I lunghi capelli della morte

I lunghi capelli della morte

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Classico film del filone del gotico italiano, e terza incursione in quel genere del Maestro Anthony Dawson ovvero Antonio Margheriti, I lunghi capelli della morte è un concentrato degli archetipi del genere: il castello spettrale con i suoi sotterranei e le sue cripte, la stregoneria, le maledizioni, con la conturbante presenza della stella e musa di quel cinema, Barbara Steele. Margheriti confeziona il tutto con un magistrale bianco e nero, guardando alla Hammer e a Corman, a Clouzot e a Hitchcock, ma anche a Shakespeare.

Le due donne che vissero due volte

Fine XV secolo, una donna viene accusata di stregoneria e condotta al rogo, incolpata di avere ucciso il fratello del conte Humboldt, il signore di quei territori. Ma il vero assassino è stato il figlio del conte, Kurt, che si sbarazza anche di una delle due figlie della strega, Helen. L’altra figlia, Lisabeth, una volta cresciuta, diviene mira dell’appetito di Kurt che la sposa contro il suo volere. Ma Helen risorge dalla tomba e si dirige al castello in cerca di vendetta. [sinossi]
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Un’atmosfera millenarista, il cambio di un secolo, la fine del Medioevo, la caccia alle streghe, la peste e l’apocalisse, con tanto di, bergmaniano, settimo sigillo dall’Apocalisse di Giovanni. Questa la cornice di I lunghi capelli della morte del Maestro Antonio Margheriti, firmato con il suo pseudonimo anglosassone Anthony Dawson (qui senza la M puntata) e con una crew di nomi equivalenti nei titoli di coda. Per il regista, che ha attraversato praticamente tutti i generi del cinema, si tratta della terza incursione nell’horror gotico, dopo La vergine di Norimberga e Danza macabra, il filone italiano che nasce con I vampiri di Riccardo Freda e La maschera del demonio di Mario Bava.

La via italiana al genere dei popolari film della Hammer o di Corman, prevede tutti i loro elementi archetipici, il castello macabro con tutti gli arredi del caso come le armature, con i sotterranei e con le cripte che contengono sarcofagi di pietra con cadaveri a vari stadi di decomposizione, che potrebbero anche ritornare in vita. E poi il fantasma che cerca vendetta, le streghe con le loro maledizioni o profezie nefaste. Tutto confezionato da Margheriti/Dawson, con il direttore della fotografia Richard Thierry, al secolo Riccardo Pallottini, in un magnifico bianco e nero che dà respiro a un’ampia varietà di grigi. La via italiana del gotico che divergeva dai technicolor ipercromatici della Hammer e di Corman. E in cima a tutto la presenza della star indiscussa del genere, Barbara Steele, con tutto il suo conturbante fascino in un film che si gioca anche sulla voluttuosità e sulla morbosità delle situazioni.

I lunghi capelli della morte nasce da uno script di Ernesto Gastaldi, come Julian Berry, e Tonino Valerii, come Robert Bohr, con il progetto che fosse diretto dal secondo che però, all’epoca, non aveva ancora esperienza di regia e fu così chiamato Margheriti. I lunghi capelli della morte non si può liquidare con la semplice bella confezione o l’elenco di elementi derivativi. Colpisce infatti la maestria di Margheriti nel trattare, centellinandolo, l’elemento fantastico, costruendo quasi un opera teorica in tal senso, nel mantenersi su un filo sottile di inquietante ambiguità. Fino a metà film non abbiamo la certezza di trovarci di fronte a una situazione fantastica, questa viene solo suggerita, sussurrata. Certo si è rivelata la profezia della strega e la peste sta martoriando quel villaggio, come nella maledizione della donna nei suoi ultimi strali prima di essere arsa nel rogo. Ma potrebbe essere una pura coincidenza. E quando il conte Humboldt scoperchia il feretro del fratello Franz, e il suo cadavere scheletrico si muove, si scopre che si è trattato solo un’illusione creata dai topi che albergano al suo interno. L’elemento fantastico è qui smorzato, rinviato, e può essere derubricato a quello che Cvetan Todorov definiva il fantastico strano, ovvero quella condizione narrativa in cui gli elementi presentati come sovrannaturali hanno invece una spiegazione razionale.

Il punto di svolta si ha verso metà film, quando un fulmine colpisce la bara dove giace sepolta Helen, e le sue spoglie scheletriche appaiono come rimpolparsi di carne. Helen riappare a corte qualificandosi come un’altra donna di nome Mary, in realtà più un fantasma visto che alla fine se ne ritroverà il cadavere marcescente. Se non ci fosse quella scena del fulmine, rimarrebbe ancora un’ambiguità sull’effettiva natura trascendente della riapparizione della donna morta, anche per la pregressa storia di un classico come La donna che visse due volte, film che pure si risolve nel fantastico strano, visto che il ritorno di Madeleine nei panni di Judy si rivela alla fine quale una messa in scena. La Helen di Margheriti era pure morta buttata da un dirupo in un fiume, un po’ come la Madeleine hitchcockiana era caduta, prima nella baia e poi dal campanile. Margheriti mette in scena così il doppio, raddoppiandolo, creando una seconda donna che visse due volte nella sorella Lisabeth che pure viene uccisa, sempre da Kurt, e pure riappare come fantasma.

