Obsession

Obsession

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Obsession di Curry Barker descrive ciò che accade al maschio contemporaneo quando la realtà prende il posto del desiderio, o meglio, dell’immagine che egli si è fatto della realtà. Un horror “minimalista”, basato su pochi personaggi ed elementi, ma dalla timbrica esasperata e iperbolica, che suscita al tempo stesso ilarità e angoscia. E che riflette sardonicamente ma con affilato e impietoso acume sulle gabbie d’oro dell’Io, sempre più cullato dalle proprie illusioni e terrorizzato dalla realtà e dall’Altro.

Il bacio della donna ragno

Dopo aver spezzato il misterioso bastoncino del desiderio per conquistare il cuore della ragazza che ama, un romantico senza speranza ottiene esattamente ciò che ha chiesto. Ma presto scopre che alcuni desideri hanno un prezzo sinistro e pericoloso. [sinossi]

Sin dall’antichità pensatori e filosofi e infine psicologi dibattono per comprendere la natura del desiderio. Nasce da un senso di mancanza e incompletezza? Oppure è energia creativa e rigenerante senza il quale la mattina non ci alzeremmo dal letto? È illusione, proiezione, costrutto sociale, oppure è il motore della vita stessa? Curry Barker (no, nessuna parentela con il celebre scrittore horror britannico) prova a dare una sua sardonica risposta con Obsession, sua opera seconda, presentata in anteprima al Festival di Toronto. Il film d’esordio dell’anno prima, il found footage horror Milk & Serial, era stato dirottato direttamente su YouTube con accesso gratuito, interpretato e diretto da Barker assieme al partner Cooper Tomlinson, con cui forma il comedy duo “that’s a bad idea”. Nella sua semplicità di infernale parabola, con pochi ambienti e quattro personaggi principali, Obsession riesce a cogliere la destabilizzante e anche deprimente istantanea del panorama amoroso contemporaneo devastato da una confusione valoriale, ideologica ed emotiva ai massimi livelli, oltre che da un’incapacità ormai cronica di relazionarsi con l’altro (sesso). Obsession è infatti meno un “horror sulla coppia”, o sull’amore coercitivo, come alcuni hanno ipotizzato (per quello si rimanda semmai a Together di Michael Shanks), e più uno sguardo sulla crisi del maschio (e non solo quello della cosiddetta Generazione Z, anzi). Non a caso il film inizia con un falsa partenza, una lunga confessione amorosa del protagonista (Michael Johnston), ripresa con l’aspect ratio quadrato di un filmato amatoriale, in cui questi si lancia nel più patetico e cringe degli sproloqui romantici. Scopriamo subito dopo che si tratta soltanto di un discorso di prova, una dichiarazione simulata, al cospetto di una cameriera e del suo amico Ian (il suddetto partner Cooper Tomlinson), il quale glielo boccia su tutti i fronti. La destinataria reale – e per il momento assente – è la collega Nikki (Inde Navarrette, la Sarah Cushing della serie Superman & Lois: una rivelazione). Nonostante il titolo, il film non mostra realmente l’ossessione di una ragazza per il suo ragazzo: anche questa è solo una simulazione (extra-filmica, stavolta), un depistaggio. Casomai è il contrario. La prospettiva rimane infatti sempre legata al personaggio maschile, mentre Nikki, nella stessa economia del racconto, si limita a reagire.

