Incompreso

Incompreso

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Derivato dal noto romanzo omonimo di Florence Montgomery, Incompreso di Luigi Comencini asciuga intensamente la materia narrata lasciando decadere tutto il cô più scopertamente ricattatorio del testo originario, finendo dalle parti di un nobile e malinconico trattato di psicologia infantile. Magnificamente fotografato, e caratterizzato da una splendida direzione d’attori (bambini e adulti). Al Festival del Cinema Ritrovato 2025 di Bologna per la retrospettiva Prima la vita! dedicata alle opere di Luigi Comencini.

La voce della mamma

Firenze. Padre di due bambini di età diverse, Andrea e Milo, il console britannico John Duncombe rimane precocemente vedovo. Paralizzato dal proprio dolore, l’uomo fa molto affidamento (fin troppo) sul figlio più grande, Andrea, al quale chiede di occuparsi di Milo. Preso dal proprio sconforto e dal lavoro, il console trascura sempre più Andrea riservando tutte le sue attenzioni a Milo, ritenuto il più fragile per la sua tenera età. In realtà Andrea, di nascosto da tutti, soffre molto per la scomparsa della madre, prodigandosi comunque per procurare gioia agli altri. Dal padre riceve invece soltanto indifferenza e rimproveri, finendo per chiudersi sempre più nella solitudine del proprio dolore… [sinossi]

La solitudine dell’infanzia. La distanza dal mondo degli adulti. L’infanzia vista come età di dolore e sofferenza, spesso vissuti nel chiuso del proprio silenzio, mentre si cerca di mettere da parte i propri tormenti e procurare gioia agli altri. Il bisogno di sentirsi amati. Venuto da un classico strappalacrime della letteratura inglese ottocentesca – l’omonimo romanzo di Florence Montgomery, attualizzato in un racconto moderno che trova i suoi ambienti a Firenze, Incompreso (Luigi Comencini, 1966) nasce come opera su commissione, su istanza di Angelo Rizzoli. Tuttavia, come spesso accade nella sua filmografia, Comencini fa propria la materia narrativa secondo un intenso movimento di personalizzazione. Fra i filoni più ripercorsi nella sua produzione vi è infatti un corposo insieme di opere dedicate ai temi dell’infanzia, che qualche anno dopo troveranno il loro culmine nel televisivo Le avventure di Pinocchio (1972). In qualche modo Incompreso ne anticipa molte suggestioni, pur prendendo le mosse da premesse decisamente diverse. Là un racconto fiabesco, qui la narrazione realistica di un precoce calvario. Eppure, l’Andrea di Incompreso vive la stessa solitudine di Pinocchio, la sua stessa tendenza alla marachella sprovveduta per farsi notare dal freddo mondo degli adulti, che gli riserva soltanto indifferenza. Sia Pinocchio sia Andrea, oltretutto, sono figli senza madre, per la quale provano un’insostenibile nostalgia. Cercano la madre in una fatina buona, o sempre in ambito vagamente magico e incorporeo nelle tracce che la tecnologia permette di registrare e conservare – il commovente ascolto della voce della madre su nastro magnetico che Andrea reitera più volte per lenire il proprio dolore. È una voce disincarnata, come se provenisse dall’inattingibile aldilà dove la mamma se n’è andata. È anche una voce astratta che sembra emanare dall’interiorità di Andrea, alle prese con il mesto e dolce ricordo della madre perduta.

