Sulla mia pelle

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Sulla mia pelle di Alessio Cremonini mette in scena con efficacia il dramma della morte di Stefano Cucchi, adottando un punto di vista più umanista che politico. In concorso in Orizzonti a Venezia 75.

Ricordatevi di me

Il racconto degli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi e della settimana che ha cambiato per sempre l’esistenza della sua famiglia. [sinossi]

La morte di Stefano Cucchi, avvenuta il 22 ottobre 2009, a una settimana dal suo arresto, è contraddistinta dal letale concorso di colpa e/o omissione e/o omertà da parte dei fondamentali garanti dell’ordine pubblico: i carabinieri, la polizia penitenziaria, i medici, i giudici. Cucchi è stato arrestato per detenzione di stupefacenti – e accusato di spaccio -, e poi è stato picchiato selvaggiamente e lasciato morire senza le necessarie cure. Ed è solo grazie all’ostinazione della famiglia – e, in particolare, della sorella – se la sua storia ha assunto le proporzioni di paradigma dell’assenza di uno stato di diritto in Italia, ricordandoci tra l’altro ancora una volta, a otto anni dal G8 di Genova, che nel nostro paese non esisteva – incredibilmente – all’epoca il reato di tortura. Reato poi introdotto nel 2017, ma ancora adesso inadeguato, visto che la possibile imputazione scatta solo se i maltrattamenti vengono reiterati. Cucchi difatti venne probabilmente picchiato una volta sola, ma per l’appunto in maniera devastante.

Il pestaggio da parte dei carabinieri Alessio Cremonini sceglie di non mostrarlo in Sulla mia pelle, film selezionato in Orizzonti a Venezia 75 e dedicato per l’appunto al caso Cucchi. Ed è proprio intorno a questa decisione che ruota molto del senso del film: misurato, trattenuto, commovente, efficace nel mostrare un corpo in disfacimento, ma senza spingere sulla polemica o sullo scandalo, o ancora sull’indignazione urlata. Così, più che un film di denuncia o un film-inchiesta, Sulla mia pelle appare come un racconto umanista dai contorni kafkiani sulla morte di un giovane, e sull’incapacità (e, spesso, la mancanza di volontà) da parte del prossimo di rendersi conto di quanto la situazione stesse diventando grave. Un uomo muore e nessuno se ne rende conto, perché nessuno – giudici, medici, infermieri, poliziotti – vuole aiutarlo davvero. L’indifferenza generalizzata da parte delle pubbliche istituzioni è già un importante atto d’accusa che lancia Sulla mia pelle, senza però – nel contempo – allargare il discorso e spingersi fino alla sponda che costoro ebbero sul piano politico – come d’altronde già accadde sempre con il G8 di Genova -, vale a dire da parte di Alfano e di Carlo Giovanardi, con il primo che avvallò la tesi della ‘caduta dalle scale’ e con il secondo che disse che Cucchi morì perché drogato, salvo poi pentirsene.

Non segue dunque questo filone Alessio Cremonini (autore nel 2013 di Border e co-sceneggiatore, tra gli altri, di Private di Saverio Costanzo), ed è una scelta che può essere o meno condivisa, ma che appare comunque coerente nel modo in cui è impostato Sulla mia pelle. Quello a cui assistiamo sono le conseguenze del fatto nudo e crudo, e con sé la difficoltà di verbalizzarlo, tanto che non solo il personaggio di Cucchi, sempre più provato nel fisico, non riesce e, a tratti, non vuole (per paura di ulteriori ritorsioni) raccontare quanto gli è successo, ma persino i suoi genitori sembrano incapaci di poter esprimere la loro rabbia di fronte alle istituzioni che vogliono impedire di fargli vedere il figlio. Così, è solo quando interviene il personaggio della sorella – che non a caso emerge pian piano all’interno della narrazione – che il fatto comincia ad avere anche una sua rappresentazione. Ed è in tal senso dunque che Sulla mia pelle sembra vestirsi di contorni kafkiani, laddove per l’appunto non si riesce a razionalizzare quel che ci accade.
Impossibilitato a incontrare i suoi genitori o anche solo a parlare con l’avvocato, Stefano d’altronde trova conforto solo in brevi dialoghi con altri detenuti, comunicando magari anche da una cella all’altra. Ed è a loro che confessa la verità sul pestaggio, è solo con loro che trova un terreno di condivisione e di empatia. E ciò connota ulteriormente Sulla mia pelle come un film umanista, molto riuscito quando si concentra proprio sul dolore di Cucchi, un po’ meno in alcune sequenze in cui mostra i genitori e la sorella, dove la regia appare un po’ troppo scolastica. Ben più espressive sono invece quelle inquadrature che mostrano Cucchi a letto, come dei quadri di morte e disperazione che possono lontanamente ricordare una rappresentazione cristologica tra Pasolini e il Mantegna. E Alessandro Borghi nel ruolo del protagonista si dona totalmente, segnalandosi da subito come una delle interpretazioni da tenere maggiormente d’occhio in questa 75esima edizione della Mostra.

Info
Il trailer di Sulla mia pelle.
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