Everest

Non bastano la montagna più alta del mondo, tanti soldi, l’IMAX, il 3D e una parata di star; non basta la coperta troppo corta della storia vera; non basta l’incessante colonna sonora. E così, proprio poche settimane dopo la morte di Richard Bass, primo alpinista a conquistare le Seven Summits, il blockbuster Everest di Baltasar Kormákur delude e sembra scontentare un po’ tutti. La Mostra del Cinema di Venezia 2015 si apre ufficialmente senza sussulti, con una pellicola scelta solo per la presunta spettacolarità e per l’appeal di Keira Knightley, Jake Gyllenhaal, Josh Brolin, Sam Worthington & Co.

Dal cucuzzolo della montagna, con la neve alta così

Ispirato agli incredibili eventi riguardanti il tentativo di raggiungere la vetta della montagna più alta al mondo, Everest documenta il formidabile viaggio di due diverse spedizioni spinte oltre i loro limiti da una delle tempeste di neve più feroci mai viste dal genere umano. Con la loro tempra e il proprio coraggio messi a dura prova dagli elementi più impietosi del pianeta, gli scalatori dovranno superare ostacoli quasi invalicabili e la loro eterna ossessione diventerà una lotta all’ultimo respiro per la sopravvivenza… [sinossi]

Ci sono gli sherpa e il 3D, una giovane moglie in dolce attesa e un gruppo troppo avventato e numeroso di scalatori, un budget elevato e il formato IMAX, attori di grido e paesaggi mozzafiato. C’è praticamente tutto in Everest, eppure sembra mancare proprio la montagna, il suo spirito, l’incalcolabile possanza e maestosità. Tra ariosi movimenti di macchina, un’overdose di note musicali e troppi ammiccamenti al grande pubblico, il cineasta islandese Baltasar Kormákur sacrifica sull’altare del mainstream un progetto potenzialmente deflagrante, rinunciando in partenza alle pressoché infinite potenzialità dell’ambientazione d’alta (altissima) montagna, con buona pace di Aria sottile e di Jon Krakauer.
Kormákur e gli sceneggiatori William Nicholson (Unbroken, Les Misérables) e Simon Beaufoy (Hunger Games: La ragazza di fuoco, 127 ore) tolgono e aggiungono, complicano e semplificano: se il rapporto uomo/natura e la magnetica e suicida sfida con se stessi e col leviatano roccioso sono ridotti a poche meccaniche battute, prendono il sopravvento i buoni sentimenti, i rapporti interpersonali, le dinamiche melodrammatiche affidate alle belle figurine Keira Knightley e Robin Wright – discorso non molto diverso per Emily Watson, Elizabeth Debicki e gli altri scialbi personaggi femminili. Non si respira la follia dell’impresa, non si percepisce il dolore fisico e psicologico, non si riesce a godere veramente dell’unicità dei paesaggi: Kormákur si lascia sedurre dalle drammatiche telefonate satellitari, normalizzando l’Everest e il manipolo di alpinisti, così bravi eppure così piccoli e indifesi, microscopici.

Scott Fischer (Jake Gyllenhaal) e Rob Hall (Jason Clarke), professionisti che vivono costantemente a un passo dalla morte, sono solo insignificanti fiocchi di neve per la grande montagna. E la montagna, con tutto la sua magnificenza, è una mietitrice di morte insensibile e indifferente. Splendida e terribile. E proprio questo manca in Everest: la meraviglia intrecciata con la morte fredda e glaciale. Senza fronzoli, senza derive melò. Nel tracciare uno script didascalico, che anticipa sistematicamente le morti che verranno per non spiazzare gli spettatori impreparati (già, a grandi altezze si perde la testa e non solo le dita delle mani e dei piedi), Kormákur, Nicholson e Beaufoy si accontentano di una montagna da cartolina, superficiale, soffocata dalle note di Dario Marianelli: non ci si immerge mai nel silenzio che avvolge la montagna, non prevale mai il vento, la tempesta.
Everest non è nemmeno un lunapark o un Cliffhanger con meno muscoli e più soldi e mezzi tecnici. È un IMAX in scala ridotta, è una pellicola in 3D senza guizzi visivi. È davvero un’occasione mancata, una resa incondizionata alle regole stantie del mainstream hollywoodiano. Un compitino lontano anni luce dagli ottomila e più metri del Chomolungma (madre dell’universo in tibetano), del Sagaramāthā (dio del cielo in cinese).

Non bastano la montagna più alta del mondo, tanti soldi, l’IMAX, il 3D e una parata di star; non basta la coperta troppo corta della storia vera; non basta l’incessante colonna sonora. Anzi, le note tambureggianti e mai dome sono davvero di troppo, come le tante parentesi didascaliche, le derive sentimentali, gli ammiccamenti – imperdonabili la telefonata texana e la caratterizzazione della sventurata apinista nipponica Yasuko Namba. E così, proprio poche settimane dopo la morte di Richard Bass, primo alpinista a conquistare le Seven Summits, il blockbuster Everest di Baltasar Kormákur delude e sembra scontentare un po’ tutti. La Mostra del Cinema di Venezia 2015 si apre ufficialmente senza sussulti, con una pellicola scelta per l’appeal di Keira Knightley, Jake Gyllenhaal, Josh Brolin, Sam Worthington & Co. Ottimo per il tappeto rosso, per le copertine patinate, per i paginoni dei quotidiani, molto meno per il bilancio artistico del festival.

Info
Everest sul sito della Mostra del Cinema di Venezia.
Il teaser trailer italiano di Everest.
Everest su facebook.
Il sito ufficiale italiano di Everest.
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