Nuestro tiempo

Nuestro tiempo

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Il cinema di Carlos Reygadas è sempre fedele a sé, e lo dimostra anche Nuestro tiempo, in concorso a Venezia. Peccato che questo confermi anche l’autoindulgenza, la semplicità metaforica, il gioco spesso truffaldino sull’utilizzo del dispositivo cinematografico.

Proscenio da un matrimonio

Una famiglia vive nella campagna messicana allevando tori da combattimento. Esther si occupa della gestione del ranch, mentre suo marito Juan, un poeta di fama mondiale, alleva e seleziona gli animali. Quando Esther si infatua di un addestratore di cavalli di nome Phil, la coppia lotta per superare la crisi. [sinossi]

È un grande regista di incipit Carlos Reygadas, e Nuestro tiempo, il suo quinto lungometraggio (e il primo a non ricevere l’anteprima mondiale a Cannes, ma bensì alla Mostra di Venezia), non fa che confermarlo. La prima lunga sequenza del film, che si articola per poco meno di venti minuti, vede un gruppo di bambini giocare in uno stagno fangoso: i maschietti organizzano assalti al gommone su cui stanno chiacchierando le femmine, e poi tutti insieme vanno a infastidire fratelli e cugini più grandi, rimasti invece a riva a fumare, bere birra e amoreggiare. Come l’ouverture di Post Tenebras Lux, che coglieva due bambini immersi nel verde mentre in cielo si sta approssimando una tempesta, anche quella di Nuestro tiempo assume i contorni dell’allegoria, traslata però attraverso l’impressione, l’occhio centrato sul mondo esterno. Lì dovrebbe risiedere il cinema di Reygadas, in quell’interstizio sempre più simile a un pertugio stretto in cui convivono l’alta ricerca estetica e lo sguardo sull’umano, sulle sue intime intenzioni. Lì sembrò risiedere un tempo, all’epoca di Battaglia nel cielo e ancor più di Japón, l’esordio che a trentuno anni lo segnalò come un autore coraggioso, forse persino sfrontato ma all’apparenza mai superficiale. Il tempo è passato, e il regista messicano ha continuato a muoversi, pur senza mai perdere l’idea centrale del proprio approccio alla materia cinematografica. L’estetica ha definitivamente preso il sopravvento sull’uomo, lo ha ridotto a utensile da maneggiare in totale libertà, schiacciandolo a terra e sventrandolo. Un’immagine non poi così dissimile da quella – potente per quanto gratuita nel complesso della narrazione – in cui uno dei tori allevati dalla coppia composta da Juan ed Esther (a interpretare i ruoli lo stesso Reygadas e sua moglie, la montatrice Natalia López) attacca con furia un povero mulo e finisce per aprirgli lo stomaco, fino a far fuoriuscire tutte le viscere.

Nuestro tiempo prende di petto una delle tematiche più care a Reygadas: la crisi intima che diventa crisi di coppia – o di popolo –, il desiderio come lente d’ingrandimento del proprio ego. Lo fa, come si accennava, mettendo in scena se stesso e la sua famiglia. E lo fa muovendosi in continuazione su un duplice piano: da un lato il racconto del rapporto matrimoniale tra Esther e Juan, il poeta acclamato in mezzo mondo ma che non ha alcuna intenzione di lasciare, neanche per qualche giorno, il suo adorato ranch, e dall’altro la metafora animale e naturale. Tutto giocato su questa dicotomia, il film finisce ben presto per slabbrarsi, per perdere acutezza, affidandosi a uno schematismo ottuso. Dopotutto le riflessioni di Reygadas non appaiono particolarmente acute o accurate: Juan è un narcisista che a parole accetta l’idea di una relazione aperta ma non sa poi darsi pace quando la moglie si intrattiene con un altro bovaro, lo statunitense Phil (sulle possibili interpretazioni dell’uomo latino terrorizzato dallo yanqui e dal suo potere coloniale ci sarebbe stato modo di lavorare in modo proficuo, ma Reygadas lascia ben presto cadere nel vuoto qualsiasi suggestione a riguardo), ed Esther vive la frustrazione di essere costretta in un luogo paradisiaco ma dal quale non è concesso mai, in nessuna occasione, evadere.

Disinteressato, a parte il già citato incipit, a uno sguardo davvero antropologico sulla vita in un non-luogo come la grande campagna messicana, gli spazi immensi ancora western che lottano una guerra silenziosa con la magmatica realtà metropolitana di Città del Messico, Reygadas concentra tutte le sue attenzioni su questa coppia, perdendosi dietro sequenze ai limiti del ridicolo (Juan convince la moglie ad appartarsi nel bungalow con il suo amante, ma poi non sa resistere all’idea di spiarli per entrare poi in scena, mezzo sbronzo, per porre loro delle domande) e reiterando fino allo sfinimento i medesimi concetti. Se c’è crisi non è tanto in questa coppia che appare poco innamorata fin dall’inizio – non esiste un momento di intimità tra i due, né di reale tenerezza, eccezion fatta quando è Juan a costringere la moglie in una tale direzione – ma nello sguardo dello stesso regista, nella facilità con cui si lancia in apparentamenti con il mondo animale così banali da giustificare l’irritazione dello spettatore.
Grande manipolatore dell’immagine, Reygadas si limita a una riflessione – anche qui portata all’eccesso, e in fin dei conti ben poco interessante – sulla luce e sulla messa a fuoco: il sole irrompe in scena e la spezza, e spesso l’inquadratura lascia uno spazio sfocato per costringere lo sguardo dello spettatore a concentrarsi dove vuole il regista. Una manipolazione, per l’appunto, che è anche una dimostrazione di monoliticità, di assolutismo quasi dittatoriale. Reygadas non è solo Juan in scena, ma si comporta anche come lui; tiranneggia lo spettatore, fingendo una naturalezza che è in realtà solo lo specchio dell’indole del regista. In tutto questo è però anche completamente autoindulgente, trasformando una questione privata in una scrittura universale e dai toni quasi panteistici. Le magniloquenti immagini della natura del ranch, quando la camera si ferma sui maestosi tori, rappresentano la “scusa” di Reygadas per lanciarsi in metafore mai complesse: nel mondo naturale, sembra dire il regista, basta uno scontro tra due tori per rendersi conto di chi è più forte e merita di accoppiarsi con la vacca migliore. Non come nel mondo umano, ben più meschino (sempre nella visione dell’autore), dove ci si diletta con una dialettica inutile e priva di sbocchi. Per arrivare a questa semplicistica conclusione Nuestro tiempo impiega poco meno di tre ore, tra un litigio e un concerto, l’inseguimento di un toro e un tradimento in una stanza d’hotel. È un grande regista di incipit, Carlos Reygadas, ma conferma con questo film tutti i limiti endemici del proprio sguardo, e il ruffiano ricatto con cui irretisce il proprio pubblico.

Info
Nuestro tiempo, la scheda sul sito della Biennale.
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