La svolta
di Riccardo Antonaroli
All’ombra di inarrivabili modelli dell’età aurea della commedia italiana, La svolta di Riccardo Antonaroli è un esordio gracile e volenteroso, nutrito di sincera cinefilia popolare e coraggioso nella sua adesione a un’amarezza schiacciante. Fuori concorso al Torino Film Festival 2021.
Vietato farsi illusioni
Depresso e solitario, studente universitario che non dà esami, senza amici né vita sociale né vere aspettative, l’aspirante fumettista Ludovico vive in un appartamento alla Garbatella in un generale disagio e disordine. La sua triste routine viene improvvisamente invasa dal ladruncolo Jack, che ha appena compiuto un notevole sgarbo a una banda di criminali e che ha bisogno di rifugiarsi in casa di Ludovico per qualche giorno. La convivenza forzata si tramuta rapidamente in amicizia e fratellanza, e Jack cerca di aiutare Ludovico a uscire dal suo torpore esistenziale, infondendogli coraggio anche nell’affrontare Rebecca, bella vicina di casa di cui il ragazzo è segretamente innamorato… [sinossi]
Nostalgie di commedia italiana classica, degli anni che furono. Nostalgie e omaggi, anche arditi e ambiziosi. Presentato fuori concorso al Torino Film Festival, La svolta di Riccardo Antonaroli dichiara scopertamente la propria cinefilia, campeggiando le pareti della pressoché unica location con manifesti di film. A fianco di una locandina meno prevedibile come quella di La scala a chiocciola (Robert Siodmak, 1946) occhieggiano infatti La dottoressa del distretto militare (Nando Cicero, 1976) e soprattutto il capolavoro Il sorpasso (Dino Risi, 1962), più volte omaggiato tramite foto e affiche. Probabilmente fin dalla scelta del titolo, il primo lungometraggio di Antonaroli intende rievocare l’inarrivabile modello risiano, riproponendo le dinamiche di due personaggi dai caratteri opposti, stavolta non in movimento sull’ormai mitologica Lancia Aurelia B24 Spider, bensì imprigionati in un appartamento dal quale è assai arduo uscire senza rischiare la vita. Se nel film di Risi si sorpassava, qui si svolta. In entrambi i casi ci troviamo di fronte a termini da codice della strada che alludono anche a metafore esistenziali. Non c’è però più molto da correre in auto nell’Italia di oggi. L’entusiasmo dalle molte ombre e dagli schiaccianti risvolti psico-sociologici del capolavoro di Risi non ha più ragione di esistere. Nel film di Antonaroli, infatti, è sostituito dalla staticità di un racconto pressoché tutto fra quattro pareti. Nessun boom economico da raccontare, bensì un’Italia eternamente depressa da una perenne crisi economica, aggravata da questi ultimi anni pandemici. Vi è un ulteriore elemento che negli ultimi mesi è sopraggiunto a complicare la lettura dei più recenti prodotti cinematografici: quanto hanno influito le settimane altalenanti dell’ultimo biennio, tra chiusure, riaperture e distanziamento sociale, sulla progettazione e realizzazione dei film? Si direbbe parecchio, a giudicare da numerosi film italiani e internazionali. Anche La svolta pone un po’ gli stessi quesiti. In anni pre-pandemici le opere prime italiane, per propria vocazione e/o per consuete ristrettezze di fondi, tendevano comunque a rinchiudersi spesso in poche location con prevalenza di interni, ma al contempo le recenti condizioni di ripresa, nonché un ulteriore restringimento di produzione e mercato, possono aver contribuito a tale diffuso profilo creativo. Per questo è più difficile del solito, per La svolta come del resto per altre opere cinematografiche degli ultimi mesi, misurare il suo evidente respiro ridotto, la sua gracilità narrativa, la sua volenterosa ma traballante spina dorsale.
