Tout fout le camp

Tout fout le camp

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Tout fout le camp segna il ritorno fuori concorso di Sébastien Betbeder al Torino Film Festival, dove vinse nel 2013 con 2 automnes 3 hivers il premio speciale della giuria. Nella storia del viaggio ai limiti del possibile di Thomas e Usé si nasconde l’anima profonda del cineasta francese, ancorato a un surrealismo gentile, e al racconto di personaggi che non sanno trovare un proprio posto nel mondo e devono ricostruire la propria identità.

A ora so cos’è

Thomas, un giornalista frustrato che lavora per un giornale locale nel nord della Francia, è incaricato di scrivere il ritratto del musicista alternativo, e recente candidato sindaco, Usé. Dopo l’intervista, i due uomini s’imbattono nel corpo apparentemente senza vita di un uomo che giace abbandonato in un vicolo. Con loro sorpresa, l’uomo, Jojo, si alza in piedi di fronte a loro come uno zombi. Sembra stare bene, ma ha perso la memoria. Decisi ad aiutare Jojo, seguendo alcuni indizi Thomas e Usé incontrano la sorellina di Jojo, Marilou, e poco alla volta s’imbarcano in un viaggio surreale che rinsalderà la loro amicizia e li porteranno a nuovi e inaspettati incontri. [sinossi]

Animali impagliati. Inizia così Tout fout le camp, che prende parte fuori concorso alla quarantesima edizione del Torino Film Festival. Un film che in qualche modo parla di risurrezione, o per meglio dire di ritorno: ed è un ritorno anche quello di Sébastien Betbeder, quarantasettenne cineasta francese che all’ombra della Mole Antonelliana vinse nel 2013 il premio speciale della giuria con 2 automnes 3 hivers, e nel corso degli anni ha presentato in Piemonte una parte consistente della sua filmografia (i lungometraggi Les Nuits avec Théodore, Marie et les naufragés, Le Voyage au Groenland, Ulysse et Mona, i mediometraggi La Vie lointaine, Je suis une ville endormie, e i corti Toutes les montagnes se ressemblent e Inupiluk). Continua ad apparire assurdo come Betbeder sia un nome pressoché ignoto alla stragrande maggioranza non solo dei cinefili, ma perfino degli addetti ai lavori italiani. Va detto che anche i festival internazionali non seguono con particolare interesse la carriera del regista nativo di Pau, a un tiro di schioppo dai Pirenei e dal confine spagnolo. Se si eccettua infatti la partecipazione a Locarno con l’esordio Nuage, e prima ancora con il corto Les Mains d’Andrea, la sua carriera non pare riscuotere successo nel mondo festivaliero, tant’è che le sue presentazioni a Cannes sono sempre state ad ACID, la sezione/recinto creata per dare voce alle produzioni indipendenti francesi. Periferico fin dalla nascita, Betbeder continua però a muoversi con estrema grazia nel panorama produttivo della sua nazione, marcando una profonda originalità rispetto ai suoi colleghi coetanei: non è azzardato affermare come non ci sia nessun regista francese a cui Betbeder possa in tutta onestà essere accomunato. Nonostante come Quentin Dupieux si muova nel campo del surreale, Betbeder lo fa da una prospettiva sempre minimale, misterica, quasi ipnotica – rispetto al tonitruante incedere a pochi millimetri dal demenziale di Dupieux. Allo stesso tempo, anche se alcuni aspetti possono far tornare alla mente le intuizioni di Jérôme Reybaud (il concetto di viaggio nella provincia, per esempio), quest’ultimo si attiene a una concretezza realistica che a Betbeder interessa poco, come ribadisce al di là di ogni dubbio anche Tout fout le camp.