Ancora Margheriti gioca con l’ambiguità sul fantastico: non vediamo inizialmente il presunto fantasma di Lisabeth che sappiamo essere stata uccisa, la sua esistenza in vita viene riferita da altri. Lo stesso Kurt pensa che sia una macchinazione ai suoi danni da parte del prete di corte Von Klage, e una battuta di quest’ultimo può far credere a questa ipotesi. Nella rivelazione finale, delle due donne che vissero due volte, solo una si scopre davvero quale un fantasma, Helen/Mary, mentre il ritorno in vita di Lisabeth è spiegato con un trucco, con uno scambio di cadavere. Margheriti sa usare al contempo il fantastico strano e il fantastico meraviglioso di Todorov, combinando i temi del doppio e del fantastico. E usa una struttura narrativa fatta di doppi e di ritorni, come il sarcofago di pietra con il cadavere, o il rogo con cui si apre e chiude il film.

Oltre a Hitchcock tutta la struttura della sospensione ambigua dell’omicidio avvenuto o meno, del ribaltamento e della macchinazione, è una variante di quella di I diabolici di Henri-Georges Clouzot, opera peraltro con un gioco raffinatissimo sul fantastico, che confluisce nel fantastico strano ma solo apparentemente. Gli intrighi di corte, e le passioni, di I lunghi capelli della morte hanno qualcosa di shakespeariano. Kurt sembra un Macbeth che non esita ad assassinare chiunque possa intralciare le sue ambizioni dinastiche, di ricchezza e i suoi appetiti sessuali. Un Macbeth che solo in un secondo tempo è affiancato da una Lady Macbeth, nella figura di Mary, che lo sobilla e incita nei suoi disegni criminosi. Come nel testo del Bardo ci sono streghe e profezie, e shakespeariano è anche il pathos con cui seguiamo il malvagio quando si avvicina la sua fine e diventa nevrotico, tutto sta crollando attorno a lui che aveva tanto intrigato per il potere.

Ma seguiamo il villain, e la coppia diabolica, ancora con un meccanismo tipicamente hitchcockiano, quello di stare dietro al colpevole e vedere il tutto dal suo punto di vista, creando suspense per lui. Così è tutta la parte in cui Kurt e Mary uccidono Lisabeth e ne occultano il cadavere nel sarcofago (che ancora ci porta all’Hitchock di Nodo alla gola), rischiando di essere scoperti da Von Klage e di non riuscire a uscire dalla cripta nei vari tentativi di recuperare la chiave nella nicchia, secondo uno schema di imprevisti tipici hitchcockiani.

C’è poi tutto l’aspetto femminile di I lunghi capelli della morte, il tema dello sfruttamento della donna. La strega, posto che fosse davvero tale, non era colpevole, ma un capro espiatorio per celare il vero assassino. Il conte Humboldt, che pure è una figura positiva, o meno negativa, che si rivela compassionevole, non esita a pretendere favori sessuali a Helen in cambio della salvezza di sua madre, peraltro ingannandola, inducendo in una meschinità maschile intrinseca. E quando Kurt sposa Lisabeth e la possiede la prima notte, lei gli dice di aver avuto solo il suo corpo. L’incongruenza in questa lettura è la gelosia che successivamente la moglie mostra per l’amante Mary, come se si fosse col tempo affezionata a un marito imposto, ma potrebbe far parte della messa in scena che stanno ordendo contro di lui. E alla fine la sconfitta del malvagio Kurt è una sconfitta del maschio da parte di due donne. Il soggetto che vede il marito cercare di sbarazzarsi della moglie, uccidendola per poter avere via libera con l’amante, appartiene a una sensibilità femminista che il cinema italiano esprimeva in quegli anni in opere come Divorzio all’italiana di Germi, come nota Roberto Curti nel suo saggio Italian Gothic Horror Films.

Il gotico horror all’italiana, all’uscita di I lunghi capelli della morte è al suo apice ma si avvicina anche il suo declino con il canto del cigno che si fa risalire a Un angelo per Satana, del 1966, di Camillo Mastrocinque. Margheriti però, come Bava, ci ritornerà ancora nella sua carriera, con opere quali Contronatura, Nella stretta morsa del ragno, remake di Danza macabra, La morte negli occhi del gatto, anche con ibridazioni con altri generi come il western con E Dio disse a Caino…, fino al suo coinvolgimento nelle operazioni pop warholiane di Dracula cerca sangue di vergine e… morì di sete!!! e Il mostro è in tavola… barone Frankenstein.

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La scheda de I lunghi capelli della morte su Wikipedia

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