Ketticè
di Giovanni Tortorici
Opera seconda per Giovanni Tortorici, Ketticè è l’immersione in una gioventù bruciata palermitana, il ritratto di una generazione che ha vissuto il capoluogo siciliano ormai oltre la fase della militarizzazione antimafia e nel pieno dell’edonismo berlusconiano. Un ritratto riuscito a metà. Funzionano i ragazzi, bravissimi e spontanei, ma non gli adulti, prevedibili e stereotipati anche nella facile contrapposizione e semplicistica lettura sociale. La colpa del vuoto pneumatico delle nuove generazioni è da addebitarsi proprio alle vecchie, genitori e insegnanti, che non fanno che rimproverare figli e studenti. In concorso a Locarno 79.
Palermo tossica
Palermo, 2012/13. Giulio, sedicenne apatico e insoddisfatto, vive le sue giornate senza slancio: nessun entusiasmo per la scuola, nessuna prospettiva per il futuro. L’incontro con Ketty, coetanea più risoluta, gli offre una fuga dalla monotonia. I due stringono un’amicizia esclusiva, un rifugio condiviso alla ricerca della libertà, lontano dallo sguardo giudicante del mondo adulto. [sinossi]
Sono ormai vari decenni che è esplosa la moda della cucina regionale. Ora in Italia sembra che sia il turno del cinema regionale, ovvero assistiamo a un trionfo di opere in dialetti o parlate locali, interpretati da attori presi dalla strada, veri personaggi, autentiche figure di vita. Dopo il nord-est di Le città di pianura e Un anno di scuola, passiamo alla Sicilia di Ketticè, opera seconda per Giovanni Tortorici, presentata nel Concorso Internazionale del Locarno Film Festival 2026. Pochi punti in comune, per carità, quanto la tendenza a restituire l’essenza vera di un luogo e dei suoi abitanti così come una lettura sociale. Protagonista di Ketticè è Giulio, un liceale appartenente a un ceto sociale alto. Anche se lui dice che semplicemente vive in una casa grossa e antica, in effetti una dimora d’epoca con i soffitti affrescati. Si tratta quindi di un esponente di quelle famiglie discendenti dall’antica aristocrazia che ancora sopravvivono a Palermo. Come i suoi coetanei passa le serate, tra ragazze e droghe, nei ritrovi per strada all’aperto, tra i palazzoni del sacco di Palermo. A parte il calcio, non ha alcun interesse, a scuola ha un rendimento davvero scarso. Ketticè è il ritratto, impietoso, di una gioventù bruciata palermitana, di una generazione che ha vissuto il capoluogo siciliano ormai oltre la fase della militarizzazione antimafia e nel pieno dell’edonismo berlusconiano. Il film, infatti, è ambientato nel 2012/13. Un unico richiamo alla presenza di Cosa Nostra è quando Ketty dice sommessamente a Giulio di avere uno zio in carcere per fatti di mafia. Giulio, costretto a case per punizione, vede in tv la famosa scena con Berlusconi che ripulisce la sedia dove si era seduto Travaglio, scena che commenta in chat al cellulare con gli amici che, all’unisono, trovano antipatico Travaglio. Si tratta comunque dell’unico riferimento così marcato a quegli anni. La collocazione in quell’epoca appare in effetti poco significativa, se non nel mero dato autobiografico del regista, e non ci sono elementi che fanno pensare che l’attuale gioventù palermitana possa essere diversa. Allo stesso tempo in Italia non abbiamo avuto un Olof Palme o un Nelson Mandela al governo. Il film forse allude a dei semi messi in quegli anni – si fa riferimento alla questione migratoria – che ora trovano il proprio compimento. Una rappresentazione di Palermo, e dell’Italia, di quegli anni è anche quella fatta da Maresco in Belluscone – Una storia siciliana. Nessun paragone tra opere molto diverse, ma è singolare che Tortorici contempli, nel suo racconto palermitano, anche i popolarissimi cantanti neomelodici che erano centrali in quel film.