Bear (nomen non omen) è un orso del tutto incapace di emettere anche solo una parvenza di ruggito: un orsacchiotto, un cucciolo perenne, un innocuo e semi-asessuato Winnie the Pooh, perso in un’idealizzazione dell’oggetto del suo desiderio. Come se, nella sua mente, Nikki fosse niente più che un reel di pochi secondi su un social. Crede di essere innamorato di lei, ma in verità non sa neanche chi sia. Non sa che sta per andarsene dal negozio in cui lavorano insieme, né perché vuole farlo. Non sa se sia vero o no che il padre abbia il cancro. Forse neanche gli interessa scoprirlo o, meglio ancora, non è attrezzato per farlo. La idealizza a tal punto da non essere in grado di tentare neanche un approccio reale, faccia a faccia con lei. E nel momento in cui Nikki, invece, si rivela più diretta e prende l’iniziativa, lui nega tutto e si chiude a riccio. Quello che accade da qui in poi è un’originale contaminazione fra black (romantic) comedy e horror, nella quale gli sviluppi sono spaventosamente coerenti con l’assunto di base. Allora il punto non è tanto che Bear si approfitti del momentaneo e imprevisto cambio di atteggiamento di Nikki, che, da semplice amica, ora sembra adorarlo fino a offrirglisi come una sorta di geisha demente. Perché può essere forte la tentazione di leggere il McGuffin del One Wish Willow (il bastoncino del desiderio comprato per impulso da Bear in un negozio e utilizzato nella speranza di ottenere l’amore di lei) come metafora tossica del Roypnol in un bicchiere. O comunque di una relazione disfunzionale. Ma il punto rimane un altro ed è a monte: a Bear succede finalmente una cosa reale, vera, fuori dalla sua testa, che però lo colpisce in fronte come una pietra, dato che non è minimamente preparato, non ne ha gli strumenti. Eppure, nonostante da subito questa realtà a due gli pare (a lui come a noi spettatori) come qualcosa di distorto e potenzialmente pericoloso, dopo una certa esitazione, lui coglie l’occasione e prende quello che riesce a prendere, tentando di schivare – anziché affrontarli di petto – i comportamenti sempre più assurdi e iperbolici di Nikki. La quale diventa, per certi versi, un personaggio espressionista: talmente si assommano e si riflettono in lei tutte le paure e le idiosincrasie di Bear, che lei diventa ai suoi occhi un mostro, un demone. Le richieste di Nikki in termini di intimità, di presenza, le sue scenate di gelosia, vengono da lui percepite come un fatto abnorme, un incubo.

Non stiamo lavorando di fantasia: è talmente palese questo secondo livello di lettura di Obsession, che Barker si prende tutti i rischi del mondo nel condurre sempre più sopra le righe il personaggio di Nikki (e con lei l’attrice: una delle più memorabili performance horror degli ultimi anni) e le dinamiche che avvengono fra lei, Bear e che coinvolgono anche gli altri due amici e colleghi, Ian e Sarah (Megan Lawless), la quale a sua volta ha una cotta per Bear. Barker gestisce con grande acume e consapevolezza gli ingredienti primari del genere: il buio, le grida, la paura, l’ignoto. Riduce al minimo effetti speciali e CGI, puntando sugli ambienti, sulle performance attoriali, su una colonna sonora esasperata/esasperante almeno quanto la protagonista (dunque, mai fine a se stessa). Con lo stesso proposito, non ha paura di avvalersi nemmeno dei famigerati e abusati jumpscare, ma solo per “intortare” lo spettatore, così come fa con la storia del bastoncino del desiderio (cos’è, da dove viene, di chi è la voce dall’altra parte del telefono? Una sola risposta: non ha alcuna importanza). Si serve, infine, di “prelievi” dal cinema contemporaneo, da The Substance (misteriose ditte che vendono prodotti destinati a cambiare inesorabilmente la vita dei loro clienti), al dittico di Smile (20222024), di Parker Finn per gli inquietanti sorrisi che si fossilizzano sul viso. Senza contare che, in un film girato per gran parte in interni (qualcosa di apparentemente simile ma in realtà di molto diverso, però, dalla solita “casa posseduta”), il volto e il corpo di Nikki appaiono spesso avvolti nell’ombra, con i lunghi capelli neri sciolti che rendono la sua fisionomia iconicamente simile ai fantasmi rancorosi e vendicativi del J-Horror. Una figura ingoiata dal buio, inconoscibile e inquietante, che da un momento all’altro può trasformarsi in un animale feroce. Ed è proprio il bacio della donna ragno a terrorizzare Bear: la possibilità di essere intrappolato nella ragnatela, divorato dall’amore di una donna, un amore reale e così tanto “in esubero” rispetto alle sue capacità, ai languori onanistici e alle elucubrazioni da otaku che fino a quel momento ha covato nel suo angolino. L’orrore stavolta è tutto umano. È l’apocalisse che si abbatte sui soggetti iper involuti nel momento esatto in cui si affacciano sulla soglia del reale.

Info
Il trailer di Obsession.

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