Innocence

Innocence

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L’israeliano Guy Davidi con Innocence lancia un durissimo j’accuse contro l’ideologia dominante del proprio Paese, basata su un’esaltazione del bellicismo e dell’utilizzo delle armi, ricorrendo alle memorie private di alcuni giovani militari che hanno scelto il suicidio come rifiuto di quella vita. Un lavoro dirompente, doloroso, attualissimo.

La terra, la guerra, una questione pubblica

Fare una guerra è un lavoro di narrazione. Una buona storia è fondamentale per legittimare l’uso della forza militare. Ecco perché i militari hanno bisogno di attività promozionali e Israele è un Paese modello nel promuovere le proprie imprese militari. Abbiamo colonizzato, occupato e invaso con successo, semplicemente per diventare più forti e accettati dalle altre nazioni. La nostra storia di ebrei perseguitati e la nostra democrazia illuminata fanno entrambe parte del nostro solido kit di pubbliche relazioni. Ma prima di promuovere la nostra storia nel resto del mondo, dobbiamo promuoverla presso i nostri figli. Poiché la corruzione morale legata all’apartheid prospera, evitare il servizio militare diventa una minaccia. Ad alcuni bambini offriamo benefici, alla maggior parte propiniamo promesse fittizie. Ogni bambino viene selezionato per prestare servizio con una pressione sopportabile e un’adeguata quantità di esposizione alla violenza. [sinossi]

Fare un film, si sa, è agire politicamente, quale che sia l’intenzione iniziale, o ancor più la tipologia di opera cinematografica sulla quale si lavora. Ma anche permettere a un film di essere visto, di “circuitare”, di passare di sguardo in sguardo, di spettatore in spettatore creando dinamiche dialettiche, equivale ad agire in modo politico. E a volte può persino capitare che tirar fuori dal cassetto un film “vecchio” di un paio di anni permetta di riscoprirlo ancora più forte, ancora più doloroso, ancora più attuale. Non che il cinema debba dichiararsi necessariamente contemporaneo, ma in taluni casi la capacità di una produzione di essere viva al di là del proprio tempo di realizzazione, può apparire quasi sorprendente. Due anni non sono nulla nella vita di un essere umano, o di una generazione, ma il discorso cambia in maniera repentina se si affronta il tema della narrazione, termine che oggigiorno spopola soprattutto nei salotti del giornalismo televisivo, quei luoghi autoriflessivi in cui si espongono senza eccessiva finezza intellettuale posizioni aprioristiche, spesso incapaci di porsi in reale dialettica con il mondo esterno, e con ciò che esso comporta. “Fare la guerra è un lavoro di narrazione”; con queste parole Guy Davidi accompagnava nel settembre 2022 alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia Innocence, lì presentato in anteprima mondiale all’interno della sezione Orizzonti. Nel 2022 lo Stato in cui è nato e al quale appartiene Davidi, Israele, era in un momento di pace apparente. Sugli schermi del Lido si materializzò a tutti chiara l’accusa durissima che Davidi lanciava contro la sua stessa nazione, quella di essere fondata sulla guerra, sull’esercizio, lo studio, la preparazione, e la propaganda della guerra, in particolare – ma non solo – contro la popolazione palestinese ancora priva di un riconoscimento politico internazionale. È particolarmente interessante che oggi, oltre cinquecento giorni dopo quelle proiezioni lagunari, la coraggiosa e combattiva Bloom Distribuzioni faccia riemergere Innocence e lo presenti al pubblico italiano. Si potrà obiettare che mai tempismo sia più sospetto, ma la verità è che ritrovare oggi quei diari privati, quelle terribili confessioni di militari israeliani incapaci di sopportare la vita della leva al punto da suicidarsi, funge da spiazzante e clamoroso controcampo alle immagini insostenibili della devastazione di Gaza, della capillare distruzione di ogni forma di struttura, di architettura umana che possa proteggere i palestinesi.

