Intervista a Nadège Trebal
Cosceneggiatrice di Claire Simon per Ça Brûle del 2006 e Les Bureaux de Dieu nel 2008, Nadège Trebal ha realizzato poi due documentari, Bleu pétrole nel 2012 e Casse nel 2014. Questi due lavori le hanno permesso di incontrare figure di operai del settore estrattivo e del sindacato, che hanno fatto poi da modello per realizzare il suo primo film di finzione, Douze Mille, storia d’amore e soldi in un contesto per l’appunto operaio. Abbiamo incontrato Nadège Trebal al Locarno Film Festival, dove Douze Mille è stato presentato in concorso.
Douze Mille è un film di persone vere, di lavoratori, di appartenenti a un ceto sociale basso, con la loro presenza scenica e la loro fisicità. Hai usato anche attori non professionisti, magari non nei ruoli principali? E come li hai scelti e come hai lavorato con loro?
Nadège Trebal: Sono tutti dei professionisti. È la storia del corpo, dell’attrazione, qualcosa di fisico. Il mio linguaggio è un linguaggio preciso e mi piace lavorare con gli attori, perché sono in grado di leggere e interpretare un testo, anche quando questo non è realistico. Non voglio essere realistica o improvvisare, preferisco attenermi al copione, seguire un percorso. Mi piace questo cambio di prospettiva rispetto alla realtà e mi piace far parlare le persone della classe operaia esattamente per come sono: intelligenti, forti della loro fantasia, nella politica, nel modo di pensare. È gente intelligente, pertanto volevo rendere questi lavoratori come degli eroi, intelligenti e affascinanti come tali.
Ci sono nel film dei momenti come di danza, di gestualità sopra le righe, in Frank ma anche in tanti altri nella scena di danza tra i container. Perché questi meccanismi che portano un film di realismo sociale a divagare in momenti surreali?
Nadège Trebal: È il loro modo di affrontare il mondo. Non esiste solo un modo in cui, grazie al tuo corpo, puoi esplorare altri mondi per contrastare la violenza. Con la poesia, con il piacere di ciò che possiamo fare con un corpo, possiamo combattere contro lo sfruttamento.
Sembrano momenti alla Jacques Demy senza quella perfezione estetica. Anche i suoi personaggi erano spesso di estrazione sociale bassa.
Nadège Trebal: Sì, un po’ come Les demoiselles de Rocherfort. È un ritratto della società, e i personaggi sono molto forti. È come un corpo di ballo, ma “povero”. Volevo che fossimo esattamente come siamo davvero, non siamo dei professionisti, perciò un balletto “povero” ma più espressivo perché proviamo e ci impegniamo per come possiamo.
Nel caso di Frank a questa gestualità esagerata sembra corrispondere un’espressione di libertà.
Nadège Trebal: Sì, esalta il suo corpo, è sulla strada per ritrovare il desiderio verso sua moglie, e la danza è qualcosa che condivide con lei. Quindi, quando balla da solo, un po’ alla volta esplora se stesso e riscopre l’amore per la moglie.
Avete costruito insieme con gli attori queste coreografie?
Nadège Trebal: Sì, abbiamo lavorato con il coreografo Jean-Claude Gallotta, e abbiamo lavorato davvero tanto! Non sembra molto difficile magari, ma per noi lo è stato, perché non siamo ballerini. E la danza riguardava il passato dei protagonisti come coppia, ci siamo incontrati così, ballando.
Il film è incentrato sul denaro, già dal titolo. Perché una storia sul denaro?
Nadège Trebal: Volevo raccontare del denaro attraverso l’amore e dell’amore attraverso il denaro. Penso ci sia un linguaggio “economico” per l’amore, in grado di dar forza all’amore. Dobbiamo essere abbastanza forti, e questo tipo di linguaggio ha valore per tutto quanto al mondo e anche per l’intimità. E desideravo raccontare una storia d’amore senza il classico “ti amo”: semplicemente amarsi e avere abbastanza denaro per mantenere questo amore. Non troppo ovviamente, ma dovevano guadagnare qualcosa, come una sorta di equilibrio, mantenere la fiamma accesa ma non essere sfruttati, perché Frank vuole essere parte di questo mondo. Non gli piace rimanere nella sua marginalità; vuole avere un posto in questo mondo perché non ha un lavoro e soffre per questo. Vuole essere in questo mondo e vivere con lei.
Il denaro però è anche il motivo della separazione, del suo allontanarsi per lavorare, come una prova?
Nadège Trebal: Devono stare separati, è doloroso, ma è anche l’unico modo per lui per mantenere la sua autostima. Non puoi amare qualcuno se prima non ami te stesso. È come un’odissea, il riemergere da questo dolore, e durante questa odissea Frank riacquista fiducia in se stesso ma si dimentica anche della sua “missione”; il denaro prende il posto dell’amore, perde se stesso in questo limbo. Ma le donne lo proteggono dal denaro. Lungo il suo percorso in questa odissea le donne sono molto dirette verso il denaro e il desiderio, sono personaggi molto forti e decidono di aiutarlo, di farlo entrare nella società.
Il film comincia con quella lunga e intensa scena di sesso, nella casa con i bambini. È come una presentazione?
Nadège Trebal: Sì, perché come ho detto volevo parlare del denaro attraverso l’amore e viceversa. La loro casa è un luogo di lavoro, lei è un’insegnante, tiene spesso dei bambini e quindi non hanno il tempo di separare le due cose, mentre il loro desiderio è molto forte.
Quanto è stato importante lavorare con Claire Simon? Cosa ti ha insegnato?
Nadège Trebal: Lei è una sorta di moderatrice, in un certo senso, perché si fida della realtà e del presente come se fossero una benedizione per il cinema. Ogni volta prega per ciò che potrebbe succedere e che potremmo usare al posto della realtà. Siamo entrambe dominate dalla realtà e cerchiamo sempre di capire cosa succederà. Questa è stata una lezione per me, anche se ho deciso di fare fiction e controllare la storia che racconto, voglio comunque che ci siano degli imprevisti, voglio essere vicino anche a ciò che non scelgo.

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