Beast

Beast, quattordicesimo lungometraggio diretto da Baltasar Kormákur in ventidue anni, torna su alcuni punti cardine della carriera del cineasta islandese da tempo trapiantato a Hollywood: i rapporti sentimentali messi in crisi da agenti esterni e la spettacolarità della natura, che sa essere matrigna. Qui, nel racconto della vendetta di un leone sudafricano contro la “razza umana”, si nasconde un discorso sul concetto di rivolta. Ma purtroppo da un lato non si scende abbastanza in profondità e dall’altro l’action si adagia in un tracciato prevedibile.

Lions lives matter!

Il Dottor Nate Daniels è rimasto vedovo da poco; decide di recarsi in Sudafrica, dove anni prima conobbe la moglie moglie, per un viaggio a lungo pianificato con le figlie in una riserva di caccia gestita da Martin Battles, un vecchio amico di famiglia e biologo della fauna selvatica. Quello che inizia come un viaggio di guarigione si trasforma in una spaventosa lotta per la sopravvivenza quando un leone, sopravvissuto a bracconieri e assetato di sangue, inizia a perseguitarli sentendosi ormai minacciato dagli esseri umani. [sinossi]

Visto che biologicamente ogni uomo è un animale, si potrebbe definire ogni narrazione cinematografica nella quale si sviluppa un conflitto – quindi, a ben vedere, praticamente qualunque – come una zoomachia. Al di là di queste facezie, che senza dubbio lasciano il tempo che trovano, è interessante notare come l’animale al centro del discorso in Beast, vale a dire il leone impazzito che attacca qualsiasi essere umano si trovi sulla sua strada, debba essere antropomorfizzato nella sua psicologia per poter giustificare un atto del tutto consono alla natura felina, vale la dire sia la predazione che la difesa del territorio di caccia. Ma appare evidente come l’intenzione principale di Ryan Engle, qui impegnato nella scrittura della sceneggiatura (il soggetto lo si deve a Jaime Primak Sullivan), sia quello di raccontare la “bestia” come la prima vittima, e non come l’assalitore: il film inizia infatti su una battuta di caccia, illegale e notturna, nella savana. Ma i bracconieri, dopo aver massacrato alcuni leoni, ricevono pan per focaccia, perché un enorme felino li attacca in maniera brutale. Tutto il film si sviluppa in realtà attorno alla psicologia del grande mammifero, che di fatto ha come unico scopo quello di vendicarsi delle violenze perpetrate nei confronti dei suoi simili dall’essere umano, il primo e più pericoloso predatore sulla faccia della Terra. Una scelta ovviamente forzatissima, e che genera più di un dubbio: c’è davvero bisogno di un perché psicologico per giustificare un thriller ad alta tensione quale Beast vuole in fin dei conti essere?

Dubbi che si moltiplicano perché a rischiare di essere maciullati dalla furia senza freno del bestione ornato di criniera sono tre innocui personaggi, babbo e figliolette in viaggio in Sud Africa per superare il trauma della morte di moglie e madre (l’uomo aveva conosciuto la consorte proprio nella nazione più meridionale del subcontinente africano); per chi deve dunque parteggiare lo spettatore? È ovvio che per quante possano essere le “giustificazioni” nei confronti del leone, non si possa che tifare per i tre esseri umani, costretti a chiudersi nella jeep mentre l’aspirante carnefice salta sul cofano, sul tettuccio, prova a infilare le zampone artigliate dal finestrino. In molti, con ampio ricorso al coraggio critico, hanno apparentato Beast a Lo squalo, in qualche modo capostipite di tutti i film che vedono gli esseri umani a confronto (tragico o almeno ansiogeno) con il mondo animale. Si tratta a ben vedere di una svista madornale, perché semmai questo film può ricordare da vicino Lo squalo 4 di Joseph Sargent, dove un gigantesco carcarodonte si metteva sulle tracce di tutti i sopravvissuti della famiglia Brady, per vendicare la morte dei suoi simili. Un’opera che depotenzia completamente la tensione che si dovrebbe respirare: se da un lato infatti non si capisce bene chi sia davvero il protagonista, dall’altro non possono che perdere importanza le riflessioni sul trauma famigliare da superare, sulla compattezza da ritrovare, e via discorrendo. Tutte nozioni per di più che lo spettatore medio di film di questo tipo non solo prevede, ma sa anche esattamente dove e quando avverranno nel corso della storia: sotto questo punto di vista la scrittura di Engle non fa che allinearsi alla prassi, senza alcun tipo di guizzo o intuizione di sorta.

Restano la regia e gli effetti speciali, e sia il comparto tecnico di post-produzione che l’islandese Baltasar Kormákur – qui alla quattordicesima regia in ventidue anni: gran parte della sua carriera si è svolta a Hollywood – si mettono in gioco in modo senza dubbio professionale, anche se il leone è così palesemente finto da generare di nuovo una sorta di distacco durante la visione, come se la morte di eventuali personaggi non possa in nessun caso essere presa sul serio. Visto che la mente durante lo svolgimento della trama divaga con grande facilità, per via della già citata mancanza di personalità della sceneggiatura, ci si ritrova a ragionare sul fatto che in qualche misura Beast cerca di metaforizzare la realtà politica statunitense: i bracconieri diventano dunque poliziotti, e il leone una delle tante vittime innocenti della popolazione afrodiscendente (si noti come i protagonisti umani, Idris Elba e le giovani Iyana Halley e Leah Sava Jeffries, siano di discendenza africana, e si ragioni anche sul fatto che la nazione scelta per l’ambientazione sia la terra nota per l’apartheid, e per la rivalsa di Nelson Mandela). La rabbia del leone è dunque metaforicamente la rabbia del popolo. Tutto lecito, ma allora viene da chiedersi quale sia la lettura politica visto che – pur senza voler entrare nel minato campo dello spoiler – questa rabbia è destinata a essere soppressa, giustamente secondo il film. Che Beast, a conti fatti, stia lì a ribadire l’elogio del riformismo liberal-democratico contro le frange considerate “estreme” della rivendicazione sociale? Domande oziose, probabilmente, ma come già scritto la mente divaga in attesa che il leone si stanchi o mostri punti deboli.

Info
Beast, il trailer.

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