Familiar Touch
di Sarah Friedland
Reduce dai successi alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2024, sia nella sezione Orizzonti che come Leone del Futuro, rispetto alla responsabilità che la investono «come artista ebrea americana» nel compito di «affrontare l’impunità di Israele sulla scena globale», la giovane regista e sceneggiatrice Sarah Friedland firma con Familiar Touch un racconto in larga parte autobiografico, ispirato dalla propria esperienza personale come caregiver per la nonna materna. Altisonanti riconoscimenti a parte, l’esordio della promettente autrice – formatasi come assistente di nomi quali Kelly Reichardt e Steve McQueen – sa in effetti colpire nel segno, quasi al contempo accarezzando e spaesando i sensi di chi guarda e ascolta, complici tanto la prova di raffinata e fragile bellezza della già citata attrice protagonista, quanto pure il background della Friedland – tra arti visive, performance e installazione – , capaci di coprire qualche comprensibile goffaggine tipica dell’opera prima col sapiente lavoro sul poroso rapporto fisico e mnemonico tra corpi e ambienti.
«La nostra verità e la tua sono un po’ diverse…e va bene»
Ruth Goldman è un’anziana donna ebrea, californiana e grande cuoca. Vedova da anni, e affetta da una forma di demenza che gradualmente la rende sempre più incerta rispetto ai luoghi, ai tempi e agli affetti della sua vita. Un giorno riceve la visita del figlio Steve, che la conduce in macchina sino alla splendida casa di riposo Bella Vista – dopo svariate valutazioni e sopralluoghi di cui Ruth non ricorda affatto. Affidata alle cure della dolce e sensibile infermiera Vanessa, e monitorata dall’ugualmente ben disposto e affettuoso dottor Brian, la donna dovrà fare i conti con la nuova realtà di una malattia che le si palesa ora di fronte come mai prima d’ora, nel dolce ma anche confuso andirivieni tra le sé passate e la sé presente, di certo provata, ma ancora spinta da desideri e afflati vitalistici che sembrano ben lungi dal volersi sopire. [sinossi]
La commovente e dolorosa lotta tra il graduale spegnersi delle facoltà di Ruth e le incontrollabili resistenze ad abbandonarsi al suo male, emerge fin dalla sequenza d’apertura do Familiar Touch, opera prima di Sarah Friedland: la casa della donna è bella, riccamente addobbata di piante ancora verdissime e quadri, e pezzi d’arredamento che ne certificano il gusto estetico; lei cucina con attenzione il suo «signature sandwich», ma per un attimo s’arresta nel rendersi conto di aver poggiato una fetta di pane tostata “a scolare” coi piatti. Ruth in camera sua si guarda allo specchio, in intimo, e probabilmente nota di essere ancora una bella donna, per poi cambiarsi d’abito e ricevere l’ospite di cui è in attesa. Quando questo arriva lo accoglie con garbo ed energia, ridendo, cercando di farlo sentire a suo agio mentre questo la aiuta ad apparecchiare la tavola essenziale, quasi spoglia, ma in cui il verde smeraldo dei grandi bicchieri per l’acqua s’accosta perfettamente al gusto healthy e ricercato del signature sandwich. Lei tenta di farlo sbottonare parlando del più e del meno, degli interessi e dei piani dell’uomo che le risponde impacciato, sino a impacciare anche Ruth. Lei si stupisce di sapere che l’uomo è già sposato, come pure è stupita nel rendersi conto che lui sa lo stesso di lei, e con tanto di nome del marito: Seymour. Ma la donna non demorde. Continua a parlare col suo ospite, si avvicina a lui porgendogli la mano a tavola e poi in macchina, ritirandola quando s’accorge che lui non ricambia il gesto, impegnato a guidare verso la loro destinazione. Una volta arrivati, l’uomo la lascia accomodare in attesa sui divanetti di un’elegante sala d’attesa, mentre va a «registrarla». A questo punto l’uomo è ben più che imbarazzato, ben più che addolorato e ben più che in tensione, così come da oramai lo è lo spettatore che da diversi minuti ha già iniziato a capire: quell’uomo è il figlio di Ruth, Steve (Harry Jon Benjamin), ed esattamente come lo spettatore ha appena vissuto l’esperienza di esser tenuto in ostaggio dalle avances di sua madre, proprio nel giorno in cui avrebbe imposto alla donna di dire addio alla sua casa, registrandola al Bella Vista per consegnarla alle cure dell’infermiera Vanessa (Carolyn Michelle Smith).