Il quarantaseienne regista israeliano è partito da un dato pratico, inserito nella vita quotidiana del suo Paese: la leva obbligatoria, che prevede tre anni per gli uomini e due per le donne. Un obbligo ineludibile che testimonia il posizionamento ideologico di Israele quale gigantesca macchina di guerra, vero e proprio stato-esercito, dove ogni elemento può aiutare la necessità bellica della nazione. Partendo da questo assunto Davidi ha intrapreso una via tortuosa, irta di ostacoli, e assai coraggiosa, scegliendo di contrastare la narrazione dominante, proponendo invece il racconto delle vite di alcuni militari suicidi, sviluppato ricorrendo alle lettere private ai parenti, ai diari scritti durante la leva, nel tentativo di mostrare l’orrore che un approccio così guerresco al vivere genera non solo nelle popolazioni che subiscono il potere bellico, ma anche negli stessi soldati israeliani, costretti a vedere cose indicibili, e a prendere parte ad azioni dalle quali è impossibile uscire indenni, se non nel fisico quantomeno nella testa. Innocence mostra anche quanto questo livello di costrizione dei cittadini, per essere accettato senza un numero eccessivo di anomalie e ribellioni, necessiti di un lavoro certosino, di una propaganda subdola, insistente, ininterrotta: ecco dunque che i bambini israeliani fin dalle elementari sono avvicinati all’esercito, arma che deve essere amata, perché rappresenta l’unica ancora di salvezza e di sopravvivenza per lo Stato. Questa “réclame” incessante, che secondo Davidi scava un solco nelle menti dei cittadini israeliani, viene contrastata nel corso del documentario da un’immersione diaristica nell’intimità di chi ha opposto un fiero rifiuto politico all’ideologia dominante, o semplicemente non è riuscito a reggere l’urto con una macchina così mortifera. L’intimo, il privato, combatte la propaganda dello Stato, e così fa anche il cinema magari imperfetto ma potente di Davidi, che con un coraggio leonino lancia un j’accuse durissimo e privo di compromessi contro la base stessa della struttura politica su cui si regge la sua stessa nazione.

Da un punto di vista documentale Innocence ha impegnato il regista in un lavoro complesso, elaborato, sia per la difficoltà stessa a mettere le mani sui diari e sulle testimonianze dei soldati che “all’odio e all’ignoranza preferirono la morte” (per rubare le parole a Fabrizio De André), sia per la reticenza di alcuni parenti di questi giovani che preferirebbero non si parlasse troppo dell’argomento, forse per paura o magari per semplice vergogna. Davidi procede sottopelle, cercando di evitare il più possibile ogni cascame retorico, e affrontando di petto la questione ma senza sottolineature ridondanti, riuscendo così a evidenziare con ancora maggior forza le distonie di Israele, e i suoi chiaroscuri, le sue contraddizioni, come quella di avere una base fortemente dialettica cui viene di fatto – almeno per quel che concerne il servizio militare – negato ogni possibile diritto all’autodeterminazione e al dissenso. Quella negazione che può anche portare alla decisione di togliersi la vita, eliminando dunque una volta per tutte quella parvenza di identità che non trova in ogni caso riscontro nella vita quotidiana. Certo, Davidi non evita qualche didascalismo eccessivo, e una certa ripetitività nella struttura, ma Innocence ha la forza dirompente di chi prova l’urgenza di dover esprimere, almeno attraverso l’immagine in movimento, proprio quel dissenso che, una volta proibito, ha condotto verso l’ineluttabile esseri umani nel pieno del proprio vigore, e del proprio nitore intellettuale. Alla stregua di altri cineasti israeliani Davidi si pone dunque sulla riva del dissenso, oppone il proprio diniego a uno status quo odierno che va invece in tutt’altra direzione, senza che nulla sembri davvero scalfirlo, né la sofferenza altrui, né la riprovazione della comunità internazionale, e neanche la morte dei suoi stessi figli. Poche opere contemporanee si sono interrogate con così tale intensità sul rapporto falsato tra ideologia personale e dominante, tra intelletto singolo e prassi del collettivo. Che lo faccia un regista nativo di Tel Aviv è ancor più rilevante, in questi tempi bui.

Info
Innocence, il trailer.

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