Il padre dell’anno
di Hallie Meyers-Shyer
Il padre dell’anno mette in scena una parabola intima sul rapporto tra genitori e figli, alternando leggerezza da commedia e ombre di dramma familiare. Michael Keaton presta al personaggio di Andy una presenza magnetica, capace di oscillare tra goffaggine quotidiana e improvvisi lampi di consapevolezza, mentre attorno a lui la trama intreccia tre generazioni in lotta con assenze, incomprensioni e ritorni tardivi. Hallie Meyers-Shyer firma un’opera che non sempre trova la piena armonia tra malinconia e humour, ma che si distingue per il modo in cui affronta la paternità non come mito eroico, bensì come fatica imperfetta e necessaria. È un film che interroga la fragilità del tempo e la possibilità di ricucire legami feriti, scegliendo la via di una dramedy sobria e disincantata, in cui la commozione nasce più dagli sguardi trattenuti che dalle parole.
Tra settembre e dicembre: il tempo fragile di un padre
La vita di Andy Goodrich (Michael Keaton) subisce un’improvvisa svolta quando la moglie, madre dei loro gemelli di nove anni, entra in un programma di riabilitazione di novanta giorni, costringendolo ad affrontare da solo il compito di crescere i bambini. Spaesato ma determinato, Andy impara a orientarsi nella genitorialità contemporanea e si appoggia alla figlia maggiore Grace (Mila Kunis), nata dal suo primo matrimonio. Sarà proprio in questo fragile equilibrio tra passato e presente che Andy troverà la possibilità di reinventarsi come padre, scoprendo il legame che Grace aveva sempre atteso. [sinossi]
Non è mai semplice raccontare un uomo che ha speso la vita tra tele e cornici, e che all’improvviso deve fare i conti con l’informe, con il disordine degli affetti e delle colpe. Il padre dell’anno, diretto da Hallie Meyers-Shyer, segue Andy Goodrich, gallerista newyorkese a cui Michael Keaton presta un equilibrio fragile e magnetico, sospeso tra ironia e malinconia. La sua esistenza, scandita dalla precisione dei cataloghi e dall’apparente ordine estetico delle esposizioni, si rivela presto come un fragile artificio: dietro le luci della galleria si nascondono il fallimento di un matrimonio, la distanza siderale dai figli e la paura di guardare in faccia la propria inadeguatezza. È in questo scarto tra immagine e realtà, tra rappresentazione e vita, che il film trova i suoi momenti più intensi, pur lasciando talvolta la sensazione di non osare abbastanza, di restare a metà strada tra dramma intimo e commedia agrodolce. La vita di Andy s’intreccia anche con quella della figlia maggiore, Grace (Mila Kunis), trentaseienne incinta del suo primo bambino. Scrittrice in una redazione d’intrattenimento, Grace vive con il marito Pete (Danny Deferrari), un medico pacato e affettuoso, e attende con lui la nascita del figlio senza volerne conoscere il sesso prima del tempo. La distanza che la separa dal padre affonda le radici negli anni di assenza successivi al divorzio dalla madre Ann (Andie MacDowell), oggi direttrice di un museo. Quattordici anni di matrimonio, poi il distacco: un passato che riaffiora solo a metà del film, come una verità che tarda a emergere ma che grava su ogni gesto presente. Se i gemelli occupano quasi interamente il tempo e le attenzioni di Andy, Grace resta nell’ombra, relegata a un ruolo laterale che rivela la frattura tra i due mondi familiari. Il film insiste su questo squilibrio affettivo, mostrando come la paternità, per Andy, sia stata vissuta a compartimenti stagni: i figli piccoli ricevono cure e dedizione, mentre la figlia adulta porta ancora addosso il peso di un padre che è stato soprattutto un’assenza. Il nuovo matrimonio con Naomi (Laura Benanti), giovane compagna che sembra portare leggerezza e vitalità, diventa in realtà per Andy l’occasione per allargare la crepa che lo separa dai figli. Nel tentativo di apparire ancora affidabile, egli sceglie la via più fragile: mentire. Nasconde la verità ai gemelli Billie e Mose (interpretati da Vivien Lyra Blair e Jacob Kopera), cercando di proteggerli da una realtà che invece li investe con brutalità. La tensione nasce allora non dalla grande rivelazione, ma dai silenzi che si fanno pesanti, dai sorrisi incrinati, da quella distanza affettiva che si rivela nei gesti più minimi e insieme più devastanti.
