Leave No Traces

Leave No Traces

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Un tragico caso di cronaca nella Polonia comunista del 1983, la brutalità poliziesca che non lascia scampo al giovane Grzegorz Przemyk, massacrato di botte per motivi nebulosi quanto futili. E un intero apparato statale che, pur di non ammettere un errore, mette in atto una complessa trama di ricatti e intimidazioni. Nella Selezione Ufficiale, e in Concorso, a Venezia 78.

Come posso tesoro tenerti sul cuore / se stanotte a Varsavia si muore

Polonia, 1983. Il Paese è scosso dal caso di Grzegorz Przemyk, uno studente liceale picchiato a morte dalla milizia. Ispirato a fatti realmente accaduti, il film ripercorre la storia di Jurek, l’unico testimone del pestaggio che, da un giorno all’altro, diventa il nemico numero uno dello Stato. Il regime tirannico mette in moto l’intero apparato – servizi segreti, milizia, media e tribunali – per annientare Jurek e le altre persone coinvolte nel caso, inclusi i suoi genitori e la madre di Przemyk, Barbara. [sinossi]

Il caso della morte violenta di Grzegorz Przemyk, nel 1983, scosse l’Europa al punto tale da essere ricordato ancora oggi dai testimoni d’epoca, e l’eco del fattaccio anche da chi non era ancora presente. Pierangelo Bertoli dedicò all’avvenimento il pezzo Varsavia, contenuto nell’album Dalla finestra dell’anno successivo, e un ragazzo polacco nato proprio nel 1984, il regista polacco Jan P. Matuszyński, decide nel 2021 di rievocare i fatti con Leave No Traces, in Concorso alla Mostra di Venezia. L’universalità della vicenda non ha bisogno di essere ulteriormente sottolineata: qui in Italia i casi Cucchi, Uva, Aldrovandi e tanti altri gridano ancora vendetta. Ma non solo, la Polonia sta pian piano ricadendo in un regime autoritario di segno politico opposto, al comunismo all’ultradestra, e gli artisti non hanno altre armi che evocare, come un monito, le storture del passato. Se il cinema polacco di approvazione statale tende alla rappresentazione manichea, questo film si discosta da quella linea proponendo una denuncia dell’autoritarismo cieco accorata e sincera, capace di essere compresa e introiettata ad ogni latitudine.

Il regime sovietico crollò per paranoia interna oltre che per pressioni esterne, e più di un film in questa Mostra (vedasi anche il russo Captain Volkonogov Escaped) sottolinea proprio questo aspetto: l’incapacità dell’apparato statale di ammettere il benché minimo errore e la furia paranoica alla ricerca del delatore di turno minarono alla base la fiducia popolare, instaurando uno stato di terrore impossibile da gestire a lungo termine, se non tramite un brutale Stato di polizia. Negli aderenti al Patto di Varsavia la situazione non era dissimile, ed è questo il vero cuore delle due ore e mezza abbondanti di proiezione di Leave No Traces. Con una narrazione densa ma estremamente scorrevole, l’opera parte dal pestaggio (tubi di gomma sul torace per non lasciare tracce, come da titolo) e si concentra poi sull’estenuante lotta per la giustizia di un pugno di conoscenti, su tutti la madre di Grzegorz, Barbara, e l’amico picchiato insieme a lui ma riuscito ad uscirne quasi indenne, Jurek. Un gruppo di persone progressiste, dedite all’arte, operanti in una sorta di comune aperta, tutti elementi che verranno trasformati in capi d’accusa infamanti, con un’operazione di discredito sistematica e agghiacciante nella sua (apparente) insensatezza. Tasse aumentate, macchina del fango, tutto per evitare la testimonianza al processo che, come da miglior tradizione di genere, arriverà a chiudere il film.

Il regista gira in 35mm per poi riversare in digitale, e la scelta dona una veste pastosa che aiuta la ricostruzione d’epoca, con una cura del particolare davvero non comune: si veda la rappresentazione della spietata procuratrice che istruisce l’accusa, abbigliata e illuminata come una “babushka” presa di peso dalle opere del realismo socialista di epoca staliniana. Matuszyński sceglie il leit-motiv come mezzo per puntellare emotivamente la stratificata narrazione, esempio su tutti i colpi alla porta di casa: secchi, duri, assordanti quelli dell’autorità (che non aspetta altro che una mancata reazione per sfondarla di peso), più discreti quelli degli amici. Naturalmente, in un film che parla (anche) di doppiogiochismo insinuante, i primi confluiranno nei secondi, e nemmeno di questa traccia sonora ci si potrà più fidare. Nessun problema, dunque, tranne una medietà di approccio che, all’interno di un Concorso composito e variegato, non porta l’opera a spiccare particolarmente, sia sul lato tematico che su quello stilistico. Ma non è un difetto di per sé, e il consiglio è comunque quello di tenere sotto controllo la distribuzione del titolo, in qualunque forma (ormai è persino inutile specificarlo, ma tant’è) questa debba arrivare. La lezione impartita sulla costruzione “di sistema” del capro espiatorio, sulla demolizione prima di tutto morale della scheggia impazzita che non si riesce a ricondurre all’ovile, è valida ancora oggi e lo rimarrà, crediamo, per molto tempo a venire.

Info
Leave No Traces sul sito della Biennale.

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