Perché se il film principia, come già scritto, su degli animali impagliati in modo del tutto artigianale da una coppia non poco inquietante che Thomas – il giornalista de “Le courrier picard”, giornale storico di Amiens – è stato mandato a intervistare, il film è per l’appunto un film di revenants. Torna dalla morte in più occasioni Jojo, che Thomas e Usé hanno trovato riverso in terra con gli occhi spalancati, ma tornano alla vita anche i due protagonisti. Thomas riscoprendo il senso dell’esperienza umana, e Usé, musicista che ha fondato il situazionista “Parti sans cible” (Partito senza meta, letteralmente, ma il gioco di parole nel titolo risiede nell’omofonia tra “sans cible” e “sensible”, sensibile) e con questo si è presentato alle elezioni comunali ottenendo poco più di duemila preferenze, trovando una collocazione realmente collettiva. A “ritornare” è poi forse anche il cinghiale impagliato, responsabile dell’incidente automobilistico che interrompe ma al contempo dà il via al viaggio attorno al quale si sviluppa la narrazione, e perfino il libro scritto da Nicolas Sarkozy che Thomas trova nella libreria della villa in cui hanno fatto irruzione si intitola (con fare minaccioso) “Je réviendrai”. Dopotutto è un ritorno quello dello stesso Tout fout le camp, visto che il film allarga e ispessisce la trama del cortometraggio Jusqu’à l’os, diretto da Betbeder nel 2019. Come già accaduto nel caso dei suoi lavori ambientati in Groenlandia (o con interpreti groenlandesi, si veda il parigino Inupiluk) Betbeder parte per la sua ricognizione immaginifica da un dato concreto, realistico, vero. Non solo Usé, al secolo Nicolas Belvalette, è davvero un musicista, ma nel 2014 ha realmente dato vita al “Parti sans cible” per correre come aspirante sindaco della città di Amiens. Una figura che ha affascinato e incuriosito Betbeder il quale, contrariamente a quanto con ogni probabilità avrebbe fatto un altro cineasta, non ha pensato di sfruttarne l’immagine sotto il profilo documentario, ma lo ha inserito all’interno di una narrazione folle, slabbrata, episodica, aderente allo spirito di Usé.

Al suo fianco ci sono infatti tra gli altri Thomas Scimeca, oramai habitué dei set di Betbeder, e Jonathan Capdevielle, artista poliedrico – è anche marionettista – che prima di Tout fout le camp aveva recitato al cinema solo in Boys Like Us di Patrick Chiha, quasi dieci anni fa. Cercare di raccontare la “trama” di Tout fout le camp è operazione non solo complessa, ma perfino priva di interesse: Betbeder inserisce i suoi personaggi in una situazione che è anche luogo ma allo stesso tempo spazio emotivo – dapprima l’automobile, quindi la villa, infine la casa del nonno di Jojo – e li segue, li osserva, mentre in contemporanea cerca di descrivere la vacua follia del mondo contemporaneo. Amiens, prima di essere il luogo in cui si è candidato Usé, è la città di Emmanuel Macron, e quello che Betbeder mette in scena con il suo stile leggiadro, gentile, quasi impalpabile nella levità del tratto, è un atto anarchico, che destruttura le regole della società e perfino della biologia stessa. Con le stesse movenze ideali del Bolero di Ravel Betbeder costruisce un ritmo netto ossessionante, che funziona attraverso l’accumulo, e non per digressioni e modifiche strutturali. In questo bailamme possono entrare sparatorie, irruzioni della polizia, incidenti automobilistici, vomitate verdastre degne de L’esorcista, la Rosamunde di Schubert esattamente come canzoni francesi cantate in italiano (il film inizia con A ora so cos’è, scritta da Germinal Tenas e Jean-Marie Di Maria per la voce di Clothilde, versione italiana dell’originale Fallait pas ècraser la queue du chat; più avanti nel corso del film si incrocia anche Quando, tratta dall’album “Zwei” dei transalpini Heimat), ipotesi mistiche e via discorrendo. In un mondo che digrada verso la follia assoluta Sébastien Betbeder rinnova la sua elegia al caos, al superamento del limite consentito, alla liberazione da qualsiasi legaccio. Come il titolo del classico dello sci-fi che viene omaggiato apertamente in una sequenza, anche quello di Betbeder è un “cervello che non voleva morire”. La speranza è sempre quella che qualcuno si accorga anche in Italia di questo talento estraneo alla prassi eppur così sanamente popolare, nel senso più ampio e puro del termine.

Info
Tout fout le camp sul sito del TFF.

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