Mimi de Douarnenez

Mimi de Douarnenez

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Mimi de Douarnenez, istante di vita di una ragazza che lavora in un cinema del porticciolo bretone, è la testimonianza della voce gentile e a suo modo indomita di Sébastien Betbeder, che continua imperterrito per la sua strada senza porsi problemi di formato o durata: in neanche quaranta minuti riesce a cogliere il senso di un’esistenza, del suo senso di appartenenza, e della malinconia stessa del vivere.

Controcorrente

Mimi ha sempre abitato a Douarnenez, dove ha tutte le amicizie nonché suo padre, rimasto da poco vedovo. Mimi lavora al cinema Le Club e quella sera, a causa di un contrattempo che ha bloccato la direttrice di sala, si ritrova a dover accogliere sola soletta il giovane regista Gaspard Kermarec, che era con lei al liceo prima di andare a vivere a Parigi per fare carriera. [sinossi]

È davvero instancabile Sébastien Betbeder, quarantottenne cineasta francese che si sta muovendo sulla spina dorsale del sistema cinematografico transalpino con una levità e una libertà in grado di giustificare invidia. In poco meno di venticinque anni, da quando esordì nel 1999 con il lavoro sulla breve distanza La Fragilité des revenants Betbeder ha portato a termine otto lungometraggi, quattro medi (tra cui Je suis une ville endormie, versione che contiene in nuce il lungo Les Nuits avec Théodore), nove corti, un buon numero di opere televisive per ARTE, alcuni videoclip, e non pago ha prestato il proprio ingegno anche al settore radiofonico. Un quarto di secolo passato a evitare la prassi, preferendo un terreno magari meno lastricato ma più personale, affascinante, concettualmente distante da qualsivoglia genere di legaccio. Sembra quasi di vedere un alter ego del regista nella giovane protagonista di Mimi de Douarnenez, il suo nuovo mediometraggio che è stato proiettato in anteprima poco più di un mese fa ai Rencontres du moyen-métrage de Brive, dove ha ottenuto un paio di premi tra cui quello del pubblico; come Betbeder, anche Mimi non ha alcuna voglia di accettare una strada che sembra inevitabile, quella di abbandonare la propria amata cittadina bretone sul cui porticciolo si apre di fatto il film per cercare fortuna altrove, magari in una grande città, forse addirittura quella Parigi dove si è rifugiato dopo il liceo Gaspard Kermarec, che era stato compagno di classe del fratello maggiore di Mimi – a sua volta andato via da Douarnenez, a Nantes dove ha messo su famiglia – e ora torna sul suolo natio in veste di regista, per accompagnare una proiezione del suo “A contre courant” che si svolgerà proprio nel cinema in cui lavora la ragazza. Attorno a questo evento, la serata di proiezione con dibattito cui sarà presente Gaspard, si sviluppa la scarna narrazione di Mimi de Douarnenez, un film che fin dal suo incipit sembra negare la necessità di seguire le tracce di un racconto.

Accompagnato dalla voce narrante della stessa protagonista – escamotage non nuovo nel cinema di Betbeder, sovente dall’afflato letterario – che è però quasi più rivolta a sé che al pubblico, il breve sviluppo del film si concentra su due “racconti” che non vanno a buon fine: il primo è quello che ha per protagonista il padre di Mimi, sconvolto dal fatto che l’amatissima moglie è morta proprio mentre lui era impegnato in un soliloquio in cui discettava di un suo possibile romanzo; il secondo è quello di Gaspard, figura che non ha nulla di vincente (come sono invece di solito rappresentati gli artisti che si trovano a tornare nel luogo d’origine, ben più periferico della loro attuale condizione) e che dopo una crisi di panico che gli impedisce anche di incontrare il pubblico accorso – si fa per dire, alla fine della proiezione rimane solo l’inossidabile signora Yoshino, unica fedelissima spettatrice del cinema Le Club – ammette candidamente a Mimi di volerla smettere col tentativo di raccontare storie. Il racconto dopotutto è già lo sguardo sul quotidiano, e in Mimi de Douarnenez si riconosce la mano felice di Betbeder, che sa cogliere attraverso dettagli minimi la profonda intimità dei caratteri che porta in scena e allo stesso tempo non manca di una screziatura surreale, quasi mesmerica, che si coglie tanto nella sequenza in discoteca quanto e ancor più nell’assurdo tentativo di suicidio di un quattordicenne che si dice innamorato di Mimi e si getta dal balcone sotto i suoi occhi arrivando “solo” a spaccarsi una gamba. In neanche quaranta minuti, e rifuggendo qualsiasi trucco emotivo o ricorso retorico all’epos, Betbeder non riesce solo a tratteggiare un personaggio protagonista sfaccettato, strutturato, e con cui viene naturale empatizzare, ma sa anche descrivere un piccolo mondo a parte, le ansie, le preoccupazioni, i sensi di colpa, i desideri mai confessati di un gruppo di persone. Alla maniera rohmeriana, ma senza vacui citazionismi o rimandi di sorta, Betbeder segue per poco più di un giorno un essere umano che non potrà che essere lasciato poi al suo destino di vita; Mimi de Douarnenez si muove dunque in un tempo sospeso, che diventa quasi inevitabilmente onirico, sognato e sognante. Un tempo per un amore che non potrà trovare seguito, e per un amore che non avrà mai fine, come enunciato in una sequenza finale in grado di lasciare i brividi sulla pelle nella sua specchiata semplicità. Forse per comprendere davvero Mimi de Douarnenez e lo spirito tanto di Betbeder quanto di Envie de Tempête, la casa di produzione fondata nel 1999 da Frédéric Dubreuil, basta scorgere le locandine affisse in modo per niente casuale al cinema in cui lavora Mimi: Joe Hill di Bo Widerberg, Ham on Rye di Tyler Taormina, e Chi è che canta laggiù? di Slobodan Šijan. Tre film che si muovono in territori poco battuti, o almeno lo fanno da una prospettiva fieramente indipendente, non gestibile dal catalogo di una piattaforma digitale. Come il cinema di Betbeder (che possiede la rara capacità di cogliere sempre il timbro musicale adatto per i propri film: ascoltare per credere Sad Girl di Rouge Gorge sui titoli di coda), e come lo sguardo in parte disperato ma dolcemente fiero di Mimi, interpretata dalla straordinaria esordiente Valentine Verhague, che era stagista proprio in Envie de Tempête. Sarebbe ora che anche il pubblico italiano potesse avere, al di là della selezione in alcuni festival – Betbeder è per fortuna stato più volte ospitato a Torino, dove vinse anche il premio speciale della giuria nel 2013 con 2 automnes 3 hivers –, l’occasione di incontrare lo sguardo di Betbeder, e di seguirlo nel suo percorso controcorrente.

Info
Mimi de Douarnenez sul sito della casa di produzione.

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