Una figlia

Una figlia

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Ivano De Matteo torna alla regia con Una figlia, continuando a scandagliare la drammaticità delle relazioni famigliari nella classe media, quel mondo a parte che nessuno nel cinema italiano sembra aver più interesse a raccontare. Qui lo sguardo appare un po’ meno a fuoco del solito, soprattutto per una narrazione fin troppo densa di avvenimenti, ma restano intuizioni brillanti e soprattutto un’idea di cinema sempre più rara, e apprezzabile.

Balcanizzazione di una famiglia

Pietro è un uomo di mezza età con un grande dolore alle spalle: la morte di sua moglie che lo ha lasciato solo con la loro figlia. Non ha avuto tempo per il dolore perché ha dovuto occuparsi di lei crescendola con amore e dedizione in un rapporto esclusivo, totalizzante, in cui uno curava le ferite dell’altro attraverso le proprie. Quando, dopo qualche anno, proverà a rifarsi una vita con una nuova compagna, non tutto andrà come sognato: la reazione di sua figlia sarà esplosiva e Pietro sarà messo a dura prova. Si ritroverà a lottare tra rabbia e istinto paterno: quanto le può perdonare? Quanto è più forte l’amore della ragione? [sinossi]

Entrato nel suo sessantesimo anno di età (raggiungerà la cifra tonda il prossimo gennaio) Ivano De Matteo appare un regista sottostimato, o forse per essere ancora più precisi direttamente snobbato da un sistema cinematografico italiano che guarda in altre direzioni, e si lascia ammaliare da differenti forme. La sua presenza ai festival principali è occasionale, ed è perfino passata in secondo piano in alcuni casi (emblematica la superficialità con cui al Torino Film Festival gli addetti ai lavori si approcciarono all’ottimo La bella gente, poi destinato a uscire in sala in piena estate e con anni di ritardo), e in pochi hanno finora tentato di approfondire una poetica coerente, e a ben vedere anche rara nel panorama cinematografico nazionale. Al di là del film più o meno riuscito De Matteo è infatti uno dei pochi, se non l’unico regista italiano contemporaneo interessato a focalizzare l’attenzione sulla classe media: in un’epoca polarizzata, in cui i più si dividono tra rappresentazione (non di rado stereotipata) del sottoproletariato e dell’alta borghesia, De Matteo si ricorda di quella terra di mezzo umana che rappresenta l’anima più depredata e illusa da una società del Capitale feroce, e selvaggia. Per rappresentare le classi De Matteo passa sempre attraverso il racconto famigliare, cronaca crudele della dissoluzione di un monumento della società (non solo) italiana: la balcanizzazione nelle relazioni tra mariti e mogli, genitori e figli, e via discorrendo è l’elemento deflagrante della filmografia del regista, e lo testimonia con forza anche Una figlia, sua ottava regia che ha raggiunto le sale dopo Pasqua e dopo la presentazione al barese Bif&st. Difficile durante la visione di Una figlia non far correre la mente dalle parti del precedente Mia, con cui nei fatti sviluppa un dittico tutt’altro che ottimista sul rapporto padre-figlia: lì un padre ultra-accudente si trovava a dover fronteggiare la crisi dell’adorata figlia adolescente a seguito del rapporto sentimentale con un balordo; qui invece la figlia diciassettenne di un agente immobiliare compie un gesto irreparabile che costringerà l’uomo a rivedere la relazione con la ragazza.

De Matteo non ha paura delle insidie del melodramma, e già questo dettaglio (che sottolinea una alterità evidente rispetto alla marea montante della produzione italiana) sospinge a guardare con maggiore interesse una vicenda che senza dubbio a tratti perde di compattezza, compie scelte fin troppo esasperate, non sa in effetti mantenere quell’equilibrio disadorno eppur struggente che ad esempio contrappuntava il succitato Mia; non è “sua” Sofia, non è di Pietro, questo agente immobiliare che dopo la tragica scomparsa della moglie ha trovato una nuova compagna in Chiara, donna che vorrebbe instaurare una relazione amicale-affettiva con l’adolescente Sofia ma viene continuamente respinta, probabilmente considerata dalla ragazza una usurpatrice, forse addirittura sedotta dal benessere economico del padre più che dalla di lui figura umana. Senza entrare nel dettaglio dell’elemento scatenante che di fatto trascina Una figlia in un’escalation nella quale il rapporto paterno-filiale viene continuamente bombardato da elementi destabilizzanti, si ritiene che il limite principale del nuovo film di De Matteo risieda nella scelta pur consapevole di un accumulo persistente di materiali narrativi, quando la vicenda nel suo scabro e lancinante dolore parrebbe ben più che sufficiente per esprimere la visione del mondo e dell’umano del cineasta capitolino. Allo stesso tempo sarebbe però iniquo, e anche abbastanza cieco, decidere di voltare le spalle a un film come Una figlia, rifiutandone in toto le riflessioni, tutt’altro che pacificate o banali. De Matteo sa scavare con un coltellino nelle costole incrinate della società contemporanea italiana, e lo fa smantellando quel luogo illusorio dietro il cui paravento ci si nasconde politicamente da sempre, cioè a dire la famiglia. È rimasto praticamente il solo a puntare l’occhio sulla disgregazione della classe media senza trovare attenuanti anche alla sua mediocrità congenita. Così Una figlia, che pure tracima di esasperazioni finanche eccessive, trova nei suoi momenti di massima lucidità uno sguardo cristallino, e per questo emotivamente di difficile sostenibilità. In tal senso basterebbe osservare lo splendido confronto finale tra i due protagonisti, e ciò che esso realmente comporta all’interno del discorso intrapreso dal film. Anche quando la focale si fa meno puntuale, la filmografia di De Matteo risulta oggetto alieno rispetto alla prassi produttiva nazionale, una eccentricità che sarebbe delittuoso non proteggere.

Info
Una figlia, un trailer.

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