Mainstream

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Gia Coppola, rampolla della dinastia cinematografica capitanata da Francis Ford (di cui è nipote, figlia del figlio Gian-Carlo), firma con Mainstream un’opera che vorrebbe “denunciare” la degenerazione dell’immagine. Peccato che lo faccia aderendo completamente a quella tipologia di immagine, realizzando un guazzabuglio superficiale, rapido, e acritico. Nel concorso di Orizzonti alla Mostra di Venezia.

Stupido è chi lo stupido fa

La ventenne Frankie vive a Los Angeles, nei dintorni di Hollywood, e non sa ancora cosa voglia fare nella vita. Nel frattempo sbarca il lunario come barista in un club notturno che propone live show d’antan e dove il collega Jake le fa compagnia e un po’ la corteggia. Maniaca delle riprese con lo smartphone, un giorno il suo cammino incrocia quello di “Link”, un tizio bizzarro e senza fissa dimora, che però ha uno straordinario talento istrionico: un video casuale in cui Frankie lo riprende farà un boom di contatti su youtube. Un clic tira l’altro e la vita di Frankie è destinata a cambiare… [sinossi]

Fare gli stupidi per essere furbi: risuona all’incirca così una battuta ripetuta più volte dai protagonisti di Mainstream, secondo lungometraggio di Gia Coppola (suo nonno è il regista de Il padrino, sua zia ha diretto Lost in Translation) in concorso a Venezia nella sezione Orizzonti. Cosa fanno, infatti, i personaggi principali del film? Usano youtube, instagram, tik tok o qualsivoglia mezzo di massa per farsi notare e non ridursi a vivere come tutti, avere contratti e sponsor, ma anche per “inviare” messaggi che ritengono importanti a una generazione composta da monadi che seguono gli influencer, hanno i propri canali di auto-promozione e possono apprezzare solo una comunicazione semplice, immediata, veloce e priva completamente di dialettica. Insomma bisogna accettare il mezzo per far passare il messaggio: facciamo gli stupidi per essere furbi. Ma andiamo per gradi.

L’ennesima Coppola in circolazione si cimenta in un film che utilizza lo stile e la grafica dei social per mostrarne i limiti, le crudeltà, la creazione di falsi eroi se non l’idolatria per veri e propri psicopatici o sociopatici. Stilisticamente la regista gioca con emoticon, schermate dei cellulari e luci degli smartphone, usa il found-footage che va tantissimo in particolare nell’horror, crea un tessuto visivo che è anche una sorta di iptertesto fatto di tessere e componenti di tutti o tanti canali. Il risultato è però un guazzabuglio che replica lo stile da subumani con cui sono concepite app e stories e che, alla fine, ricorda un po’ anche le animazioni per bambini piccoli su Cartoonito o Rai Yoyo (senza offesa per quelle animazioni e quelle reti, che sono pensate per un pubblico ben al di sotto dei 10 anni) o i mitici Teletubbies. Sappiamo che milioni di adolescenti si stanno adeguando a questo linguaggio ma questo non comporta necessariamente che lo spettatore debba essere gettato in un’aberrazione filmica, certamente molto pensata da Gia Coppola, che riverbera lo stile rapido, privo di spessore, urlato, assertivo e senza stratificazione che Mainstream racconta come un pericolo della nostra epoca. Gia Coppola ha dichiarato in conferenza stampa a Venezia che nel film “non ci sono giudizi: ero piena di pregiudizi che via via sono svaniti” eppure in Mainstream il giudizio c’è eccome, visto che il co-protagonista, Link (Andrew Garfield che cerca di fare Joaquin Phoenix), diventa un’icona del web e dei telefonini pur essendo una persona palesemente squilibrata e pericolosa. Questo Joker dei poveri solletica fin da subito l’interesse di Frankie (Maya Hawks, figlia di Uma Thurman ed Ethan Hawks…), vera protagonista del film, ventenne senza arte né parte ma che vorrebbe tanto (non si sa perché) fare l’artista. Frankie lavora in un bar-club che è esattamente l’antitesi di quel che vogliono i giovani, la gente, questa zozza società: il locale è infatti un posto dove si esibiscono cariatidi dei tempi andati, barzellettieri o tristi crooner. Per fortuna c’è Jake (Nat Wolff), suo coetaneo e collega di sventura, che palesemente stravede per lei ma che evidentemente ai suoi occhi non possiede quel tocco di creatività artistica che invece Link ha. E che di talento ne abbia da vendere Link lo dimostrerà subito, non appena la sua strada incrocerà quella di Frankie che, sfoderando il suo cellulare, immortalerà una sua “performance” in un luogo pubblico, fatta anche per far colpo su di lei. Da quel momento: boom! Il canale youtube della fanciulla è tutto una visualizzazione e un commento. Tempo un altro video e Link inventa un nome per il suo personaggio: No One Special (Nessuno di speciale), ovvero un babbeo che blatera cose assurde con fare volgare e movenze da schizoide e che dice sempre quel che pensa. Uno che insomma è come tutti ma a differenza di tutti non si lascia imbavagliare… Tempo dieci minuti e già li contatta un manager: Frankie si ritrova così al centro di un grande business creativo fatto di produzioni, studios, milioni di dollari. Ma l’affare è anche pericoloso perché agli utenti va dato quel che chiedono… E non è che chiedano proprio di leggere L’Idiota. Sarà quel che sarà ma anche lo spettatore di Mainstream deve sorbirsi le orride messe in scena di Andrew Garfield e della sua scarsamente talentuosa partner Frankie (fa la regista dei video…) dunque alla fine della storia il film è gradevole come una serata passata a guardare dei video trash al pc (a qualcuno piacerà senz’altro). Ovviamente Frankie tornerà poi sulla retta via e capirà che Link non è una bella persona, ma nel frattempo noi abbiamo passato novanta minuti con immagini stupide e trash che pretendono di raccontare la generazione immersa in immagini stupide e trash.