Meyers-Shyer osserva questo gioco di maschere con una regia che alterna leggerezza e gravità, come se volesse suggerire che la paternità non è mai un ruolo acquisito una volta per tutte, ma un fragile esercizio quotidiano, fatto di esitazioni, di goffaggini e di errori. Quando la verità affiora, non con fragore ma come una pioggia sottile che scava lentamente la terra, il fragile equilibrio costruito da Andy si sgretola. I figli lo guardano con occhi che non riconoscono più l’eroe, ma un uomo qualunque, smarrito, vulnerabile. È in quel momento che il film trova il suo nucleo emotivo: nella frattura tra l’immagine che un padre vorrebbe dare e la realtà che lo espone, nuda e senza difese. Keaton restituisce questo scarto con una finezza fatta di silenzi, di sguardi abbassati, di esitazioni che pesano più di qualsiasi parola. Un contrappunto narrativo arriva dalla figura di Terry Koch (Michael Urie), padre single e gay che cresce il figlio Alex (Carlos Solórzano), compagno di scuola dei gemelli. L’incontro tra Andy e Terry avviene quasi per caso, ma diventa occasione per riflettere su modelli genitoriali alternativi, non meno autentici. Alex soffre di epilessia, e la sua fragilità è accolta con naturalezza dal padre, in un equilibrio che sembra smentire ogni stereotipo: accanto a loro, Andy misura ancora di più le proprie esitazioni e il proprio bisogno di reinventarsi come padre. La sua interpretazione è un equilibrio instabile: da un lato il riconoscimento della propria vulnerabilità, dall’altro la volontà ostinata di restare, di non sottrarsi, trasformando la fragilità in presenza. In questa tensione, il film non offre soluzioni, ma lascia emergere il paradosso di ogni rapporto familiare: amare significa anche deludere, e la verità, quando finalmente si mostra, ferisce e libera nello stesso tempo. Il momento più intenso arriva verso la fine, in una scena che mette a nudo la verità rimossa: Grace, con parole amare e liberatorie, rimprovera al padre di averle negato il tempo e l’attenzione che ora dedica ai gemelli. È un confronto che esplode in tutta la sua forza emotiva, restituendo al film un vertice drammatico in cui la malinconia s’intreccia al desiderio di ricominciare. In quell’attimo Andy comprende davvero la ferita lasciata dalla sua assenza, e il legame con Grace diventa lo specchio fragile e necessario di ciò che significa essere genitori al di là delle età, delle case e dei matrimoni. Il registro scelto da Keaton ondeggia costantemente tra commedia e dramma, tra leggerezza e gravità. A tratti questa oscillazione regala momenti di sorprendente verità – come quando un gesto buffo s’incrina in malinconia – ma non sempre il film riesce a tenere insieme i due estremi, e il rischio è quello di disperdere la forza del racconto in una serie di variazioni di tono che non trovano piena armonia. È come se Il padre dell’anno volesse essere allo stesso tempo cronaca familiare, riflessione esistenziale e farsa domestica, senza mai assumere con decisione una direzione. Ne nasce un’opera irregolare, in cui la coerenza narrativa cede il passo a frammenti suggestivi, più efficaci se presi singolarmente che nel loro insieme.
Il film si chiude lasciando nello spettatore un’impressione sospesa, quella di un’opera che alterna momenti di sincera commozione ad altri più convenzionali, senza mai rinunciare al gusto della citazione cinefila. Un parallelismo inevitabile è con Mister Mamma diretto da Stan Dragoti, sceneggiato da John Hughes, che già negli anni Ottanta ribaltava i ruoli domestici con ironia. A questo si può aggiungere, sul versante italiano, Mani di fata di Steno (1983), dove Renato Pozzetto interpreta un ingegnere che, rimasto senza lavoro, si trasforma in perfetto massaio, dando vita a una commedia brillante che gioca sugli stessi slittamenti di ruolo, ma con una leggerezza tipicamente nostrana. Se Mani di fata è pura commedia e Il padre dell’anno invece inclina alla dramedy, il confronto mostra come certe dinamiche familiari continuino a interrogarci da prospettive diverse, oscillando tra sorriso e malinconia. In parallelo, la presenza di Andie MacDowell – nei panni della prima moglie – riattiva un’altra memoria cinematografica: il loro incontro in Mi sdoppio in 4, film in cui Keaton moltiplicava se stesso per sopravvivere alle pressioni della vita domestica. Se allora era la leggerezza a prevalere, qui è la fragilità del tempo a dominare la scena, con una malinconia che s’insinua persino nei gesti più ordinari, come nel momento in cui il protagonista mostra ai figli Casablanca, trasformando un classico in occasione d’intimità condivisa. Il fatto che alla regia ci sia Hallie Meyers-Shyer aggiunge un ulteriore livello di lettura: figlia di Nancy Meyers e Charles Shyer, coppia che ha segnato la commedia sentimentale americana con titoli ormai entrati nell’immaginario collettivo, la regista sembra voler confrontarsi con quell’eredità, tentando di spingerla verso un territorio più personale e disilluso. Dopo l’esordio con 40 sono i nuovi 20, questo secondo film – girato nella zona di Los Angeles e scandito in tre mesi, da settembre a dicembre – cerca un equilibrio tra malinconia e humour, alternando intuizioni felici e momenti meno compiuti. Naomi entra in scena soltanto negli ultimi quindici minuti, come un’apparizione tardiva che più che risolvere sembra amplificare il senso di sospensione, lasciando il film in bilico tra ciò che avrebbe potuto chiudersi e ciò che resta aperto. È in questa imperfezione, in questo nodo non sciolto, che Il padre dell’anno trova il suo valore più sincero: opera fragile e diseguale, ma capace di restituire al volto di Keaton una vitalità nuova, tra commedia e dramma, come se la vita stessa fosse un copione che non si conclude mai, ma continua a sorprendere chi lo abita.
Info
Il padre dell’anno, un trailer.
- Genere: commedia
- Titolo originale: Goodrich
- Paese/Anno: USA | 2024
- Regia: Hallie Meyers-Shyer
- Sceneggiatura: Hallie Meyers-Shyer
- Fotografia: Jamie D. Ramsay
- Montaggio: Lisa Zeno Churgin
- Interpreti: Andie MacDowell, Andrew Leeds, Carmen Ejogo, Danny Deferrari, Jacob Kopera, Kevin Pollak, Laura Benanti, Michael Keaton, Michael Urie, Mila Kunis, Nico Hiraga, Poorna Jagannathan, Vivien Lyra Blair
- Colonna sonora: Christopher Willis
- Produzione: C2 Motion Picture Group, Stay Gold Features
- Distribuzione: Adler Entertainment
- Durata: 111'
- Data di uscita: 25/09/2025




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