Shirley
di Josephine Decker
Josephine Decker è davvero una regista singolare, e lo dimostra ancor più con Shirley, dove è “costretta” a confrontarsi con il biopic e con una sceneggiatura non scritta da lei. Il film parla di Shirley Jackson, ovviamente, ma si concentra di più sul concetto di femminile rispetto a un mondo maschile, attraverso una regia empatica e attenta a tutti gli elementi “naturali”. Alla Berlinale nella neonata sezione Encounters.
Who’s Afraid of Shirley Jackson?
Fred Nemser, un giovane laureato, raggiunge il cottage nel New England in cui il professore di cui diventerà assistente, Stanley Hyman, vive con sua moglie, la celebre scrittrice Shirley Jackson. Con Fred c’è anche la sua giovane consorte, già in attesa di un figlio. Shirley, che è depressa e asociale, sta iniziando le ricerche per un nuovo romanzo, partendo dalla scomparsa di una studentessa in un college nelle vicinanze… [sinossi]
Chissà per quale motivo Shirley Jackson, una delle più talentuose scrittrici statunitensi del Ventesimo Secolo, sta vivendo un momento di così forte riscoperta: prima è arrivata la miniserie desunta – con estrema libertà, anche troppa – dal suo capolavoro L’incubo di Hill House, e ora addirittura è la volta di un lavoro biografico che ha al centro non le sue opere (per quanto vi sia un forte richiamo a una di esse, come si vedrà in seguito) ma direttamente la sua persona. Chi era in fin dei conti Shirley Jackson, in che modo viveva, quali pulsioni e desideri la smuovevano, cosa risvegliava la sua curiosità? Potrebbe essere questa una delle chiavi di lettura del nuovo film di Josephine Decker, presentato alla Berlinale all’interno di Encounters, la sezione nuova di zecca voluta dal neo-direttore Carlo Chatrian e che si è dimostrato un contenitore decisamente vivo, in grado di far cozzare tra loro le idee cinematografiche più distanti. Non è la prima volta che Decker approda alla kermesse tedesca, ma non c’è dubbio che ora lo faccia potendo contare su uno status autoriale che in precedenti occasioni le era riconosciuto solo in maniera parziale. La Decker che presenta a Berlino Shirley non è solo una cineasta talentuosa, come il pubblico italiano poté scoprire pochi anni fa quando il Festival di Torino le dedicò un omaggio retrospettivo, ma è anche la dimostrazione di una produzione finalmente aperta con pienezza allo sguardo femminile. Sguardo su cui Decker costruisce una parte consistente della propria poetica autoriale. Può apparire paradossale che la consacrazione forse definitiva di Decker come figura centrale del cinema indie statunitense contemporaneo – alla Berlinale, è giusto ricordarlo, ci sono anche Kelly Reichardt con First Cow e Eliza Hittman con Never Barely Sometimes Always; tre generazioni diverse, tre sguardi stratificati e poliedrici – arrivi con il primo film nel quale non si è presa cura lei stessa della sceneggiatura, ma si tratta in qualche modo di un rito d’iniziazione, di un momento di passaggio di non secondaria importanza: dovendo tradurre in immagini qualcosa che non ha partorito la sua mente, Decker è anche costretta a sfidare se stessa, a spingere la propria ricerca cinematografica oltre i confini che le erano finora appartenuti.
Va detto, a onor del vero, che la sceneggiatura scritta da Sarah Gubbins non risalta come l’aspetto più convincente di Shirley. Meccanismo sicuramente oliato ma fin troppo meccanico, lo script segue un tracciato narrativo fin troppo di prammatica: una giovane donna e suo marito raggiungono il cottage in cui vive David Hyman, celeberrimo docente universitario di cui l’uomo sarà assistente, e la di lui consorte Shirley Jackson, scrittrice famosa quanto donna piena di complessi, fragile e crudele a un tempo. Tra diffidenza e parziale disprezzo le due donne impareranno a conoscersi, a confrontarsi, a collaborare (Jackson ha intenzione di scrivere una nuova novella, e sta cercando ispirazione in un fatto di cronaca macabro che ha toccato la loro comunità, la scomparsa improvvisa di una studentessa del college), permettendo alla romanziera di uscire dal suo guscio e a Rose – questo il nome della giovane, per di più già incinta – di emanciparsi dal ruolo già costruitole addosso di moglie e madre. Insomma, un percorso formativo speculare che non celebra alcuna novità nel campo del racconto sul femminile, per quanto alcuni dialoghi appaiano senza dubbio brillanti. Ma se Shirley riesce a innalzarsi al di sopra del didascalico lo deve all’ispirata regia di Decker, che lavora con estrema intelligenza sull’uso dei piani, sulla composizione del quadro, muovendosi tra le quattro pareti in cui di fatto è recluso il film come se stesse da un lato rappresentando la poetica di Jackson – che di magioni e del loro peso psicologico e metaforico è piena – e dall’altro riappropriandosi della donna al di là di ogni possibile collocazione sociale. Grazie anche all’intensa interpretazione di Elisabeth Moss (ma non le è da meno Odetta Young) Shirley Jackson dopo essere stata presentata come una figura bidimensionale – come fosse solo la figurina di un racconto già scritto – inizia a respirare, a vivere, a odiare e amare, a stratificarsi e ad acquisire una forza sempre maggiore. È proprio questo a ben vedere quello che si richiedeva a Decker, dimostrare di essere in grado di uscire dal proprio seminato senza perdere quell’irrequietezza dello sguardo che ne aveva contraddistinto le imprese dietro la macchina da presa. Sotto questo profilo la sfida non può che essere considerata vinta.
Info
Una clip originale di Shirley.
- Genere: biopic, drammatico
- Titolo originale: Shirley
- Paese/Anno: USA | 2020
- Regia: Josephine Decker
- Sceneggiatura: Sarah Gubbins
- Fotografia: Sturla Brandth Grøvlen
- Montaggio: David Barker
- Interpreti: Elisabeth Moss, Logan Lerman, Michael Stuhlbarg, Odessa Young
- Colonna sonora: Tamar-Kali
- Produzione: Killer Films
- Durata: 106'



First Cow
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