Come Here
di Anocha Suwichakornpong
Presentato alla sezione Forum della Berlinale 2021, Come Here (Jai Jumlong) è l’ultimo lavoro della filmmaker tailandese Anocha Suwichakornpong, ancora un viaggio per immagini, ancora un’opera criptica e misteriosa che ruota attorno a un evento storico traumatico.
La morte corre sui binari
Quattro amici sui venticinque anni vanno a Kanchanaburi, nell’ovest della Thailandia, per un viaggio. Vorrebbero visitare l’Hellfire Pass Interpretive Centre, il museo commemorativo delle innumerevoli vittime della “ferrovia della morte” nella Seconda Guerra Mondiale , ma l’edificio è chiuso per ristrutturazioni. Alloggiano presso una casa zattera sul fiume. Si scopre che sono attori di una compagnia teatrale. Parallelamente una donna che si ritrova sola nel mezzo della foresta, beve, si lava il viso nel fiume. [sinossi]
Dopo un film incentrato sulla violenta repressione della protesta studentesca del 1976 in Thailandia, By the Time It Gets Dark (Dao khanong), presentato a Locarno nel 2016, Anocha Suwichakornpong parte ancora una volta da luoghi che preservano un passato doloroso per il suo ultimo lavoro Come Here (il titolo originale è ใจจําลอง traslitterato come Jai Jumlong) presentato al Forum della 71a Berlinale. L’evento cui si fa riferimento riguarda la realizzazione della ferrovia di collegamento tra Thailandia ed ex-Birmania durante la Seconda guerra mondiale, per la quale l’esercito nipponico impiegò lavoratori asiatici e prigionieri di guerra ai lavori forzati in condizioni disumane, con un numero di vittime stimato in 90.000, per i civili, e 16.000, tra i prigionieri di guerra alleati. Tra le infrastrutture realizzate per questa linea ferroviaria figura anche il ponte che attraversa il fiume Khwae Yai nel punto di confluenza con il Khwae Noi, nella zona di Kanchanaburi, in cui diventa il fiume Mae Klong, che ha ispirato lo scrittore francese Pierre Boulle per il romanzo Il ponte sul fiume Kwai da cui David Lean ha tratto il celebre film.
La zona di Kanchanaburi è ora una meta turistica di grande richiamo per le sue bellezze naturalistiche. Sono turisti i quattro ragazzi protagonisti di Come Here, che alloggiano in una suggestiva tipica casa zattera sul fiume. Sono allegri e spensierati, con uno stile di vacanza da interrail, zaino in spalla. Cercano anche di visitare l’Hellfire Pass Interpretive Centre, il museo della memoria di quell’eccidio, ma lo trovano chiuso per lavori di ristrutturazione. Percorreranno solo il Memorial Walking Trail, il tragitto che segue la linea ferroviaria. Il loro atteggiamento nei confronti di quei luoghi della memoria non sembra molto partecipe a quel dolore, in quanto giovani desensibilizzati e superficiali. Il loro comportamento è quello dei turisti dell’Olocausto ritratti da Sergey Loznitsa in Austerlitz, film che la regista cita perché perfettamente combaciante con quanto da lei osservato e sperimentato in quei memoriali thailandesi. Il luogo semmai evoca loro canzoni popolari degli anni Ottanta, amate dai genitori, una località ormai diventata “divertimentificio” a uso e consumo dei turisti, con le sue bellezze naturali, con i suoi festival di fuochi artificiali, le sue giostre.
Parte del film si svolge nella casa zattera, tipica sulle rive del Mae Klong, protesa sulle acque del fiume, su una natura maestosa. Ancora una volta, dopo By the Time It Gets Dark, con quella casa aperta e immersa nella natura, Anocha Suwichakornpong mette in scena gli avamposti ultimi dell’avanzare della civiltà antropica, le propaggini dell’uomo in un processo di erosione continua nell’ambito di un conflitto eterno tra natura e cultura, tra magia e memoria storica. Baluardi di un’umanità in espansione, che invade la natura, penetrandola, sono rappresentati da quel cantiere del museo, dagli insediamenti turistici, i resort a zattera, dalla diga con il suo bacino artificiale che imbriglia le acque. Ma anche dalla ferrovia stessa, con i suoi passaggi scavati con attrezzi manuali dalle centinaia di migliaia di lavoratori schiavizzati, come si vede in quelle superfici scheggiate di roccia che il film esibisce da subito nella vista dai finestrini del treno.
