Srbenka

Dal regista di documentari croato Nebojša Slijepčević un film, Srbenka, che torna su quell’assurda mattanza che sono state le guerre jugoslave, rievocando la figura di una ragazzina, serba ma nata e residente in Croazia, uccisa in quel clima di odio etnico. Srbenka è stato presentato nella sezione The 11th Continent del Marrakech International Film Festival 2018, dopo l’anteprima a Visions du Réel e dopo le proiezioni al Sarajevo Film Festival e al Festival dei Popoli di Firenze.

Durante la prova

Il 7 dicembre 1991, nel pieno della guerra di indipendenza della Croazia, una ragazza serba, Aleksandra Zec, residente a Zagabria fu uccisa insieme alla sua famiglia da uno squadrone di miliziani croati. Un quarto di secolo dopo il provocatorio regista teatrale Oliver Frljić vuole mettere in scena uno spettacolo sul caso Zec in un teatro di Rijeka, in Croazia. Le prove consistono in una seduta psicoterapeutica collettiva per tutti gli attori. L’attrice dodicenne Nina prova la sensazione di essere la sorella di Aleksandra che vuole ucciderla. [sinossi]

La vicenda di Aleksandra Zec, rimessa in scena in Srbenka, documentario presentato al Marrakech International Film Festival, è emblematica in quella che è stata una guerra di fatto civile, un conflitto di scatole cinesi, di enclavi, di frammentazioni al quadrato, di minoranze. Si tratta di una ragazza dodicenne trucidata insieme alla sua famiglia il 7 dicembre 1991 a Zagabria da uno squadrone di paramilitari, mentre infuriava la guerra di indipendenza della Croazia e il paese che aveva proclamato la propria sovranità subiva l’attacco militare serbo. La loro colpa era semplicemente quella di essere dei serbi residenti in Croazia, subendo così l’odio anti-serbo. I colpevoli di quella gratuita mattanza furono individuati ma mai condannati, dopo un tortuoso iter processuale, ma venne riconosciuto un indennizzo ai famigliari superstiti, ammettendo così una responsabilità dello stato croato.

Il regista di documentari Nebojša Slijepčević sceglie di tornare su questa tragica vicenda, un nervo ancora scoperto della società croata, operando una doppia mediazione. Riprende il suo collega teatrale Oliver Frljić, noto per i suoi lavori controversi e provocatori, mentre allestisce uno spettacolo su Aleksandra Zec, e focalizza il film più sulle prove che sullo spettacolo vero e proprio che viene relegato ai minuti finali. Cosa c’è di meglio dello spazio teatrale per mettere in scena le antinomie, le aporie, il relativismo etico, le diverse verità in senso pirandelliano di un conflitto, come quello nella ex-Jugoslavia, in cui massima è stata l’impossibilità di schierarsi, di operare una divisione manichea tra buoni e cattivi? E l’ideale è proprio quella di affidarsi a una delle punte del teatro contemporaneo europeo – l’approccio di Frljić, come si vede anche nel documentario, si avvicina a quello del collega svizzero Milo Rau, l’enfant terrible della nuova scena teatrale, che pure spesso integra nei suoi spettacoli la ripetizione delle prove o dei provini che hanno portato alla loro realizzazione –, capace di aggredire la realtà con violenza, e di restituire altrettanta violenza al pubblico, di ribaltare le verità precostituite e assimilate, di mettere il dito nelle piaghe ancora scoperte della società, come appunto lo è il caso di Aleksandra Zec, un rimosso di un popolo, un trauma che la nazione croata non è mai stata in grado di elaborare e metabolizzare.

Il teatro è anche il luogo classico, dall’Orestea, della messa in scena del processo, e ancora Slijepčević concentrandosi sulle prove, più sulla potenza che sull’atto, evita qualsiasi conclusione o tesi, mantiene aperti una serie di problemi che sono stati posti nel corso del lavoro con gli attori. Le prove dello spettacolo sono infatti strutturate secondo la lettura e l’interpretazione del testo e il training del teatro povero delle avanguardie del Novecento, di Grotowski, Barba, dove gli attori non sono semplici automi ma concorrono alla creazione dello spettacolo, oltre che alla definizione dei loro personaggi. Vediamo così riemergere il senso di paura e di inquietudine di quel periodo, l’angoscia di vivere sotto i bombardamenti, la guerra che pervade le menti, il clima di delazione per stanare i serbi. Confluiscono le esperienze personali dei teatranti, i ricordi di quelli più anziani – il regista per esempio aveva 16 anni all’epoca dei fatti –, le loro diverse appartenenze etniche, croati, serbi, musulmani, e le diverse interpretazioni della vicende in generale di quegli anni bui. L’attore croato per esempio reputa che l’uccisione di Aleksandra Zec sia un qualcosa che è sfuggito dal controllo, in quanto non compiuta su commissione, e dà la colpa ai serbi indirettamente per aver iniziato la guerra. Nina, la ragazzina che interpreta Aleksandra Zec rivive il suo trauma, il pianto interrotto di quando, a 7 anni, ha scoperto di essere serba. Il regista cinematografico rende conto anche di una contestazione interna al gruppo nelle accuse al regista teatrale di sfruttare cinicamente una povera ragazza che è stata uccisa. Come in Anna di Alberto Grifi che include all’interno del film i momenti in cui viene accusato di cinismo per aver usato una tossicodipendente.

La messa in scena è quella tipica del teatro povero, dello spazio vuoto con pochi elementi scenografici, alcune sedie, un cumulo di terra a indicare il seppellimento dei corpi, l’effetto neve, e a musiche suggestive, valga per tutte la canzone Lili Marleen, evocatrice della guerra. Nebojša Slijepčević usa la mdp con la consapevolezza dell’incontro tra due linguaggi. C’è un momento in cui tutti gli attori fissano qualcosa di non ben definito che imporrebbe al cinema un immediato controcampo, che invece non ci sarà. Siamo sempre nelle prove di un teatro che lavora per evocazione. Dopo le prove lo spettacolo viene liquidato in un attimo. «Qual è la tua nazionalità?», «Serba» risponde Nina/Aleksandra dopo una lunga esitazione e scoppiano gli applausi. Ma fuori dal teatro alcuni manifestanti protestano perché non si tratta delle vittime croate, cosa che anche un’attrice aveva lamentato, vittime innocenti, tanti bambini. La recita è finita e il cinema torna a dominare. Slijepčević segue con la macchina a mano Nina che esce dal teatro. Si torna nella strada, nella vita vera con un requiem, Lacrimosa – Day of Tears di Zbigniew Preisner, in una realtà che non ha fatto tesoro dell’esperienza di venticinque anni prima.

Info
La scheda di Srbenka del Marrakech International Film Festival.
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