L’estrema forza e funzionalità di queste fasi iniziali sta proprio nella sottile ma crescente dissonanza tra consapevolezze cognitive che, mentre nello spettatore vanno a prendere una forma chiara, sempre più “a fuoco” – espediente tecnico e stilistico che per quanto non centrale riveste un ruolo semanticamente significativo lungo tutto il racconto – ; quelle di Ruth fanno il percorso inverso, dovendo lei intermittentemente confermarle, rimodularle o abbandonarle di scena in scena, di persona in persona con cui interagisce e di ambiente in ambiente che attraversa o cerca di comprendere. In tal senso non può non saltare immediatamente all’occhio il superbo lavoro di Kathleen Chalfant che, raffinatamente in equilibrio tra la June Squibb di Nebraska (2013, Alexander Payne) e una versione “al femminile” del Jean-Louis Trintignant di Amour (2012, Michael Haneke), contagia scene e platea con la risata e l’occhio vispo di una donna che vuole, desidera e si diverte, per poi ri-raccogliere tutto nelle contrita riflessione semi lucida di un mondo che in certi momenti, e in certe notti, pare smettere di voler farsi comprendere e agire da lei. Allora ecco che come una bambina in cerca d’approvazione si diverte e s’impegna a passare al meglio i test del dottor Brian (Andy McQueen); s’improvvisa cuoca della casa di riposo, trasformando i classici toast con uova e bacon in sofisticati impiattamenti mentre sovrintende ai minuti di studio rosicchiati qua e là da Vanessa; da dimostrazioni a sé stessa ricordando nomi di ingredienti e complessi passaggi di sue ricette; e si ritrova ancora bambina durante l’ora di attivazione muscolare nella piscina del Bella Vista, in cui l’acqua la riporta ai richiami ora della madre ora di un’amica, figure che Ruth incarna sempre nella fedele Vanessa. Il personaggio del dottor Brian rappresenta per lei ora un amico e ora un oggetto di desiderio, i cui gesti, i modi di tastarla e auscultarla vengono carezzevolmente replicati dalla Chalfant in uno dei tanti momenti in cui viene fuori l’attenzione infusa nella resa della pelle e del corpo quali luoghi emotivi e di senso, superfici ora di contatto e ora di rientro, fuga e riflessione della donna tra i suoi input interni e gli output non sempre ad essi coerenti che l’esterno le restituisce.
