It Must Be Heaven

It Must Be Heaven

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A distanza di dieci anni da Il tempo che ci rimane Elia Suleiman torna in concorso al Festival di Cannes con It Must Be Heaven, che guarda al cinema di Jacques Tati per mettere in scena la grottesca democrazia poliziesca occidentale e elevare un’elegia alla Palestina e al suo popolo.

To Palestine

Elia Suleiman fugge dalla Palestina in cerca di una patria alternativa, solo per scoprire che la Palestina lo insegue ovunque. La promessa di una nuova vita si trasforma dunque in una commedia degli equivoci: per quanto lontano viaggi, da Parigi a New York, qualcosa gli ricorda sempre di casa. Inizia così a esplorare il significato di concetti come identità, nazionalità e appartenenza, e a porsi la fondamentale domanda: dove è il posto che possiamo veramente chiamare casa? [sinossi]

It Must Be Heaven inizia con un prete ortodosso che guida una processione di fedeli a Nazareth intonando i versi pasquali. Quando però si trova di fronte a una porta di ferro battuto che dovrebbe essere aperta al suo arrivo una voce dall’altra parte lo informa che non ha alcuna intenzione di aprire. Dopo aver insistito lungamente il prete si toglie la tiara, si reca a un ingresso secondario – in legno –, lo spalanca con un calcio e aggredisce fuori campo l’assistente riottoso. Questa prima sequenza sintetizza con straordinaria chiarezza gli intenti di Elia Suleiman: mostrare il volto assurdo, grottesco, intrinsecamente violento del potere e allo stesso tempo farlo ragionando concettualmente sui tempi comici, sulla reiterazione dei gesti, sul fuori campo e sulla nettezza di ciò che viene inquadrato. Erano dieci anni che Suleiman mancava dal proscenio internazionale, se si esclude la partecipazione al collettivo e dimenticabile 7 Days in Havana: l’ultimo lungomtraggio, a sua volta presentato in concorso sulla Croisette, è invece Il tempo che ci rimane, in cui Suleiman raccontava sessant’anni di vita e scontro tra Palestina e Israele e contemporaneamente la storia della sua famiglia. Nell’ultimo segmento di quel film Suleiman tornava a Nazareth per accudire la madre malata e costretta sulla sedia a rotelle. In It Must Be Heaven quella sedia a rotelle è presente, ma dolorosamente vuota, senza più un corpo seppur malato a sedervisi sopra. Suleiman interpreta nuovamente se stesso, e suddivide il suo film ancora una volta in quattro segmenti, stavolta utilizzando non il Tempo per separare/unire, ma lo Spazio. All’incipit ambientato a Nazareth seguono una parte parigina e una newyorchese, prima che il cerchio si chiuda e si possa tornare in Palestina, là dove tutto è principiato.

Nel mettere in scena gli spostamenti del regista – all’apparente ricerca di un produttore occidentale che decida di investire sul suo nuovo progetto – Suleiman si concentra una volta di più sull’interpretazione delle società, sul modus vivendi degli abitanti, sulle strutture che organizzano e gestiscono la vita di tutti i giorni. Guardando in maniera diretta al cinema di Jacques Tati e Buster Keaton, Suleiman non può che essere un osservatore, un elemento esterno – e come tale non preso in considerazione da nessuno: tutti lo schivano, o si comportano come se lui non facesse parte dello spazio reale – che guarda il mondo che lo circonda, e ne rintraccia le radici grottesche, prossime al ridicolo volontario o involontario che sia.
La Parigi in cui si trova a vivere Suleiman è una città vuota, quasi disabitata: certo, non mancano urla e schiamazzi quando si tratta di festeggiare il 14 luglio con tanto di parata militare – i carri armati che sfilano dietro l’angolo – ma sono tutti rigorosamente fuori dal campo visivo, e perfino i fuochi d’artificio si riflettono negli occhiali di Suleiman. Parigi è una città ordinata, “pulita e violenta”, e il produttore da cui si reca rifiuta il progetto perché la Palestina che Suleiman vuole raccontare non contiene nessuno dei cliché a cui l’occidente è abituato. “Non sembra neanche la Palestina”, chiosa prima di salutarlo. È una città in cui i poliziotti sono dappertutto, e si muovono sui pattini, a cavallo o sugli hoverboard elettrici. I pericolosi criminali che inseguono sono venditori abusivi di rose, o locali che non rispettano il plateatico. Tutti corrono, senza un’apparente necessità. Una popolazione indolente, amante di una libertà solo di superficie, pronta a scannarsi per ottenere una delle poche sedie a disposizione nel parco pubblico. Perfino l’uccellino che capita nell’appartamento di Suleiman dopo essersi rifocillato con l’acqua mostra la sua naturale prepotenza.

Non meglio va a New York, dove gli abitanti vanno in giro armati – dalla pistola alla mitraglietta fino al bazooka tenuto per correttezza nel cofano del taxi –, la polizia si fa in quattro per mettere le mani su un angelo palestinese nel Central Park e tutto si trasforma ben presto in una mascherata ridicola, mentre si vorrebbero sollevare quesiti rilevanti tanto sull’arte quanto sulla politica mediorientale. Dopotutto è una terra in cui se si vuole fare un film sui conquistadores i nativi possono anche parlare la loro lingua d’origine, ma i protagonisti devono parlare in inglese. Ne sa qualcosa Gael García Bernal, che cerca di intercedere con la sua futura produttrice per Suleiman ma è il primo a pronunciare in maniera errata il titolo. Qui il desiderio di controllo poliziesco è perfino più esibito e mascolino che in terra francese, ma non manca di possedere la medesima idiozia. Allora non resta che il ritorno a casa.
In questo peregrinare in giro per il mondo, dal terzo al primo, Suleiman coglie l’essenza tragica e ridicola di ogni cosa, mettendo in scena comportamenti automatici, privi di reale controllo ma puramente condizionati dall’abitudine, dalla prassi, dalla logica imperante. Il suo film, che eccelle in punte comiche difficili da eguagliare, diventa dunque lo scandaglio di un’umanità già perduta, priva di memoria. “Voi palestinesi siete i soli che non bevono per dimenticare, ma per ricordare”, dice un compagno di bevute in un locale nella Grande Mela, prima di lasciarsi andare a un ballo solitario. E a un ballo, stavolta collettivo, torna Suleiman nel pre-finale, di nuovo a Nazareth. Un ballo gioioso, liberatorio e forse liberario, orgoglioso della propria radice, della propria storia, della propria terra. Una donna, in un limoneto di campagna, cammina verso l’orizzonte portando con sé due recipienti di rame e poggiandone sulla testa uno per volta, per un tratto del percorso. In un’inquadratura dolcissima e chapliniana Suleiman si congeda dal pubblico con l’immagine di un popolo e della sua storia. Ancora in cammino, nonostante tutto. Poi, su schermo nero, la dedica. To Palestine.

Info
La scheda di It Must Be Heaven sul sito del Festival di Cannes 2019.
  • it-must-be-heaven-2019-elia-suleiman-01.jpg

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