Conference

Conference

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Conference, il quarto lungometraggio da regista di Ivan I. Tverdovsky si confronta con una ferita ancora sanguinante della recente storia russa, la strage del 26 ottobre 2002 al Teatro della zona Dubrovka. Lo fa muovendosi su un crinale pericoloso, quello di rendere “universale”, e dunque politica, la figura della protagonista; riesce comunque sempre a evitare di scivolare malamente. In concorso alle Giornate degli Autori alla Mostra di Venezia.

“Poche lacrime. Niente verità”

Natalia, suora in un remoto monastero russo, torna a Mosca diciassette anni dopo l’attacco al Teatro Dubrovka del 2002 per organizzare una serata commemorativa in onore delle vittime: la donna stessa fu ostaggio dei terroristi assieme alla sua famiglia e in quel contesto suo figlio, allora bambino, perse la vita. La figlia sopravvissuta, oggi donna, vive assieme al padre diventato disabile e detesta quella madre che in seguito alla tragedia li ha abbandonati senza affrontare la verità: Natalia è infatti sovrastata da insopprimibili sensi di colpa, i cui motivi emergeranno durante la commemorazione… [sinossi]
Dopo la tragedia del Teatro Dubrovka
le autorità non hanno fatto altro
che assolversi, lodarsi, coccolarsi.
E invece la seconda guerra cecena non solo non è finita,
ma ha stretto ancor di più la sua morsa.
È degenerata nell’annientamento e nella neutralizzazione
di chiunque lavori per la pace
e cerchi di impedire che la crisi cecena
sfoci in nuovi atti di terrorismo
quale unica risposta lecita
al terrorismo di Stato in Cecenia.
Anna Politkovskaja, Dopo Beslan, 2004

Al suo quarto lungometraggio, il trentaduenne regista moscovita Ivan I. Tverdovsky si confronta con una ferita ancora sanguinante della recente storia russa, ossia la strage del 26 ottobre 2002 al Teatro della zona Dubrovka in seguito al sequestro, la sera del 23, di oltre 800 spettatori da parte di una quarantina di terroristi ceceni che chiedevano il ritiro delle truppe militari russe dalla loro regione. Tverdovsky si guarda bene dall’addentrarsi nel terreno delle responsabilità politiche e semmai cerca di riportarle all’alveo del privato, nel rapporto dolorosissimo tra una madre e una figlia e nelle differenti elaborazioni di un trauma inimmaginabile. Dedicato alle vittime dell’attacco terroristico, Conference incarica la sua protagonista Natalya – che si è fatta suora abbandonando la figlia e il marito sopravvissuti – di portare sulle proprie spalle l’ambiguità della memoria e la menzogna dell’assoluta innocenza. Interpretata con partecipazione da Natalya Pavlenkova, già diretta da Tverdovsky nel suo esordio e in Zoology, la protagonista riesce solo dopo 17 anni a rivelare pubblicamente le proprie azioni passate durante quella tragedia devastante e concitata che si risolse con la scelta delle autorità russe di inondare il teatro con un gas tossico, uccidendo i terroristi ma anche 130 ostaggi, cittadini mandati a morte all’alba di una mattina di ottobre. A differenza di Natalya, però, la Russia non pare aver mai fatto i conti pubblicamente con quell’azione militare né con i parenti delle vittime che da anni chiedono al Governo di riaprire un’inchiesta su quegli avvenimenti.

L’idea di “ripulire”, negare, sfalsare i piani e disorientare è ben colta dal regista grazie a una messa in scena in cui lo spazio funziona come continuo depistamento dello sguardo o delle sue aspettative. L’incipit di Conference è una lunga ripresa fissa e dall’alto sulle pulizie della platea del teatro all’indomani di una rappresentazione nel centro culturale (tuttora attivo); segue uno sfalsamento di piani in una semplicissima scena di dialogo, in cui però il campo/controcampo disegna uno spazio differente da quello che ci attenderemmo. La parzialità/fallibilità dello sguardo dei personaggi e dello spettatore è chiamata in causa continuamente nel film, in particolare nella parcellizzazione degli ambienti persino nell’episodio centrale di Conference nel Centro culturale, ossia in quello che chiamammo “Teatro Dubrovka”. Natalia lo ha affittato per una commemorazione, invitando i sopravvissuti e i parenti delle vittime nell’anniversario dell’attacco del 26 ottobre al fine di ricordare, tutti assieme, i singoli momenti del sequestro. Si tratta di una sequenza di circa un’ora, in cui lo spazio non è comunque mai perlustrato o attraversato, ma solo o mostrato in campo lungo (dal palco sulla platea) o rievocato e scomposto negli interventi dei pochi sopraggiunti, seduti negli stessi posti che ebbero in sfortunata dote in quelle giornate di ottobre. La ricostruzione si limita a momenti del vissuto, dalla paura al racconto di come si poteva andare in bagno o mangiare, ma non vediamo o percepiamo l’insieme organico – nè fisico nè psichico – in cui accaddero gli avvenimenti. Sono pochi gli avventori di questa rimessa in scena mnemonica, di una questa cronaca imbastita da Natalya per arrivare alla scena madre: Natalya ha in fondo organizzato tutto per cercare una svolta interiore al proprio senso di colpa, che ha trovato rifugio solo in un monastero lontano dai propri famigliari. Natalya non fu eroica in quel teatro e ha in seguito vissuto in una negazione protratta e crudele. Conference è tripartito: ha un inizio con l’organizzazione della serata commemorativa e un primo confronto tra Natalya e la figlia Galya (Kseniya Zueva), ha una lunga parte centrale all’interno del teatro, ha un finale in cui si torna sul versante personale per chiudere la trama psicologica e famigliare. Quando si affonta la possibilità di ricucire la relazione con la figlia, il film si fa più doloroso e riesce a uscire da un certo gelo che lo pervade; Conference è in prima battuta la storia di una donna che non riesce ad accettare il proprio comportamento in una situazione molto pericolosa e molto più grande di lei ed è per questo che il film riesce a possedere più forza proprio nelle scene ambientate a casa di Galya, nei confronti famigliari, nel racconto dell’intimo e dello strazio personale. Ma, appunto, la frammentazione dell’esperienza traumatica – anche quando viene ripensata nel luogo del delitto – rende la realtà necessariamente relegata al mero privato, fenomeno interiore cui fa eco la frammentazione esteriore degli spazi individuali, singolari, raramente condivisi in profondità: tutto questo fa pensare che il film suggerisca la perdurante mancanza di un’anamnesi collettiva come ragione di un insanabile dolore e che solo attraverso un’ampia (e impossibile) condivisione politica e pubblica, l’evento traumatico potrebbe superare la dimensione della solitudine cui pare invece destinato.

Natalya non è la madre senza macchia sopravvissuta al figlio eppure, affrontando a viso aperto fin da subito la propria fallacia, poteva elaborare e continuare a essere madre per Galya e moglie per il marito Oleg. L’assenza di un contesto più ampio (scelta ben precisa del regista) rende un po’ meccanico e quasi ineluttabile sovrapporre dunque l’incapacità di Natalia con quella di un Paese che non può dirsi innocente nella risoluzione di quell’evento ma soprattutto nella mancata elaborazione della verità circa quell’evento. La sovrapposizione è forzata, ma la decisione di realizzare un film su una delle più terribili stragi degli ultimi 20 anni in Europa senza richiamare nessun tratto politico, la rende abbastanza spontanea. L’isolamento e l’incapacità di dare senso al proprio vissuto, cui sono lasciati i personaggi del film, vengono riportate allo spettatore che probabilmente deve decidere cosa vedere in quel che vede, il senso della commemorazione e dell’abbandono a loro stesse di persone ferite o distrutte. Una desolazione che Conference comunque restituisce, muovendosi però su un crinale decisamente pericoloso, ossia quello di caricare di una lettura più vasta, genericamente “politica”, il personaggio principale. Una certa ambiguità resta (non aiutata dalla già citata dedica finale) eppure, giocando con l’idea di un’impossibile ricomposizione e di un altrettanto impossibile riconoscimento politico dei dolenti incubi singolari, il regista riesce a cavarsela fino alla fine senza inciampare eccessivamente su un terreno molto minato.

Info
Conference sul sito delle Giornate degli Autori.

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