The Chambermaid

The Chambermaid

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Presentato in concorso al Marrakech International Film Festival 2018, dopo le proiezioni di Toronto, San Sebastián e Londra, The Chambermaid (La camarista), è l’esordio al lungometraggio della filmmaker, e attrice, messicana Lila Avilés. La storia di una serva, una cameriera di un grande albergo di lusso, che progressivamente acquista consapevolezza della propria dignità.

L’ultima donna

Tranquilla, riservata e quasi con rammarico timida, Evelia passa diverse ore ogni giorno al suo lavoro come cameriera in un hotel di lusso a Città del Messico, dove le richieste banali e spesso esilaranti dei clienti benestanti mettono a fuoco il divario di reddito. Sperando di vivere meglio, Evelia inizia a frequentare le lezioni nel programma di educazione degli adulti dell’hotel, sperando in una promozione, un’iniziativa che la spinge a emergere dal suo guscio. [sinossi]

The Chambermaid (La camarista è il titolo originale) rappresenta l’esordio al lungometraggio della messicana Lila Avilés, finora autrice di un corto dal titolo Dèjá Vu, ma con alle spalle una carriera importante a teatro, come attrice e regista, portando peraltro sul palcoscenico lo spettacolo La camarista che ha fornito il punto di ispirazione del film. Film che ha già avuto riconoscimenti in fase progettuale, selezionato al Gabriel Figueroa Work in Progress Fund del Los Cabos Film Festival e al Ventana Sur First Cut Select, dove ha ricevuto il Labo Digital Postproduction Award. E il film sta viaggiando per i festival, presentato a Toronto, San Sebastián e Londra, approda ora in concorso al Marrakech International Film Festival 2018.

The Chambermaid è un ritratto femminile, una storia di presa di consapevolezza graduale della propria dignità, di donna e lavoratrice. E allo stesso tempo la raffigurazione di una società, come quella del Messico che ha tra le più alte disuguaglianze al mondo nella distribuzione del reddito. Evelia fa la cameriera, la serva, il ruolo più umile, in un albergo lussuosissimo di Città del Messico. Non si vede mai l’edificio in esterno, tutto il film, a parte il solo finale, si svolge in quella cittadella la cui imponenza è fornita da semplici numeri, il 42° piano, quello con le stanze più eleganti, la stanza numero 1172. Possiamo intuirne le dimensioni in verticale dalla vista sulla città, dall'”overlook” dalle sue vetrate da cui si ammira lo skyline, con quei grattacieli che una volta non c’erano, come ricorda la collega più anziana. Uno sviluppo di ricchezza in verticale dove le classi sociali sono tanto più agiate e dominanti quanto vivono in alto, secondo quel modello già preconizzato da Metropolis. Una cittadella attrezzata con tutte le strutture per la servitù, come la mensa, e addirittura delle aule dove si tengono dei corsi per i dipendenti.

Evelia è subito vista in un’azione tra le più umili e sgradevoli, quella di raccogliere il pannolone di un cliente anziano. Non è servile, anzi svicola dai suoi doveri di deferenza appena può. Ma è soggetta ai capricci dei clienti, come quella stravagante signora con bambino, che non prende treni o autobus ma solo taxi. Ma quel mondo dorato da cui è a servizio in qualche modo l’attira, visto che la sua più grande ambizione è quella di avere per sé un vestito rosso elegante dimenticato da qualche cliente: è in testa alla lista qualora nessuno lo reclami. Taciturna, ne cogliamo l’umore e lo stato d’animo dai suoi sguardi, resi nell’ottima interpretazione dell’attrice Gabriela Cartol.

Il riscatto di Evelia partirà con la cultura, con quei corsi di istruzione paradossalmente organizzati dall’albergo stesso, in cui le faranno fare un tema sull’umanità come soggetto, e con la lettura di un libro per la prima volta nella sua vita, Il gabbiano Jonathan Livingston, il romanzo cult degli anni Settanta, che rappresenta l’anelito alla libertà, al perfezionamento del volo. E passerà per la sua presa di coscienza femminile, con la scena del ciclo mestruale imbrattando una coperta della stanza che sta pulendo, per i suoi atti di seduzione, con bigliettini e spogliandosi in una stanza davanti ai lavavetri fuori dalla finestra. L’istruzione stimola la sua curiosità, la sua voglia di apprendimento, come si vede nella scena delle fotografie.

Evelia si smarca sempre di più da quel ruolo come si vede nella contrapposizione con la collega addetta all’ascensore, la cui unica mansione, nella compartimentazione di un personale così numeroso, è quella di aiutare i clienti a prendere l’ascensore per tutta la giornata. Evelia ha varie personalità come è simboleggiato nella scena della stanza con due specchi in cui la sua immagine è così triplicata. Prevale quella di donna libera quando l’albergo, questa entità astratta, non le riconosce i meriti. Se la prende quindi con l’altra sua personalità, quella che voleva far carriera, scagliandosi contro il suo oggetto simbolo, quel vestito rosso tanto agognato. La sua uscita dall’albergo suona come l’uscita da un sistema dispotico da fantascienza distopica, come L’uomo che fuggì dal futuro. Ma quella porta girevole da cui esce ci rimanda a un altro capolavoro della settima arte ambientato in un albergo come L’ultima risata di Murnau. Evelia, riscattandosi, compie il percorso inverso di quello di Emil Jannings in quel film. E sui titoli di coda ci sono i rumori della strada, a sottolineare l’uscita definitiva da quel mondo claustrofobico, mentre una scritta della regista dedica il film a tutte le cameriere del mondo.

Info
La scheda di The Chambermaid sul sito del Marrakech International Film Festival.
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