Io e Annie

Io e Annie

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Compie quarant’anni Io e Annie: il capolavoro di Woody Allen, quello che meglio armonizza l’inventiva e la prorompenza del suo primo cinema con la fase successiva. Presentato alla Berlinale in versione restaurata.

Ogni topica è utopica

Alvy Singer è un comico che alterna apparizioni televisive a partecipazioni in show dal vivo. Dopo un intenso anno di relazione, si è lasciato con Annie, e prova a capire i motivi che hanno portato alla rottura. [sinossi]

Presentato nella sezione Berlinale Classics in versione restaurata in occasione dei suoi primi quarant’anni, Io e Annie va identificato come lo spartiacque della carriera di Woody Allen. È infatti il primo dei suoi film che prova a fare una sintesi, riuscendovi egregiamente tra l’altro, tra la prima parte della carriera e quello che verrà dopo, tra l’anarchia narrativo-inventiva-episodica degli esordi (Prendi i soldi e scappa, Il dittatore dello stato libero di Bananas, ecc.) e la maturità (e la malinconia) espressivo-pensosa-bergmaniana degli anni Ottanta.
Un primo tentativo in tal senso Allen l’aveva già fatto con il suo precedente film, Amore e guerra (1975), omaggio al romanzo ottocentesco russo declinato secondo i codici della parodia senza però dimenticare l’essenza tragica dei ragionamenti filosofici di quegli scrittori (da Tolstòj a Dostoevskij). Ma se lì aveva ancora un ruolo importante il travestimento grottesco, sfruttando la scusa del distanziamento storico, in Io e Annie si prende di petto la biografia del regista e attore newyorchese, avvicinandosi strettamente (e naturalmente) all’autobiografia.
L’apparizione nell’incipit di Allen che guarda in macchina e parla con lo spettatore è in tal senso esplicita: Allen ormai è Allen, non ha (quasi) più bisogno di filtri e di travestimenti, è di Brooklyn, fa il comico, sta (stava) con Diane Keaton e vuole riflettere sulla fine della sua storia e sull’impossibilità di avere una relazione duratura con il genere femminile.

È curioso d’altronde che, in un film in cui si racconta l’amara conclusione di quella che era una grande storia d’amore (quella con Diane Keaton per l’appunto), questa – dal punto di vista meramente diegetico – è durata appena un anno. È curioso, ma sensato e coerente con l’assunto di fondo di Io e Annie: la volatilità dell’esistenza, la frammentazione dell’io, la percezione parziale – e comunque intensa – del vivere che non permette di avere uno sguardo complessivo sul tutto. Se all’inizio il piccolo Alvy Singer (questo il nome del personaggio interpretato da Allen), accompagnato dalla madre, si lamenta con il medico a proposito del fatto che l’universo si sta espandendo, poi ci si renderà conto che quell’universo evolve e muta mentre lui (e, con lui, noi tutti) vive senza riuscire a capire e codificare cosa gli stia accadendo o cosa gli sia accaduto.
Ci succedono delle cose, incontriamo delle persone, delle donne, ma tutto scivola, procede lasciando cicatrici e ferite, fin quando non arriverà la morte. Un tema che proromperà con forza nel cinema maturo alleniano e che qui viene alluso nel momento in cui si dice che lui regalava a lei sempre libri con la parola morte nel titolo, già anticipatore di un tragico cupio dissolvi, di quello ad esempio che porterà al suicidio del professore in Crimini e misfatti (1989).

Così il rutilante e giocondo accumulo irrefrenabile di gag e di battute – che raggiungono l’apice nei primi dieci minuti, forse i più spassosi di tutta la storia del cinema – trova un corrispettivo simbolico e sovrastrutturale nella percezione distorta e impressionistica del mondo (“Il mio analista dice che traviso i miei ricordi d’infanzia”) e nella restituzione necessariamente frammentaria della propria vita. È questa per Allen la chiave per non lasciarsi prendere dalla follia anarchica che aveva caratterizzato i suoi primi lavori e per permettere a Io e Annie di avere una solida struttura narrativa al di là dei mille andirivieni tra passato e presente.
Incastonato in questo contesto simbolico che riecheggia il ‘panta rei’ eraclitiano, Io e Annie si permette di tutto e di più, anche a livello stilistico: non solo il parlare in macchina dell’inizio, ma anche tanti altri ‘a parte’ con lo spettatore (tra cui va ricordata almeno la celeberrima chiamata in causa di McLuhan, atta a smentire un molesto professore universitario), senza dimenticare il breve intermezzo di animazione con tanto di strega cattiva, o l’interlocuzione con dei passanti rappresentanti di un variegato coro cittadino, o ancora lo split screen in cui si mettono a confronto la famiglia di lui e quella di lei (ma anche quello, ancora più ardito, in cui lui e lei sono dai rispettivi analisti e si parlano uno sopra all’altro), fino a raffinatissime soluzioni di flashback (come quello della seconda apparizione dell’amico, che scopriamo essere leggermente più indietro nel tempo rispetto alla sua precedente entrata in scena e che serve da scusa per presentare il momento in cui Annie ha conosciuto Alvy).

C’è tutto il meglio del cinema alleniano in Io e Annie, un profluvio inesauribile di gag diventate proverbiali (basti ripensare a quella riservata a chi insegna che non sa fare niente) e lo sguardo disincantato dell’intellettuale conscio dei suoi limiti e della sua impossibilità di incidere. La piccolezza dell’uomo e la sua instancabile voglia di mostrarsi vivo, di mostrarsi vitale, vitalistico, di agitarsi in maniera scomposta e febbrile, e forse – anzi, sicuramente – proprio in questo patetico e ridicolo. Perché, non dimentichiamolo, uccide ragni dall’età di trent’anni.

Info
La scheda di Io e Annie sul sito della Berlinale.
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