Gaza mon amour

Gaza mon amour

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Presentato in Orizzonti a Venezia 77, Gaza mon amour dei fratelli Nasser è – come suggerisce evidentemente il titolo – un omaggio a Resnais, oltre che un romantico atto d’amore nei confronti di Gaza. Peccato che il film in sé sia sin troppo esile e di toni davvero troppo lievi, quasi evanescenti.

Piccola Gaza antica

Gaza, oggi. Il pescatore Issa, sessant’anni, è segretamente innamorato di Siham, una donna che lavora come sarta al mercato. Determinato a farle la sua proposta di matrimonio, rinviene nella rete da pesca un’antica statua di Apollo e decide di nasconderla a casa sua. Quando Hamas scopre l’esistenza di questo misterioso tesoro, per Issa iniziano i problemi… Riuscirà nel suo intento di dichiarare il proprio amore a Siham? [sinossi]

Vedendo il finale iper-romantico e decisamente riuscito di Gaza mon amour, presentato in concorso nella sezione Orizzonti a Venezia 77, vien quasi da pensare che i fratelli Nasser abbiano voluto costruire tutto il film attorno a quell’immagine conclusiva, allo stesso tempo commoventemente sentimentale, politica e anche visionaria. Immagine che ovviamente non raccontiamo, ma basti dire che ci pare che riesca a dare perfettamente il senso dell’isolamento in cui si vive a Gaza, circondati in ogni dove dagli israeliani. Il problema però è che prima c’è poco altro, c’è la storiella esilissima di un pescatore ormai anziano che vuole sposarsi, storiella che scorre – in un montaggio alternato ben poco calibrato – accanto a quella ancora più esile di una sarta – interpretata dal volto-simbolo palestinese Hiam Abbass – che potrebbe cedere alle lusinghe dell’attempato ma garbato pescatore e che si trova a casa una figlia divorziata, annoiata dalla vita.

Tarzan e Arab Nasser, il cui primo film, Dégradé, era stato presentato alla Semaine di Cannes del 2015 (sempre con protagonista Hiam Abbas), costruiscono Gaza mon amour su dei toni così lievi che trasfigurano ben presto nell’evanescenza e puntellano il film con tutta una serie di macchiette poco digeribili, come la petulante sorella del pescatore protagonista o l’arrogante capo della polizia. E gli stessi protagonisti hanno ben poco da dire e da fare; anche se c’è da attestare che almeno Hiam Abbass si salva perché ogni suo primo piano, sia pur silente, appare sempre carico di intensità.

Oltre a un incipit ingolfatissimo in cui si attende sin troppo che il film ingrani, quel che è più maldestro di Gaza mon amour è l’innesco narrativo del ritrovamento dell’Apollo, statua greca che venne davvero riesumata da un pescatore nelle acque di Gaza nel 2013. Questo evento, uno dei pochi del film, arriva troppo tardi e sposta tutta la narrazione altrove, in un compassato marasma di poliziotti, carceri ed esperti d’arte, marasma in cui viene coinvolto solo il pescatore e non la sarta, la cui linea diventa ad un certo punto proprio un binario morto. Questo, almeno, fino a un attimo prima del finale.

Il discorso politico del film va leggermente meglio, grazie al fatto che in Gaza mon amour si fa riferimento e si allude con amara ironia non solo a Israele, quanto soprattutto ad Hamas e alle rigide regole imposte dal movimento islamico a Gaza. Non si arriva mai alla satira vera e propria, e pure materiale forse ce n’era per arrivarci, basti pensare al fatto che ovviamente la statua è nuda e Hamas non ammette nudi, basti pensare che la statua – in una licenza rispetto alla verità dei fatti – ha un pene prepotentemente eretto, che tra l’altro ad un certo punto si stacca, e qualunque vero regista di commedie si sarebbe sbizzarrito a lungo su questo qui pro quo. E invece, quando un nugolo di donne molto caste che vorrebbero sposare il pescatore gli si presentano a casa su invito della sorella di lui e quando i poliziotti fanno irruzione per cercare la statua, del pene malandrino non vi è traccia, e i fratelli Nasser perdono purtroppo l’occasione di tirar su qualche gag a tema fallico. Anche se, a suggerirci che qualcosa sottotraccia c’era ed è forse stato smussato magari per timore di censure, poi arriva in scena un missile che un gruppo di esaltati vuole lanciare contro Israele; e questa sequenza, girata come se fosse una sagra di paese, coglie finalmente nel segno della satira. Ma è sempre troppo poco per salvare il film, il cui finale si erge in maniera sin troppo solitaria.

Info
La scheda di Gaza mon amour sul sito della Biennale

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