La sfida principale di Ketticè sembra essere pienamente vinta. Il film riesce nel difficile compito di realizzare un ritratto generazionale, e locale, pienamente credibile, con un approccio da cinema osservazionale. I giovani attori, scelti con un casting mirato nel territorio, sono davvero perfetti. Salvatore Gallina, nel ruolo di Giulio, riesce a restituire quella dimensione di apatia, peraltro crescente, del personaggio; di vuoto totale di interessi di qualsiasi tipo, se non le ragazze e la droga. Durante il film sembra progredire in un percorso di sbandamento. Non è altrettanto riuscita invece tutta la parte che coinvolge gli adulti, sia perché gli attori, in particolare quelli che interpretano i genitori di Giulio, non mostrano le abilità recitative dei giovani non professionisti, sia perché relegati a un ruolo macchiettistico che però rientra in un facile schematismo. Ai due si aggiunge il professore, figura tremenda, che scarica agli alunni tutto il proprio disprezzo nei loro confronti, e il coach della squadra di calcio. Il film non giudica i ragazzi, né assume uno sguardo moralista nei confronti del consumo di droghe leggere, anche se il vacillare di Giulio alla fine del film non depone a favore di un benessere che possa essere conseguito con l’uso, o l’abuso, di sostanze stupefacenti. Giulio alla fine fa ricerche su Google che lo portano all’LSD e alla canzone Lucy in the Sky with Diamonds. Un suo amico ha smesso, l’ha giurato alla madre, ma come potrebbe fare Giulio con la madre becera che si ritrova? La colpa è degli adulti, per primi portatori di un vuoto pneumatico che cercano di mascherare e che rinfacciano ai figli. Emblematica la scena con la nonna che parla del Gattopardo. Giulio non sa cosa sia, e rivendica come riferimenti letterari Geronimo Stilton e le barzellette di Totti; la madre gli rinfaccia la sua ignoranza. Ma sembra improbabile che la signora a sua volta abbia mai letto Tomasi di Lampedusa. Lo schematismo si vede anche nell’unica ragazza che vanta le sue tante letture e le sue tante visioni di documentari, eppure è colei che sostiene che Mussolini ha fatto anche cose buone. Tortorici rivendica il gusto meramente autobiografico di quel personaggio, che riproduce una sua amica dell’epoca. Tuttavia, rimane un elemento da atlante sentimentale della propria vita che risulta a quel punto non organico nel complesso del film. La caratterizzazione dei genitori di Giulio è molto superficiale. La madre è di origine umbra, evidentemente per evitare di far parlare l’attrice Monica Bellucci con accento siciliano. Nevrotica, non fa che urlare, ma è troppo sopra le righe. Rivendica il proprio lignaggio aristocratico sentendosi superiore agli abitanti del quartiere popolare Zen. C’è una brillante battuta detta da lei, quando accusa il marito di essere succube della suocera e di aver partorito il figlio come offrendo l’utero in affitto per conto della signora, alludendo ad astruse motivazioni psicanalitiche. Ma la battuta perde di efficacia nella recitazione di Bellucci. C’è poi il personaggio del professore, odioso, che non manca di esprimere il suo disprezzo per gli alunni, direttamente a loro, in aula, con espressioni violente e contraddittorie.
Tortorici mostra un buon senso dell’immagine anche quando fa iniziare il film, fa entrare il pubblico, in modo kitsch e pacchiano con musica sparata e con ritmo veloce, manco fosse Jonnie To, e poi con le inquadrature divise in tre. Sono molto eleganti gli sguardi sulla città, che evidentemente conosce, a partire dalle inquadrature del campo da calcio su cui incombe il monte Pellegrino. Una città colta in scorci anonimi, non riconoscibili se non quei momenti vicino al teatro Massimo. Ma poi fa finire il film in quel modo così ambiguo, segno di non saper più dove andare a parare se non con un finale raffazzonato e buttato lì.
Info
Ketticè, un trailer.
- Genere: drammatico, teen movie
- Titolo originale: Ketticè
- Paese/Anno: Francia, Italia | 2026
- Regia: Giovanni Tortorici
- Sceneggiatura: Giovanni Tortorici
- Fotografia: Camilla Cattabriga
- Montaggio: Marco Costa
- Interpreti: Monica Bellucci, Rachele Testagrossa, Salvatore Gallina
- Produzione: Frenesy Film Company, Memo Films, Piper Film, Rai Cinema, The Apartment
- Distribuzione: Piper Film
- Durata: 107'
- Data di uscita: 03/09/2026



Locarno 2026
Locarno 2026 – Presentazione
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