Anocha Suwichakornpong fa uso di split screen in orizzontale per visualizzare le antinomie di cui sopra, a partire da quello che rappresenta la foresta abbinata al cantiere. Anche nella costruzione dell’immagine, in un bianco e nero sgranato, abbondano le linee di separazione, che demarcano per esempio interno ed esterno della casa zattera, spazio poi ulteriormente stilizzato dalla scenografia teatrale, oppure le stanze dell’appartamento del ragazzo. La foresta rimane lo spazio della vita di sussistenza ma anche della magia, in quella stessa cultura cui appartiene Apichatpong Weerasethakul. La foresta diventa teatro di uno Strade perdute, di un lynchano shift di identità: la ragazza, che ci guardava in camera, è ora un ragazzo che ancora ci fissa. La tensione tra natura e cultura è continua, negli attori che imitano i versi degli animali, cani, galli e scimmie in un momento nella balera dove si esercitano in pantomime sembrerebbe sul modello delle scimmie quasi umane, e interpretate da attori, de L’alba dell’uomo, il primo segmento di 2001: Odissea nello spazio. E poi negli stessi personaggi, la ragazza e il ragazzo in cui si è sdoppiata, visti in versione selvaggia e urbana, in cucina o in una biblioteca; nel vecchio zoo di Bangkok di cui si parla e si vedono immagini di repertorio; nell’aria pura che si respira in quei posti; nelle formiche che invadono tutto, che brulicano in quel terreno più volte inquadrato nel film.
Anocha Suwichakornpong affronta temi, la schiavitù, il militarismo, in realtà mai eradicati, che ancora albergano nella società thailandese e non. Ne rappresenta un accenno il passato nell’esercito di uno dei ragazzi, come si rivela quando allestiscono la scenografia, che ancora dovrebbe avergli dato un’esperienza negli allestimenti, nelle costruzioni. La regista mette in scena, come già in By the Time It Gets Dark, i passaggi di stato tra realtà e finzione, mettendo in scena la rappresentazione stessa. I ragazzi fanno parte di una compagnia teatrale, stanno allestendo una scenografia e facendo esercizi di training che forse combaciano con quelli che Anocha Suwichakornpong ha fatto con gli stessi attori. Lei peraltro ha raccontato di aver lavorato in laboratori con gli interpreti prima di decidere di assegnare i ruoli, facendo provare a ogni attore tutte le parti. Al momento della rappresentazione teatrale, dal teatro si torna al cinema, da una scena statica, da uno spazio vuoto che è ancora un interno aperto, fatto di due stanze. Nella seconda delle quali le immagini di uno schermo riprendono a correre sulle rotaie per tornare a Bangkok e poi alle immagini di repertorio del vecchio zoo. Quadri secondari erano già del resto i finestrini del treno, e la portiera aperta, da cui scorreva il paesaggio della ferrovia della morte. C’è una fondamentale differenza però con By the Time It Gets Dark: gli artisti non vogliono rappresentare, nel loro lavoro, la tragedia storica della linea Siam-Birmania. Del resto sono privi di coscienza civile, e il loro incontro con il luogo storico della tragedia è una collisione/elusione alla Austerlitz. La scenografia riproduce in modo stilizzato la loro stessa casa zattera e i dialoghi, come si vede alla fine del film, riproducono quelli di una scena iniziale, dove peraltro si allude al loro status stesso di attori con relativa precarietà economica. Gli interpreti si palesano così come tali. Le scatole cinesi si rivelano così come vuote, richiamando alla fine a se stesse. Come Here non è un film politico sull’eccidio di Kanchanaburi, ma è un film teorico sulla possibilità di rappresentazione dello stesso, che non può che eluderlo, come del resto analogo era lo sviluppo di By the Time It Gets Dark. Non si può rappresentare direttamente per immagini un tale orrore, se non semplificandolo ed edulcorandolo in un kolossal anglo-hollywoodiano.
Info
Come Here sul sito della Berlinale.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Jai jumlong
- Paese/Anno: Thailandia | 2021
- Regia: Anocha Suwichakornpong
- Sceneggiatura: Anocha Suwichakornpong
- Fotografia: Boonyanuch Kraithong, Ming Kai Leung
- Montaggio: Aacharee Ungsriwong
- Interpreti: Apinya Sakuljaroensuk, Bhumibhat Thavornsiri, Sirat Intarachote, Sornrapat Patharakorn, Waywiree Ittianunkul
- Produzione: Diversion, Electric Eel Films
- Durata: 69'




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