Tale interazione in Familiar Touch si fa forte dell’ottimo, semplice, eppur funzionale lavoro di fotografia di Gabe C. Elder, che tra riflessioni, messe in abisso, eccellente e accurata definizione della resa cromatica, trae il meglio tanto dalle distanze quanto dai pedinamenti scelti dalla Friedland, ad esaltare ora la focalizzazione esclusiva col rientro nel sé disorientato di Ruth – per cui, oltre al focus, si ricorre anche a una doppia messa a fuoco in cui la donna abita una metà del quadro sfocato nello sfondo e vivido nella sua figura, a fronte della totale chiarezza dell’altra metà – , e ora la tentata ma a volte impossibile interazione della protagonista con i residenti della casa – quasi tutti autentici pazienti di una clinica di Pasadena, California – , occupati nel decoupage o nella “serata dating” da cui Ruth fugge spaesata e spaventata. Se l’immedesimazione così efficacemente approfondita della magnifica protagonista costituisce di certo il picco positivo dell’opera, viene invece da chiedersi se quella dell’autrice con la sua stessa narrazione non abbia finito per creare/alimentare quegli unici e piccoli punti d’incertezza del comunque ottimo Familiar Touch. È frequente, per una storia che muove i suoi passi da esperienze che hanno invaso la sfera personale di chi le scrive, che certi aspetti o dettagli della vicenda – tanto cari e sentiti all’artista quanto ovviamente ignorati, nella loro importanza, dal consumatore del prodotto finito – rischino di occupare minuti che in scena sarebbero risultati più funzionali se impiegati per altro. Verso la fine del film facciamo la conoscenza della figlia di Steve che, durante lo sgombero della casa di Ruth, sta in camera della nonna indossando allo specchio un suo vecchio cappotto – che sia l’autoinvestitura della Friedland di una sorta di prosecuzione genealogica con la reale nonna paterna a cui Ruth è ispirata? Forse – , fatto sta che la presenza della giovane rappresenta un unicum nella vicenda, e senza prosecuzione. Allo stesso modo, ad esempio, e complice forse la voluta indecidibilità riguardo l’estensione temporale dei fatti, la danza della protagonista con suo figlio – anche questa nelle fasi finali del film – non sortisce la completezza di un effetto emotivo rivelante data la quasi perenne assenza di Steve lungo l’arco della vicenda – nell’incipit sopra descritto, nello sgombero, e in questa danza finale – , nonostante il close-up sull’uomo ben renda ancora il teso imbarazzo di una vicinanza emotiva complessa a farsi, in parte giustificandone le assenze a schermo. Al contempo certi scambi dialogici, di sguardi, o semplici e prolungate insistenze su questo o quel momento di pathos sembrano tradire la tentazione di strappare una lacrima facile, seppur nel contesto di una messa in scena che – in regime di coerenza con la raffinatezza, la delicatezza e l’eleganza finora ripetute e ripetute quali marche stilistiche decisive dell’opera – evade con successo scontate e pompose drammatizzazioni, ad esempio, con un comparto sonoro quasi del tutto privo di musiche ed eccessivi effetti che non siano diegetici.
Ma davvero, per quanto più o meno impattanti – seppur ve ne abbiamo riportato solo brevi e sparuti esempi – , si parla di inezie. Ciò che davvero emerge dall’incoraggiante esordio di Sarah Friedland è la capacità di pesare parole e gesti, emozioni ed estetica, dolore e riso commosso, in un racconto di ri-formazione per una donna che, pur vedendo e sentendo attorno a sé un mondo che le scappa dalle mani, cerca nella propria dignità la forza di non lasciarlo andare, bensì di viverlo con le sue nuove certezze, con le altrettante incertezze e con le possibilità che – seppur indebolite – le restano ancora, perché dal mondo ha ancora molto da pretendere. Familiar Touch è un esordio deciso, da godersi ora ridendo ora col forte impulso di abbassare lo sguardo, fragile come ciò che racconta, eppure solidissimo nel tratteggiare perimetri entro i cui l’anti-ageism è ben più di uno slogan, ed è anche più di un ideale: è una necessità naturale, una spinta, un diritto e un dovere di rivendicazione biologica verso chi – chi si sia più o meno dichiaratamente “open minded” – pensa che il mondo sia sì per tutti, ma fino a una certa responsività normata del corpo, e fino a una certa età. Inutile dire che ciò che più avvince, emoziona e diverte, in Familiar Touch, è vedere quanto la vecchia e bellissima Ruth Goldman non sia affatto d’accordo.
Info
Il trailer di Familiar Touch.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Familiar Touch
- Paese/Anno: USA | 2024
- Regia: Sarah Friedland
- Sceneggiatura: Sarah Friedland
- Fotografia: Gabe C. Elder
- Montaggio: Aacharee Ungsriwong, Kate Abernathy
- Interpreti: Andy McQueen, Carolyn Michelle Smith, H. Jon Benjamin, Kathleen Chalfant
- Produzione: Artemis Rising Foundation, Go for Thurm, Memento International, Rathaus Films, Simbelle Productions
- Distribuzione: Fandango
- Durata: 91'
- Data di uscita: 25/09/2025




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