Maternal

Maternal

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Presentato in concorso al 72 Locarno Film Festival, Maternal è l’esordio alla finzione di Maura Delpero, un’opera che mette in scena la coesistenza di due forme opposte di intendere, e mortificare, la femminilità. Film sussurrato, tratteggiato con pochi dettagli, cui si può perdonare qualche forzatura schematica.

La religiosa

Entrambe diciassettenni, Lu e Fati sono due ragazze madri che vivono con la loro prole in un istituto di aiuto alla maternità di Buenos Aires, gestito da suore. Lu desidera fuggire da quel posto per unirsi a un ragazzo violento che le piace. Suor Paola è appena arrivata dall’Italia per finire il noviziato e prendere i voti finali. Il suo arrivo cambierà tutti gli equilibri. [sinossi]

Tra i lavori che deve fare un attore, il metodo dell’Actor Studio prevede la biografia del personaggio, per capire i suoi trascorsi e la psicologia, e i motivi per cui, in un frammento della sua vita, corrispondente all’arco temporale ristretto di un film, arrivi a comportarsi in un certo modo, a sviluppare le azioni contemplate in quello spazio narrativo. Non sappiamo quale sia la formazione attoriale della brava Lidiya Liberman, attrice di origine ucraina che già aveva lavorato con Marco Bellocchio in Sangue del mio sangue. Certo è che il suo personaggio, suor Paola, genera non pochi interrogativi riguardanti l’origine della sua scelta di prendere i voti da suora. Suor Paola è la protagonista di Maternal, prima opera di finzione di Maura Delpero, presentata in competizione al 72 Locarno Film Festival. Opera in cui tutti i personaggi, non solo quello della religiosa italiana, sono tratteggiati, abbozzati, senza nessun didascalismo o facile psicologismo. Anche delle due ragazze non sappiamo nulla dei loro trascorsi. Come hanno avuto i loro bambini, da che tipo di relazione?

Maura Delpero, di origine altoatesina, con una formazione di drammaturgia e sceneggiatura a Buenos Aires, confeziona un film di fatto argentino, con pochi ma fondamentali richiami all’Italia. Quello che le interessa è questo mondo del cosiddetto hogar, l’istituto per ragazze madri di gestione religiosa, uno dei tanti in un grande paese cattolico dove non è ancora stato legalizzato l’aborto. Un mondo dove coesistono, praticamente ignorandosi, due modi diversi e agli antipodi, di intendere e mortificare la propria femminilità. Da un lato le suore, che hanno abolito con voto di castità la propria sfera sessuale. Dall’altro le ‘ragazzacce’, che hanno bruciato la loro sessualità, madri loro malgrado, che vivono con più o meno fastidio la loro condizione di genitore, castrando invece il proprio istinto materno. Da un lato le religiose anziane con velo e abito bianco, immacolato, dall’altro le ragazze vestite di bigiotteria sexy. Da un lato gli ornamenti severi dell’edificio, crocifissi, statue, simboli religiosi, dall’altro i letti a castello e le stanze in disordine come di un ostello della gioventù. Da un lato le sorelle che portano avanti il loro compito di routine, senza crederci troppo. Probabilmente reputano che quelle peccatrici non abbiano alcuna speranza di redenzione. Da un lato una ragazza come Lu che fa scoppiare il palloncino della sua bimba perché le dà fastidio. La sopportazione reciproca trova il compimento nella scena della messa, dove le ragazze si fanno gli affari loro senza peraltro essere nemmeno redarguite o richiamate all’attenzione. Un momento che tuttavia si segna come fin troppo facile e schematico. Quando Lu torna nell’istituto, dopo esserne fuggita, nessuno le dice nulla, riprende la routine di prima in automatico, nessuno spirito da figliol prodigo. Contraltare è la figura di Fati, meno estrema di Lu.

Suor Paola è invece la chiave di svolta, il catalizzatore delle trasformazioni dei personaggi, a cominciare dal suo. Non riesce a resistere al senso di maternità e il suo passaggio alla piena accettazione del suo essere femminile passa per l’abbandono del velo, che inizialmente le viene tolto da una delle ragazze con violenza. Togliere il velo equivale a un ingresso nella sfera della sessualità e prelude alle scene di lei che teneramente, con i capelli al vento, porta in braccio la piccola Nina. Un’immagine iconica, pittorica, da rappresentazione sacra quanto da estetica preraffaelita. Paola diventa così una donna in senso totale, pur non avendo formalmente compiuto il passaggio della sessualità, come se sia stato sublimato. Si attira il disprezzo delle consorelle, che forse hanno percepito questa sessualità subliminale, e che forse dimenticano che il loro culto si fonda proprio su una maternità senza carnalità. Proprio nel catechismo per bambini, nella prima parte del film, si parlava di Giuseppe come un papà adottivo. Questa epifania di Paola è accompagnata da un’esclamazione in italiano, la manifestazione della sua lingua madre, in un film tutto parlato in spagnolo. Maura Delpero ha realizzato un film di donne, un’opera sulla femminilità, che non prevede, come nel capolavoro di Cukor Donne, ruoli maschili di rilevo.

Info:
La scheda di Maternal sul sito del Locarno Film Festival.

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