A contatto con una materia narrativa incandescente che a ogni passo rischia di scantonare verso il facile ricatto emotivo, Incompreso si rivela in realtà animato da un’ammirevole asciuttezza di toni. Innanzitutto si allunga volentieri nella disamina del rapporto fra i due fratelli Andrea e Milo, sottolineandone con lieve tratto i giochi, gli scherzi, l’alleanza nel difendersi dagli adulti, l’ingenuità nell’approccio al mondo, la reciproca protezione. Andrea in particolare si sente responsabile nei confronti di Milo, un po’ perché è il fratello più grande, un po’ perché investito dal padre di precise responsabilità, e sopra ogni altra cosa per spontaneo affetto. Con le bizze tipiche del fratello più piccolo, Milo è piagnucoloso e ricattatorio, pronto a rigettare le colpe su Andrea alla prima difficoltà. Con grande finezza Comencini si adagia per lunghe pagine nell’analisi di un piccolo universo infantile, che cerca di chiudersi in un fortino esclusivo a difesa dall’ingerenza degli adulti. Alcuni brani sembrano adottare pure il passo della comica muta, nel restituire le buffe dinamiche innescate dai due fratelli con bambinaie e altri. Sempre in parallelo con il futuro Pinocchio, c’è posto anche per un Mangiafuoco ante litteram, il burlone zio Will che si presenta alla fastosa villa fiorentina del console Duncombe dichiarando più volte di detestare i bambini. Lo zio è impersonato da John Sharp, che pure nella sua fisionomia richiama le distorsioni fisiognomiche del burbero burattinaio collodiano. E come in Pinocchio, su tutto Incompreso aleggia costante il tema della morte. Pure Pinocchio ha i propri lutti da elaborare, e la tanto agognata trasformazione in bambino vero sancisce anche il passaggio all’età adulta, una sorta di messa a morte del burattino bizzoso che implica pure l’abbandono della scatenata libertà anarchica dell’infanzia più pura. Incompreso ruota invece tutto intorno al tema della perdita. Perdita della madre, perdita di contatto fra padre e figlio, entrambi prigionieri del proprio dolore; per il padre significa anche finire dalle parti di un’imperdonabile freddezza nei confronti di Andrea. Psicologo di finissimo tratto, Comencini permea il racconto da inizio a fine di una nobile e mesta malinconia, ben sottolineata dalle scelte in colonna musicale – il meraviglioso score a opera di Fiorenzo Carpi e l’Adagio dal Concerto n. 23 di Mozart. A tutto ciò contribuisce anche la scelta di Firenze come sfondo del racconto, e di grande eleganza è il lavoro sul colore condotto da Armando Nannuzzi, che avvolge il film di una pastosa consistenza pittorica.

In tutto questo, il calvario di solitudine affrontato da Andrea è indubbiamente commovente, ma non per mezzo dei più corrivi strumenti di ricatto. È sapiente la capacità di restituire il solco che dolorosamente si apre fra padre e figlio attraverso una catena di continui equivoci e incomprensioni dovuti a un insopprimibile pregiudizio nei confronti di Andrea. Indirettamente il dolore del console si accanisce contro chi si affanna ad apparire il più forte, e in realtà è il più debole di tutti. Al fondo, vi è un sostanziale errore di sopravvalutazione dell’età di Andrea, la convinzione che sia già abbastanza adulto da poter fare da sé, pure nell’affrontare un dolore senza voce come la perdita della madre. Comencini mostra un particolare estro nel raccontare la spavalderia infantile, il desiderio di emergere e impressionare gli adulti, il bisogno di catturarne l’affetto. Alcuni brani sono pura poesia di incisiva pregnanza psicologica – la richiesta di essere messo in collegio generata dalla convinzione di essere cattivo (del resto, pure questo è un modo per essere notato), l’incontro con i coetanei al cinema, gli scambi con l’ex-bambinaia Dora… L’infanzia si racconta anche altre realtà, per non cedere alle proprie debolezze. Basti pensare al temino di Andrea ritrovato in prefinale, dove il bambino racconta agli insegnanti e a se stesso un’amicizia idealizzata con il padre, sempre desiderata ma di fatto mai nata. Se Pinocchio rischia più volte di fare una brutta fine, Andrea va incontro alla morte percorrendo un’agonia di rara durezza. Dopo essersi prodigato per la felicità altrui e aver raccolto soltanto freddezza e rimproveri, nel delirio della malattia il bambino giunge a una spietata lucidità che apre finalmente gli occhi a suo padre. È un’agonia lunga, quella di Andrea, che ricorda un po’ il finale travaglio di Carmela nel successivo Delitto d’amore, realizzato da Comencini nel 1974. Giocare gli fa passare il nervoso, dice Andrea, rivelando per la prima volta la propria interiorità tenuta nascosta a tutti. Nel suo linguaggio ingenuo Andrea finisce a parlare addirittura di depressione infantile, e da un lacrimoso romanzo Comencini giunge dalle parti di un serio e intenso trattato di psicologia del bambino. Sul letto di morte lo sguardo duro e impietoso di Andrea è un’accusa quasi insostenibile all’universo degli adulti, ricondotti al loro egoismo, sia pure generato dall’incapacità di elaborare un lutto. Si piange, certo. Ma non perché Incompreso è costruito per far piangere. Si piange per la nobiltà di Andrea, nell’affrontare un destino sfortunato con la fierezza di un eroe

Info
Incompreso sul sito del Cinema Ritrovato.

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