Amour
di Michael Haneke
Viaggio al termine di una notte che non ha fine, Amour mostra la disgregazione umana in grado di andare al di là di qualsiasi autodifesa della logica: la morte si avvicina a ogni inquadratura, senza che si abbia la possibilità di sfuggire a un microcosmo soffocato ancor prima che soffocante.
Finché morte non ci separi
George e Anne, ottantenni, sono due insegnanti di musica in pensione. La loro figlia, anche lei musicista, vive lontano con la sua famiglia. Un giorno, Anne ha un malore, e la stabilità del rapporto tra i due viene messa a dura prova… [sinossi]
In un’intervista del 1964, tra le riprese di Bande à part e quelle di Une femme mariée, Jean-Luc Godard affermava “Ora ho delle idee sulla realtà, mentre quando ho cominciato avevo delle idee sul cinema. Prima vedevo la realtà attraverso il cinema, e oggi vedo il cinema nella realtà.”. Una frase che può essere scambiata per uno dei giochi logici e ribaltamenti del punto di vista tipici della forma mentis godardiana, ma che invece nasconde al suo interno una delle più grandi verità del cinema: la Settima Arte, troppo spesso impegnata a fissare la realtà (o una supposizione della stessa), non si accorge di respirare realmente solo quando vi si immerge dentro, vivificando il proprio corpo “industriale”.
Tra i registi europei contemporanei chi ha dimostrato di possedere uno sguardo sempre compenetrato nella realtà – intima, sociale, politica – che lo circonda, è senza ombra di dubbio Michael Haneke: fin nei suoi lavori televisivi (in particolar modo Variation, 1982) e negli esordi cinematografici (The Seventh Continent e 71 Fragments of a Chronology of Chance) è possibile rintracciare un punto di vista rigoroso, severo e stratificato, teso a uno scandaglio dell’umanità contemporanea, mai prono di fronte alle proprie responsabilità sociali. Anche un prodotto “altro” come Das Schloss, trasposizione per il piccolo schermo del romanzo incompiuto di Franz Kafka, si muoveva in tale direzione.
Il ritorno a Cannes del cineasta austriaco a tre anni di distanza dalla Palma d’Oro ottenuta per Il nastro bianco, straordinario scavo della disumana ipocrisia della borghesia austro-ungarica a ridosso dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, era atteso con trepidazione dalla stampa e dal popolo degli appassionati. Il film segnava infatti anche il ritorno a un’ambientazione francese, che mancava nelle pellicole di Haneke da Niente da nascondere – nel mezzo, oltre al già citato Il nastro bianco, anche la versione statunitense di Funny Games – e la prima apparizione in un film di Jean-Louis Trintignant dalla morte della figlia (l’attore non prendeva parte in prima persona alla vita sul set dal 2003, quando recitò in Janis et John di Samuel Benchetrit). E proprio di morte, nell’accezione più ampia di questo termine, parla Amour. La storia di Georges e Anne, anziani coniugi la cui vita di coppia viene sconvolta dalla malattia degenerativa che colpisce la donna, è lo specchio perfetto dell’approccio stilistico e poetico di Haneke: una messa in scena rigorosa, che rifugge tanto il movimento di macchina fine a se stesso quanto la discesa nel patetismo, e un’attenzione capillare all’evoluzione psicologica dei protagonisti della vicenda.
Per quanto molte opere di Haneke trovino collocazione in ambienti chiusi o spazi in ogni caso perfettamente definiti, mai come in questa occasione si imprime nella mente dello spettatore l’idea di luogo/ventre in cui i personaggi si rinchiudono per cercare di tenere al di fuori il mondo che lo circonda. La sequenza dell’inseguimento al piccione da parte di Georges, a prima vista un diversivo per deviare lo sguardo dalla cupa atmosfera dell’opera, rappresenta al contrario la più tragica delle disillusioni: anche quando l’universo esterno riesce a penetrare la corteccia difensiva edificata dall’ottuagenario per proteggere sua moglie da qualcosa di inevitabile, si tratta solo di un istante passeggero, destinato a non lasciare alcuna traccia di sé nel percorso umano del protagonista.
Nonostante la presenza in scena, pur in un ruolo secondario, di un’Isabelle Huppert intensa come sempre, Amour vive e respira nei volti, nei singulti e nei gesti (in)controllati di Trintignant e di Isabelle Riva: le loro interpretazioni rasentano la perfezione, e riescono a penetrare in profondità il segreto intimo del cinema di Haneke, capace di trascinare alle lacrime pur rifuggendo qualsiasi apparente climax emotivo. Si prenda il nitore lancinante dei primi sintomi di malessere di Anne: una colazione come tante altre, perfettamente banale nella sua quotidianità e stracciata dall’improvvisa catalessi della donna, che lascia un impietrito marito a cercare di comprendere ciò che è davvero impossibile accettare. Una sequenza illuminante, che lascia a bocca aperta per l’eccezionale “semplicità” espressiva di Haneke.
Viaggio al termine di una notte che non ha fine, Amour mostra la disgregazione umana in grado di andare al di là di qualsiasi autodifesa della logica: la morte si avvicina a ogni inquadratura, senza che si abbia la possibilità di sfuggire a un microcosmo soffocato ancor prima che soffocante.
Inguainato nella purezza architettonica ed espressiva di Haneke si nasconde un elogio intenso e incorruttibile all’amour fou, personificato dall’annullamento di sé al quale si immola Georges: un contrasto (solo apparente) tra etica ed estetica che devasta gli argini del sentimento toccando sublii vette di lirismo. Potrebbe anche replicare la Palma d’Oro di tre anni fa, Amour, ma è un dato completamente accessorio: ciò che conta è l’ennesima dimostrazione della grandezza autoriale di uno dei maggiori cineasti venuti alla luce negli ultimi quarant’anni. Come tutti i grandi registi, in grado di fissare la realtà senza replicarla, ma vivendola. Fino alla morte.
Info
Il sito ufficiale giapponese di Amour.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Amour
- Paese/Anno: Austria, Francia, Germania | 2012
- Regia: Michael Haneke
- Sceneggiatura: Michael Haneke
- Fotografia: Darius Khondji
- Montaggio: Monika Willi, Nadine Muse
- Interpreti: Emmanuelle Riva, Isabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant, Laurent Capelluto, Rita Blanco, William Shimell
- Produzione: Les Films du Losange, Wega Film, X-Filme Creative Pool
- Distribuzione: Teodora Film
- Durata: 125'
- Data di uscita: 25/10/2012







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