Etere

Etere, il nuovo film di Krzysztof Zanussi, conferma lo sguardo profondamente cattolico del regista polacco, e la sua tensione metafisica. La rilettura del Faust non aggiunge molto al testo originale, né si distingue per una particolare profondità metaforica. Alla Festa del Cinema di Roma.

Il patto invisibile

Alla vigilia della Prima guerra mondiale, nella Polonia divisa tra il dominio russo e quello austroungarico, un medico uccide per sbaglio una giovane donna facendole inalare una dose eccessiva di etere, con cui voleva “solo” farla svenire per avere un rapporto sessuale cui lei si era ribellata. Condannato a morte, l’uomo viene inaspettatamente graziato e trova impiego presso l’esercito dove continua i suoi esperimenti con l’etere. [sinossi]

L’etere priva la persona dalla propria coscienza e dal libero arbitrio e contemporaneamente non le fa sentire alcun dolore, dunque è la quintessenza del potere. Con queste considerazioni, l’amorale medico senza nome (interpretato da Jacek Poniedzialek) protagonista di Etere spiega perché è dedito alla ricerca sulla sostanza anestetica. Che, in dosi contenute, è anche “solo” stordente ma ugualmente analgesica, dunque capace di scatenare la bestia che è in ogni uomo, mentre in dosi “sbagliate” è letale. L’etere per il nostro anti-eroe è un mezzo di controllo e manipolazione, che rende gli altri materia ammansita nelle mani di chi lo somministra, il quale diventa così “padrone” delle vite e delle menti. Almeno questo è l’obiettivo del medico portato in scena dall’ultimo film del regista polacco Krysztof Zanussi, una riproposizione del Faust che incontra anche un dottor Frankenstein molto più privo di scrupoli dell’originale di Mary Shelley.

Zanussi è un regista ponderoso e ponderoso è il suo film, incardinato fin dalle prime inquadrature in uno stile soppesato e controllato, contraddistinto da movimenti sinuosi e rotondi, da un uso parsimonioso del montaggio, da colori gelidi capaci di trasmettere un senso di freddezza non solo ambientale, da personaggi ferali come netto e ferale è il periodo storico. Quel momento che prelude alla Prima Guerra Mondiale, che – a cento anni dalla sua fine – viene ultimamente rievocata spesso dal cinema d’autore, in particolare (come nel recente Tramonto) nel suo scenario più caotico e conflittuale, quello dell’Europa Centrale. Nel caso di Etere siamo presumibilmente nella Galizia dell’Europa centrale, quella zona in cui vivevano sotto il dominio austroungarico anche polacchi (come il medico protagonista) e ucraini. Due popoli che, di lì a due decenni, si ritroveranno sotto l’influenza e il giogo sovietico. Il film è diviso in due capitoli: il primo, che parte dopo la prima sequenza in cui l’orrido medico viene salvato da una ormai certa impiccagione, è intitolato “La storia nota”, il che ci fa intuire la presenza di un pezzo mancante. Ma la prima parte è talmente lunga – visto che l’altra dura venti minuti su due ore – che siamo automaticamente portati a non dar peso alla suddivisione e giustamente lo spettatore dà per scontato che quello che sta vedendo sia quanto c’è da sapere. Ossia che ci troviamo di fronte a un racconto morale sul progressivo e totalitario dominio della scienza nella concezione del mondo, con tutte le conseguenze che esso comporta. Il medico è ateo, non ha alcuna morale e vuole portare avanti i suoi esperimenti a ogni costo, usando le persone per i suoi fini che sono, in fondo, più votati al raggiungimento del potere che non a una ricerca scientifica che conduca a un miglioramento delle vite (cosa che, appunto, prevede comunque un orizzonte etico, qui assente). Il film insomma pare concentrarsi sui pericoli di un istinto scientista e tecnocratico, in cui l’uomo non ha alcun valore, che nei decenni successivi condurrà l’Europa a esiti estremi. Nel fare questo, c’è però un costante senso di spaesamento, come se qualcosa non fosse pienamente messo a fuoco: il medico fa scelte talvolta non pienamente comprensibili o non pienamente coerenti con quello che ci aspetteremmo. La traiettoria del personaggio non è sempre chiara e chi guarda si chiede dove, in realtà, si stia andando a parare. Non possediamo, infatti, tutta la verità del racconto, visto che negli ultimi venti minuti veniamo messi a conoscenza della “Storia segreta”, quella che non abbiamo visto e che invece era il fantasma nascosto dell’intera narrazione. La storia segreta ha a che fare con il fondamento metafisico della scienza, con la presenza del “Diavolo” e con il faustiano patto tra il medico e una forza superiore che gli dona protezione e impunità. Così, nel finale, Zanussi rimette in scena i momenti salienti della prima parte di Etere esplicitando la casella fantasma, con un procedimento di ribaltamento che resta paratattico rispetto a quanto abbiamo già visto. La storia segreta e metafisica, quella che dà completezza alla logica del film, rimane però a fianco dell’altra, come monito morale ma senza entrare davvero in contatto con il racconto. Anziché affrontare fin dall’inizio le premesse trascendentali, veniamo portati a rivedere tutto alla fine, con un effetto sorpresa che non si integra nel dispositivo.

Etere non manca di spunti e temi interessanti, proponendosi di criticare la centralità di uno sguardo scientifico arido che dimentica il fondamento non umano dell’uomo stesso o, per chi non è credente, che si illude di bastare a se stesso per spiegare i fenomeni e condizionare gli esiti. Tutto però è svolto con un eccesso di pensiero senza appigli emotivi, confermato proprio nel finale teso a farci capire ben più che vivere o sentire ciò che tendiamo a rimuovere perché immersi in una visione che, spontaneamente, dimentica ogni forma di trascendentale. Un film pensoso ma algido, teorico e oltreumano, un po’ come il medico che mette in scena.

Info
Il trailer originale di Etere.
  • etere-2018-krzysztof-zanussi-eter-ether-recensione-04.jpg
  • etere-2018-krzysztof-zanussi-eter-ether-recensione-03.jpg
  • etere-2018-krzysztof-zanussi-eter-ether-recensione-02.jpg
  • etere-2018-krzysztof-zanussi-eter-ether-recensione-01.jpg

Articoli correlati

  • Venezia 2018

    tramonto recensioneTramonto

    di László Nemes conferma in Tramonto, in concorso alla Mostra di Venezia, l'estetica già utilizzata nell'esordio Il figlio di Saul; ma se lì un minimo di senso lo si trovava, qui il tutto appare completamente ingiustificato, autocompiaciuto e di fatto confusionario.
  • In sala

    Corpo estraneo

    di Fede, ragione, la difficoltà delle scelte. In Corpo estraneo Krzysztof Zanussi torna alla regia con una goffissima parabola moderna, piena di facili approssimazioni e vicina al puro materiale da propaganda cattolica.
  • Festival

    Roma 2018Roma 2018

    Si tiene dal 18 al 28 ottobre la Festa del Cinema di Roma 2018, giunta alla tredicesima edizione e diretta sempre da Antonio Monda, al suo quarto anno alla guida della festa/festival. Qualche titolo in anteprima mondiale, e poi anteprime internazionali e nazionali, ma soprattutto una importante retrospettiva su Maurice Pialat.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento