Laila in Haifa

Laila in Haifa

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Nuovo tassello di una filmografia dedicata alle contraddizioni del proprio paese, Laila in Haifa di Amos Gitai lascia implodere i conflitti tra palestinesi e israeliani in un locale/galleria d’arte di Haifa, dove non tutti hanno cose interessanti da dire. In concorso a Venezia 2020.

Una notte ad Haifa

Nel corso di una notte, attraverso una serie di incontri e situazioni si intrecciano le storie di cinque donne, che nelle loro relazioni e identità personali sfidano ogni categoria e classificazione. Un’istantanea di vita contemporanea, in uno degli ultimi luoghi rimasti in cui israeliani e palestinesi si ritrovano per impegnarsi in relazioni faccia a faccia. [sinossi]

Film dopo film, Amos Gitai ha costruito e consolidato una filmografia estremamente coerente, dedita a declinare le difficoltà e le conflittualità del suo essere israeliano, in maniera mai riconciliata, né probabilmente riconciliabile. Tornato in concorso a Venezia, a cinque anni di distanza dall’ottimo e assai solido Rabin, the Last Day (il successivo A Tramway in Jerusalem, 2018, era fuori competizione al Lido) Gitai con Laila in Haifa fa implodere le tensioni legate al conflitto arabo-israeliano all’interno di un locale notturno con galleria d’arte annessa, animato da una varia umanità.

Giovane gallerista ambiziosa ma ingenua, Laila (incarnata da Maria Zreik, ma il titolo del film ha un doppio significato, dato che in arabo “laila” significa notte) ha messo su il suo locale grazie al denaro del ricco e anziano marito e ora medita di diffondere l’arte palestinese in America con l’aiuto, per nulla disinteressato, di una collega più matura e ben inserita nell’ambiente statunitense. Gli ultimi preparativi sono in corso quando la star della serata, il fotografo Gil (Tsahi Halevi), nel corso di un elaborato piano sequenza, subisce un’aggressione fuori dal locale. È proprio Laila a trascinarlo premurosamente dentro, e noi con lui, affinché la serata abbia inizio. Prima dell’ingresso del pubblico, uno degli ultimi preparativi ci mette subito in guardia: c’è una foto che va spostata, perché al pubblico piace vedere immagini di resistenza e non di soldati armati.

Composto prevalentemente da scene di dialogo – se si eccettua il piano sequenza iniziale – e di un paio di monologhi, Laila in Haifa è un compendio di dissertazioni su arte e politica (e sull’arte politica), sulla convivenza, la Storia, gli amori infelici, il reciproco sfruttamento di due culture compresenti eppure ostili, gravate da un ingombrante, violento passato. Dialogo dopo dialogo, dissertazione intrecciata ad altra dissertazione, il pubblico e il privato dei personaggi si confondono, così come le loro origini, la loro appartenenza non è infatti mai sottolineata da alcun didascalismo. Solo in un’unità di tempo (nel corso del film: una notte) o, in senso più lato, in un infinito presente, è possibile secondo Gitai condividere il medesimo territorio, come ben esemplifica tra l’altro la scelta anche di un’unità di luogo (il locale/galleria) in cui si vanno a incastrare personaggi e vicende. A tal riguardo bisogna dire che è proprio nella terza unità aristotelica, quella d’azione, e nel suo debole funzionamento che è possibile rinvenire il difetto principale di Laila in Haifa. Questa coralità di personaggi non ha infatti un obiettivo comune, ciascuno parla per sé, fatta eccezione forse per la “fondamentalista” nerovestita, l’unica a porre ancora, seppure sul crinale del macchiettismo, delle rivendicazioni di natura politica a chiunque incontri. Per gli altri personaggi, lo scopo è sempre di natura personale (Laila vuole portare l’arte palestinese o semplicemente se stessa negli USA?), o al limite passionale. In questo è forse rinvenibile lo sguardo critico di Gitai sulla gioventù contemporanea, tutta concentrata su se stessa, sul mito di un successo altrove, o semplicemente rinchiusa troppo piacevolmente in un locale alla moda per pensare davvero di avere un ruolo sociale che non sia di natura imprenditoriale. Ma anche su questo Gitai, e dunque Laila in Haifa, resta ambiguo, vuole porsi come un intreccio di questioni da rilanciare allo spettatore, e ciò a lungo andare fa perdere di vista il centro (o i centri) del discorso.

Alcuni personaggi sono poi destinati a restare involuti, come ad esempio la tenera coppia gay, o il travestito barbuto, o quel danzatore volteggiante come un derviscio, o ancora quella coppia malassortita creata dalla frequentazione di un sito per incontri. Sono queste delle comparse che restano ai margini del racconto e finiscono per risultare quali interventi di puro “colore” sociale. Funzionano poco poi quei due monologhi che interrompono il fluire dialogico del racconto, in particolare quello affidato alla giovane moglie del cuoco del locale, che non vuole figli, si sente sessualmente repressa, i cui problemi personali in sostanza non si riescono a inserire pienamente dal contesto.

Quanto allo stile di ripresa, quel piano sequenza iniziale rimane un caso isolato e dunque ha funzioni esclusivamente introduttive, siamo perciò lontani da quell’analisi del conflitto arabo/israeliano fatta attraverso il linguaggio cinematografico che caratterizzava ad esempio Alila (2003) con i suoi carrelli laterali o il più recente Ana Arabia, tutto sapientemente orchestrato in un unico piano sequenza.

È un film ricco di spunti interessanti Laila in Haifa ma finisce per dissiparli in troppi rivoli che non combaciano, la sua coralità non sa farsi squadernamento ragionato di più ampio respiro, né d’altro canto le unità di tempo e luogo gli conferiscono sufficiente rigore.

Info: La scheda di Laila in Haifa sul sito della Biennale.

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