Il mio vicino Adolf

Il mio vicino Adolf

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Dopo essere stato presentato al Festival di Locarno lo scorso agosto raggiunge le sale italiane Il mio vicino Adolf, commedia tinteggiata di dramma con cui Leon Prudovsky si riallaccia a un interrogativo già affrontato nel corso della storia del cinema: e se Hitler non si fosse suicidato nel bunker, ma avesse attraversato in incognito l’oceano? Curiosa la presenza in scena del sempre impagabile Udo Kier, che aveva già interpretato il führer sotto mentite spoglie venti anni fa nel cortometraggio Mrs. Meitlemeihr di Graham Rose.

Può darsi che io non sappia cosa dico scegliendo te, il Führer, per amico

Colombia, maggio 1960. Il Signor Polsky, un solitario e scontroso sopravvissuto all’Olocausto, vive nella sua remota abitazione nella campagna colombiana e trascorre le sue giornate giocando a scacchi e curando i suoi amati cespugli di rose. Un giorno, quando un misterioso anziano di origine tedesca si trasferisce nella casa accanto alla sua, inizierà a sospettare che il suo nuovo vicino sia… Adolf Hitler. Dato che nessuno gli crederà, sarà lui ad imbarcarsi in prima persona in una missione investigativa per trovare le prove. Per riuscirci però dovrà essere più vicino al suo prossimo di quanto vorrebbe. Così vicino che i due potrebbero quasi diventare amici. [sinossi]

Al di là del suo valore strettamente cinematografico Il mio vicino Adolf di Leon Prudovsky sembra certificare una verità oramai difficile da negare: a Udo Kier si addice il ruolo Adolf Hitler, visto che l’ha già interpretato in varie occasioni, a partire da 100 Jahre Adolf Hitler – Die letzte Stunde im Führerbunker di Christoph Schlingensief (sulle ultime ore nel bunker) fino ad arrivare al folle Iron Sky – La battaglia continua di Timo Vuorensola, dove cavalca un T-Rex, e alla serie televisiva Hunters. Cosa ancor più bizzarra, pensando al film di Prudovsky, è pensare al fatto che non si tratta neanche della prima volta che Kier veste i panni di “Führer sotto mentite spoglie”, Hitler in incognito per scampare alla sua stessa morte – e dunque alla Storia. Era infatti già capitato nel cortometraggio Mrs. Meitlemeihr di Graham Rose, visto nel 2002 alla Mostra del Cinema di Venezia. Se lì però non c’erano dubbi sull’identità del personaggio, che si nascondeva a Londra in vesti da donna, nel caso de Il mio vicino Adolf l’unico a essere certo del vero nome di colui che si fa chiamare Herzog è il vicino. Il signor Polsky è sopravvissuto all’Olocausto e dopo la guerra si è trasferito in Colombia, dove vive un’esistenza appartata, senza alcuna volontà di mescolarsi con il resto del mondo. Quando il suo nuovo vicino di casa dice di essere tedesco, mancino, di amare gli animali, a Polsky iniziano a venire molti dubbi, ma visto che nessuno sembra dargli retta (neanche l’ambasciata israeliana), decide di indagare in modo del tutto autonomo. L’idea di base da cui parte Prudovsky, e che si riallaccia al sempiterno tema dei gerarchi nazisti sfuggiti alla cattura e rifugiatisi nell’America del Sud, funziona, e infatti Il mio amico Adolf mostra da principio un ritmo notevole, grazie alla precisa caratterizzazione dei suoi personaggi, a un leggero gusto per il surrealismo, e al ricorso sistematico all’umorismo ebraico, pungente e dissacrante.

Allo stesso modo sembra funzionare anche il vero cuore pulsante della vicenda, che certo non è la verità rispetto a herr Herzog (è del tutto indifferente infatti se esso sia o meno il fondatore e leader del pensiero nazionalsocialista), ma l’ossessione che inizia a montare nel suo vicino di casa. Polsky non ha bisogno di scoprire se il suo vicino sia Adolf Hitler per denunciarlo alle autorità o per vendicarsi personalmente delle atroci sofferenze patite da lui, dai suoi parenti e da un intero popolo; l’eventuale rivelazione servirebbe “solo” ad agire sul trauma, su quel dolore così profondo da essere inconfessabile, da non poter neanche essere trasmesso. Anche per questo è allo sguardo che Polsky affida la sua sicumera: guardando negli occhi Herzog si convince che esso non sia chi dice di essere, ed è ricorrendo a un telescopio che lo spia, sperando di rintracciare le prove della sua colpevolezza. Questo aspetto della trama, che evidentemente si riallaccia a La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock (summa teorica sulla necessità di guardare per poter cogliere le stille di vero che si agitano attorno a noi), mostra le debolezze congenite nell’approccio alla regia di Prudovsky. Il regista, infatti, sembra il primo a non voler mai prendere sul serio il suo film: ovvio, si tratta pur sempre di una commedia, ma il “ridere di tutto” porta anche a uno svilimento delle tematiche che si agitano sotto il tappeto, senza che nessuno le porti mai davvero alla luce.

Ecco dunque che Il mio vicino Adolf, per non disperdere le tracce dell’umorismo, pone in secondo piano lo studio analitico del dolore, e il tentativo disperato di superarlo attraverso la verità tangibile, alla portata quotidiana. Così le suggestioni scopiche si tramutano solo in un’occasione per qualche sketch, e la componente drammatica, che pure tinteggia in modo evidente la struttura narrativa nel suo complesso, non riesce mai a scendere in profondità, e a tramutarsi in veicolo a sua volta del racconto. In qualche modo è come se Prudovsky si comportasse alla stessa stregua del suo protagonista: Polsky potrà anche infatti scoprire chissà quale segreto sulla vita precedente di Herzog, ma non sa nella realtà dei fatti come maneggiare tale scoperta e cosa farne. Lo stesso capita a Prudovsky, che mette in moto un marchingegno non privo di brillantezza ma non sembra in grado di portarlo a termine, di condurlo là dove dovrebbe arrivare. Si resta sospesi a metà, alla ricerca perpetua di un divertimento che non viene meno, ma che non aggiunge granché a ciò che si sta cercando di raccontare. Resta, questo sì, la sublime interpretazione di Udo Kier, cui basta uno sguardo in camera per mettere a soqquadro le certezze dello spettatore. Sorprende semmai che alla presentazione locarnese del film, lo scorso agosto, sia stata addirittura inscenata una protesta ufficiale per via del supposto “razzismo” della pellicola; una follia pretestuosa, di cui non si capisce il senso, e che riveste Il mio vicino Adolf di un’importanza che nei fatti non ha, e non vuole avere.

Info
Il trailer de Il mio vicino Adolf.

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