Smile

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Parker Finn esordisce alla regia di un lungometraggio con Smile, adattamento e ampliamento di un suo precedente corto. Questa storia a suo modo anche agghiacciante avrebbe il potenziale per un discorso teorico sul paradosso, e sulla trasmissibilità dell’ossessione, ma il giovane cineasta preferisce muoversi in territori più canonici, disperdendo in parte la forza del film. Rimane comunque un horror godibile, e spaventoso il giusto.

Sorridi e il mondo riderà con te

Rose Cotter è una psichiatra che non ha ancora superato il trauma per il suicidio di sua madre, uccisasi anni prima. Un giorno si trova davanti una paziente terrorizzata, e impossibile da calmare, fino a quando il volto non si rischiara in un grande sorriso, subito prima di tagliarsi la gola. Quel sorriso inizia a tormentare Rose… [sinossi]

“That’s the time you must keep on trying | Smile, what’s the use of crying? | You’ll find that life is still worthwhile | If you just smile”. Così cantava nel 1954 Nat King Cole sulla musica scritta quasi venti anni prima da Charles Chaplin per la colonna sonora di Tempi moderni; erano tempi moderni anche quelli del dopoguerra, eternamente moderni, sempre spinti verso il boom, la crescita apparentemente senza freni tanto dell’economia quanto della società. Illusioni, com’è in fin dei conti illusorio un sorriso, che può nascondere dietro la propria facciata una moltitudine di pensieri e sentimenti contrastanti, anche in aperta opposizione (si pensi in tal senso alla filosofia del “Comico”, uno dei personaggi centrali di Watchmen, tanto nel graphic novel di Alan Moore e Dave Gibbons quanto nell’adattamento cinematografico firmato da Zack Snyder). Parte in qualche misura da un tale presupposto Smile, il film con cui esordisce al lungometraggio il regista statunitense Parker Finn, e che prende spunto da un precedente corto diretto nel 2020 dallo stesso Finn e dal titolo Laura Hasn’t Slept; in questo lavoro di poco più di dieci minuti una ragazza si reca da uno psicologo per raccontargli un incubo che la attanaglia, e non la abbandona mai. Peccato che anche la visita terapeutica faccia parte del percorso incubale della giovane. Riparte da qui Finn, cercando poi di ampliare il discorso: l’incipit di Smile è in effetti folgorante, già rodato, con la psichiatra Rose Cotter che nel corso di una normale giornata lavorativa si trova a tu per tu con una paziente nel pieno del deliquio, terrorizzata al punto di credere che un’entità la starebbe perseguitando. Anche durante la seduta non c’è modo per Rose di tranquillizzare la giovane fino a quando, con un cambio repentino, il volto non le si illumina di un sorriso sinistro, un attimo prima di tranciarsi la gola. L’evento procura un forte shock alla dottoressa, anche perché la donna non ha ancora (mai) superato il trauma per il suicidio di sua madre. Il sorriso che la ragazza aveva stampato in volto inizia dunque a perseguitarla: lo vede ovunque, sui volti di persone che neanche conosce. Ma è una sua illusione schizoide o c’è davvero una maledizione dalla quale guardarsi con attenzione?

Finn dimostra di conoscere tutti i trucchi del mestiere, e il suo film è una gragnola di colpi di scena in grado di far fare continui sobbalzi sulla poltrona anche agli spettatori più avveduti, quelli cresciuti a pane e horror. Certo, per raggiungere un simile risultato il regista si affida in gran parte all’effetto sonoro, producendosi sovente nel cosiddetto jumpscare: il risultato è raggiunto con estrema facilità, ma in qualche modo sembra quasi depotenziare il film. Sia chiaro, chi volesse raggiungere la sala per trascorrere un paio d’ore con la pelle d’oca, magari sbocconcellando del pop corn o delle patatine e trangugiando bibite in compagnia di amici e parenti, uscirebbe dalla sala con ogni probabilità con un senso di sana sazietà – non dovuta alle cibarie –, ma allo stesso tempo l’impressione è che l’ambizione del film fosse più alta, o forse solo meno abituale. Perché Smile è un horror canonico, ne sono esistiti migliaia sullo stesso tenore prima di lui e ne verranno altrettanti negli anni a venire: una persona con delle fragilità emotive o psicologiche si deve confrontare con qualcosa di più grande di lei, addirittura sovrannaturale. Trionferà o soccomberà? Finn rispetta questo schema fino alle estreme conseguenze, eppure la sensazione iniziale era che la promessa fatta allo spettatore fosse un’altra. Da un lato il film dovrebbe essere anche un horror psicologico, dimensione che in realtà abbandona in fretta e furia senza più darle peso eccezion fatta per qualche rimando più utile allo sviluppo narrativo che al senso in quanto tale. Ma soprattutto l’idea del contagio della paura, e dunque della trasmissibilità della maledizione poteva aprirsi a mille suggestioni diverse, a partire ovviamente dal punto di contatto con una realtà che ha visto negli ultimi due anni lo svilupparsi di una pandemia.

Il punto di riferimento di Smile, oltre a Ring, è senza dubbio alcuno It Follows di David Robert Mitchell (a proposito di “maledizioni”, chissà se il regista si riprenderà mai dal flop colossale vissuto con Under the Silver Lake, 8 milioni di budget per 40.000 dollari raggranellati sul suolo americano), ma lì si teorizzava senza troppa preoccupazione, preferendo le angosciose ombre tourneuriane all’incalzare dello spavento a rotta di collo. Potere dell’indie-horror, ovviamente. In un contesto produttivo schiettamente industriale Finn è costretto a barcamenarsi tra i suoi desiderata e quelli di chi vuole un prodotto che sappia centuplicare gli incassi, laddove possibile: questa linea di mezzeria Smile la sa tenere solo in parte, sacrificando la suggestione sull’altare dell’approccio ludico. Ne viene fuori un film senza dubbio interessante e anche divertente, ma che mostra falle qua e là trattate senza la necessaria cura. L’aspetto più rimarchevole del film, perse le potenzialità di un ampliamento del discorso, resta la solida e non banale messa in scena di Parker Finn, che a sua volta si pone come una promessa per il futuro prossimo. Sperando che non venga disattesa.

Info
Il trailer di Smile.

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