The Miracle Club

The Miracle Club

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The Miracle Club, il nuovo film del settantaseienne Thaddeus O’Sullivan, si articola attorno ai concetti di amicizia, fiducia (e fede), alla ricerca della comprensione reciproca. Purtroppo non basta la presenza in scena di un cast composto da stelle di prima grandezza (Maggie Smith, Kathy Bates, Laura Linney, Stephen Rea) per compiere il miracolo di trasformare questo racconto pur gentile ma non privo di retorica in un reale scandaglio dell’animo umano.

L’anno prossimo vado a Lourdes

In un subborgo della Dublino degli anni 1960, le anziane Lily Fox ed Eileen Dunne sono sorprese dal ritorno di Chrissie dopo quasi quarant’anni d’assenza. Le donne, che non hanno mai lasciato Dublino, riescono a realizzare il loro sogno vincendo un viaggio a Lourdes. [sinossi]

Una delle più celebri battute di Woody Allen, contenuta in Io e Annie, vede il geniale attore, commediografo e regista statunitense affermare, dopo aver ammesso di andare dallo psichiatra da quindici anni: «Sì, gli concedo un altro anno… Poi vado a Lourdes». Hanno atteso molto tempo prima di intraprendere il viaggio verso uno dei poli primari del cattolicesimo anche le protagoniste di The Miracle Club, il film con cui torna dietro la macchina da presa l’irlandese Thaddeus O’Sullivan, che il prossimo maggio compirà settantasette anni. Lily Fox ed Eileen Dunne hanno aspettato così tanto che l’organizzatrice del viaggio, la loro amica Maureen, è perfino morta di vecchiaia: per evitare la stessa fine le due donne, insieme ad altre più giovani, decidono di mettersi in azione per raggiungere l’agognata meta, dove magari assistere a un miracolo. L’unico evento tellurico degno di tal nome è però un ritorno, visto che nel sobborgo di Dublino in cui risiedono i protagonisti del film riappare Chrissie, figlia di Maureen che aveva abbandonato la terra natia più o meno quarant’anni prima. Tra rancori mai sopiti, problemi della quotidianità da risolvere, e piccole e grandi preoccupazioni il gruppo di donne, insieme alla parrocchia locale, andranno in pellegrinaggio a Lourdes, continuando a battibeccare tra un bagno nell’acqua miracolosa e l’altro. Lo spettatore avveduto, ma in fin dei conti anche il neofita, non avrà problemi particolari nell’approcciarsi a The Miracle Club, opera che rientra a pieno diritto nella dorata cerchia produttiva britannica – il film è una co-produzione tra Regno Unito e Irlanda – concentrata sulle storie messe a servizio di un cast di prim’ordine. Fin dalle sue primissime proiezioni, non a caso, l’ottavo lungometraggio di O’Sullivan è stato accolto da peana per quel che concerne le interpretazioni dei protagonisti, sollevando l’annoso quesito: può uno stuolo di interpreti d’eccezione salvare un film che altrimenti andrebbe alla deriva, o nella migliore delle ipotesi scomparirebbe con estrema rapidità dagli anfratti della memoria?

Purtroppo la risposta che viene naturale fornire al termine della visione di questa commedia screziata di dramma – o il contrario, se si preferisce – è seccamente negativa. Non si mette di certo in dubbio la qualità attoriale di figure di primissimo piano della storia del cinema quali la quasi nonagenaria Maggie Smith, o la sempre splendida Kathy Bates, o ancora l’oramai sessantenne Laura Linney (tra gli attori da segnalare la presenza di un altro gigante della recitazione, Stephen Rea), e ancor meno la loro capacità di fornire sfumature a dialoghi che altrimenti si perderebbero nella retorica più stantia, quella della memoria degli affetti, e del passaggio in rassegna di intere esistenze. Il punto che si tiene a sollevare è che al di là delle scaramucce ben gestite, delle battute al fulmicotone, e dei dialoghi più trattenuti e dolorosi, in The Miracle Club non si avverte mai uno scarto sensibile che permetta a questa narrazione piana, così prevedibile da permettere di anticipare tutto quel che avviene in scena, di elevarsi al di sopra della mera professionalità. Un tempo O’Sullivan mostrava delle velleità, anche e soprattutto nel racconto della sua terra, la martoriata eppur sempre verde Irlanda. Si pensi al vitale ma amaro spaccato di vita rurale racchiuso in December Bride, del cupissimo e teso resoconto dei “Troubles” visto in Niente di personale, o ancora del sogno eretico del ladro protagonista di Un perfetto criminale di farla franca rubando nientemeno che un Caravaggio. Esempi di cinema forse mai particolarmente unico ma senza dubbio ispirato, teso a una visione panoramica tanto dei personaggi quanto e forse ancor più del paesaggio urbano e naturale con il quale si confrontano. È probabile che la rigidità dicotomica di un luogo come Lourdes – che cambia radicalmente di senso se si vive o meno la fede – non abbia aiutato O’Sullivan, così come una sceneggiatura scritta a ben sei mani ma in fin dei conti priva di punti di svolta che non siano quelli canonici. È evidente che il viaggio a Lourdes non serva a cercare un intervento divino ma semmai ad avere il tempo di comprendersi, e di porsi i giusti interrogativi, ma i personaggi sembrano tagliati con l’accetta, esattamente come le scelte che prendono. Si cerca del sentimento, in The Miracle Club, e di quando in quando se ne avverte una lontana eco; ma è difficile rintracciare del cinema nell’ora e mezza di durata, e perfino della vita che non sia preordinata, gestita dai ritmi di una sceneggiatura scritta in modo fin troppo controllato. Cercano libertà queste donne di diverse generazioni – si va appunto dai trenta ai novant’anni –, ma se la trovano è solo sulla pagina scritta, e mai nell’immagine in movimento. Per il resto, per chi sa accontentarsi, ci sono da ammirare delle recitazioni perfette, impeccabili, di cui in pochi si ricorderanno tra qualche anno.

Info
The Miracle Club, il trailer.

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