L’assenza di un’Italia florida e sfacciata come quella risiana si accompagna alla coeva e conseguente assenza di una vivacissima cinematografia nazionale com’era negli anni Sessanta. In tal senso è significativo che La svolta non racconti più di tanto (né si ponga l’obiettivo di farlo) l’Italia del suo tempo, ripiegandosi piuttosto nell’evocazione di due tipi contrapposti discretamente tratteggiati nelle loro psicologie ma anche affidati a convenzioni e tipizzazioni assolutizzanti, specie il ritratto del ladruncolo Jack. Più attinente al suo tempo è invece l’aspirante fumettista Ludovico, pieno di ansie contemporanee, sofferente di depressione (per senso di inadeguatezza, incapacità di sfidare la vita e realizzarsi, forse anche per pandemia, benché nel film non si faccia cenno all’attuale condizione mondiale), studente che non dà esami, isolato dal mondo, passivo e arreso all’esistente. Un profilo forse diffuso e rappresentativo, in un’Italia che alla tendenza al bamboccione ha affiancato pure un brutale abbassamento delle aspettative e dei desideri ai limiti del fatalismo verghiano. Tuttavia, intorno ai due protagonisti Jack e Ludovico non c’è una vera Italia da raccontare, e in tal senso appare forse significativo che Antonaroli scelga di rifugiarsi nella cinefilia, divertita ma sostanzialmente ombelicale e autoreferenziale. Non si tratta solo di rievocare il cinema di Risi o le commediacce di Alvaro Vitali, di puntare la pistola sulla foto di Jean-Louis Trintignant o di piazzare nei dialoghi un paio di battute a specchietto (il “Boh” del finale di C’eravamo tanto amati; i riferimenti al canaro riguardo al personaggio di Marcello Fonte, protagonista di Dogman e qui convocato per un cameo), ma di rintanarsi spesso nelle stilizzazioni del fumetto citazionista, riservate in particolare al racconto degli ambienti malavitosi. Più in generale, è tutto La svolta a delinearsi per fumetto, collocando un appassionato di comics in un vero e proprio albo vissuto fino in fondo nella realtà e in prima persona. Se dunque la commedia aurea degli anni di Risi fungeva da cartina tornasole della sua epoca, La svolta sembra assumere un proprio peso specifico nell’Italia di oggi proprio per ciò che non contiene, che non racconta. Per ciò che nel film non c’è.
Dal punto di vista della scrittura e della realizzazione, il film di Antonaroli ha un consapevole respiro esile, non cerca smaccatamente la risata ma preferisce affidarsi alla costante interazione a due fra i protagonisti, venandosi di evidenti malinconie. Nella massa di citazioni – forse è solo una nostra suggestione, da verificare eventualmente con l’autore – pare di cogliere anche qualche riferimento a Qualcuno volò sul nido del cuculo (Milos Forman, 1975); dei due protagonisti, lo scapestrato si chiama Jack e la sua mancata fuga dalla finestra, davanti alle lacrime di Ludovico, ricorda la fatale esitazione di McMurphy/Nicholson davanti alla reazione di Billy/Dourif. Il film non mostra una travolgente evoluzione narrativa, gli manca soprattutto un convincente sviluppo nella parte centrale, e soprattutto sfiora qua e là un paio di improbabili incongruenze – per un personaggio che deve nascondersi per salvarsi la vita, Jack si mostra fin troppo disponibile a farsi vedere in giro, a farsi notare. Va riconosciuto però ad Antonaroli un certo coraggio, poiché seguendo ancora il modello della commedia italiana anni Sessanta ripristina anche il finale amaro, amarissimo, in alcune punte (Il sorpasso, Io la conoscevo bene) terrificante. Tra i maggiori esponenti della più recente commedia italiana nessuno ha mai avuto cotanto ardire. Insistendo molto sulla riproposizione del modello risiano lungo tutto il film, è abbastanza prevedibile per tutti chi sarà in La svolta a ripercorrere le orme del personaggio di Trintignant, e anzi Antonaroli sceglie di spingere ancor più sul pedale dell’amarezza senza via di scampo aderendo a un finale quasi da noir tragico dove la disperazione è raddoppiata. Malgrado sia evidentemente generato da un afflato di cinefilia, è comunque un finale che rimane addosso, e nel suo complesso il ritratto di Ludovico, tenero e doloroso, colpisce nel segno.
Peccato, insomma, per la globale gracilità. E peccato per la congenita assenza di un’Italia di riferimento, che possa corroborare un discorso prevedibilmente limitato al fremito psicologico. Resta comunque un esordio al quale, in mezzo a diversi limiti, si finisce per volere bene, soprattutto per la sua adesione a una cinefilia non spocchiosa, non antipatica, magari superficiale e ripiegata su se stessa ma con umili ambizioni, benché ispirata da capisaldi del nostro cinema.
Info
La svolta sul sito del TFF.
- Genere: commedia
- Titolo originale: La svolta
- Paese/Anno: Italia | 2021
- Regia: Riccardo Antonaroli
- Sceneggiatura: Gabriele Scarfone, Roberto Cimpanelli
- Fotografia: Emanuele Zarlenga
- Montaggio: Esmeralda Calabria
- Colonna sonora: Michele Braga
- Produzione: Life Cinema, Rai Cinema, Rodeo Drive
- Durata: 95'



Torino 2021
Il sorpasso
Io la conoscevo bene
C’eravamo tanto amati