes, è altrettanto indiscutibile che l’operazione di Siegel sia tesa a un disconoscimento pressoché totale della pratiche usurate del genera a favore di una sua reinterpretazione che parte, com’è inevitabile che sia, dall’uso della macchina da presa e dai tagli di montaggio.
Siegel costruisce un meccanismo in grado di mozzare il fiato, frenetico e furibondo, eppure dominato da una malinconia pervasiva e ottundente. Pur nella concitazione di un action dal ritmo indiavolato, Contratto per uccidere appare anche come un disperato inno a un mondo agonizzante, in cui la fredda crudeltà deve lasciare posto a una cattiva fede che inquina ulteriormente acque già limacciose. Non esiste speranza, in Contratto per uccidere, ma quella non è mai esistita; non esiste però neanche compassione, né empatia. La totale freddezza del gesto criminale, glaciale e ineluttabile, è il canto dolente per un’America oramai squarciata. L’assassinio del presidente è già stato perpetrato, la guerra del Vietnam prosegue senza intoppi e si avvicina l’ombra della lunga reggenza repubblicana che con la breve interruzione data da Jimmy Carter si protrarrà per oltre un ventennio. Nel film per l’ultima volta appare nelle vesti da attore Ronald Reagan, già attivo politicamente nel “Grand Old Party”; Siegel gli affida un ruolo a dir poco sgradevole, pronto a ogni nefandezza e doppiezza possibili. È anche qui, in questa incursione del reale nel fittizio (o il contrario, se si preferisce), che si percepisce l’ultra-modernità di Contratto per uccidere, la propria urgenza espressiva, la capacità di sentire l’aria malsana di un Paese spaventato. A distanza di oltre cinquant’anni, una visione ancora disturbante, eccitante, pericolosa. Da grande, immenso, schermo.

Info
Il trailer originale di Contratto per uccidere.
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