Come sono i personaggi del film? Sono bidimensionali, funzioni pure, e in questo ricordano i teen movie dove c’è la ragazzina che deve maturare, l’amico perbene che la ama ma che lei snobba preferendogli il fascinoso istrione che però non è quel che sembra ed è pure stronzo. Prima di mettere a punto lo stile “emoticon” (per cui, per intenderci, in una scena Frankie vomita ma al posto del bolo escono cuoricini, faccine, ecc.) Mainstream si apre come un lezioso indie movie con tanto di scritte-didascalie da cinema muto per esporre fuori campo i desideri di Frankie. Poi c’è la presentazione del club in cui lei lavora e in cui, ovviamente, girano persone bizzarre, peculiari, casi umani/pezzi unici ma tutti buoni: l’estetica dei “weirdo” tanto affascinanti che rendono frizzante la vita, i tizi strani e irrinunciabili degli indie movie americani, prevede infatti anche che esista un tizio vestito da topo (Link). Così come prevede la cena romantica in cui i due personaggi preferiscono mangiare e parlare sotto al tavolo, il timelapse durante le sessioni creative nel salotto indie di Frankie che ovviamente ha abiti graziosi, la testa fra le nuvole e ti guarda con gli occhioni. È da un immaginario tritamente indie/modaiolo che Gia Coppola parte per poi arrivare alle schermate dei telefonini e a youtube (la cosa fa pensare che forse tra i due mondi c’è pure un certo legame, una certa coerenza estetica) realizzando un pastiche devastante, tollerabile (forse) se la regista avesse davvero tanto ma tanto ma tanto di interessante da dire. Invece Link è un Joker di serie B (ma anche C) e Mainstream sta a Un volto tra la folla di Kazan più o meno come un audiolibro per l’infanzia sulle balene sta a Moby Dick.

Chissà dove realmente Gia Coppola si colloca nel grafico di Carlo Cipolla. Poiché però non è rilevante saperlo, vale la massima di Forrest Gump “stupido è chi lo stupido fa”. Ciò che conta sono gli atti. Ma se per “denunciare” i pericoli o raccontare i modi di una comunicazione superficiale, rapida, acritica si realizza un guazzabuglio superficiale, rapido, acritico, incentrato su personaggi con le stesse caratteristiche e raccontati in maniera superficiale, rapida, acritica, allora forse la massima di Forrest Gump è quello di cui abbiamo bisogno.

Info
Mainstream sul sito della Biennale.

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