Le città di pianura

Le città di pianura

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A quattro anni dall’ottimo esordio Altri cannibali il feltrino Francesco Sossai torna alla regia di un lungometraggio con Le città di pianura, rinverdendo la sua galleria di sconfitti dalla vita, e ancor più dalla società. Nel concorso di Un certain regard al Festival di Cannes.

La terra di mezzo

Scorrazzando in auto lungo la pianura veneta in cerca di un eterno “ultimo bicchiere”, una notte due beoni di mezza età arrivano a Venezia dove incontrano un compassato studente di architettura. E lo prendono sotto la loro etilica ala protettiva… [sinossi]

Nella seconda metà del film di Francesco Sossai, il giovane studente di architettura interpretato dal sempre bravo Filippo Scotti guarda un affresco decorativo risalente alla scuola del Veronese in una residenza privata e riflette sul fatto che si tratti di una rêverie, di un vagheggiamento paesaggistico: chi lo ha dipinto ha unito i due segni caratteristici della Regione ossia la montagna e la laguna, le Alpi (in particolare le magnifiche Dolomiti) e Venezia. Eliminando dal disegno quelle che vengono chiamate “città di pianura” ovvero quell’enorme landa piatta, priva di caratteristiche eclatanti, che contraddistingue però, in realtà, la gran parte del Veneto. Ed è proprio in questa landa che si dipana il secondo lungometraggio del regista nativo di Feltre (che forse qui “si tramuta”nell’inesistente località di Cornio in cui vivono i protagonisti), Le città di pianura, una ballata tra il country e il folk, un road movie dal gusto spiccatamente wendersiano (con uno sguardo, in particolare, a Nel corso del tempo), ma che in qualche modo non può non far venire in mente inevitabilmente anche il cinema di Carlo Mazzacurati. Fondamentale “matrice” dell’intreccio pare invece essere Il sorpasso di Dino Risi, storia di un tizio senza arte né parte che prende in auto con sé uno studente per percorrere l’Aurelia partendo da Roma. Se Le città di pianura è episodico come il film di Risi – che viene citato palesemente anche nella scena della telefonata a una fanciulla –, i tizi bizzarri qui sono due, ma l’amarezza non prevale sulla dolcezza come sardonicamente afferma alla fine uno dei protagonisti, sapendo bene Sossai di aver giocato in più occasioni con le aspettative del pubblico e con la memoria cinefila.

Doriano (Pierpaolo Capovilla, fu leader delle band One Dimensional Man e Teatro degli Orrori) e Carlo detto Carlobianchi (Sergio Romano) hanno più di cinquant’anni e sono beoni da competizione. Da anni le loro giornate e serate sono spese nell’infinita ricerca di un ultimo bicchiere (che ricorda un po’ l’ultima sigaretta di Zeno Cosini) perché, come dice Carlo a un certo punto, l’utilità marginale dell’alcol non si riduce mai, essendo un “bene” che conduce a uno stato che richiede di essere mantenuto. Un bene e uno stato d’animo che sfuggono, quindi, alle leggi dell’economia. Quando la macchina da presa (il film è girato in 35mm e 16mm) si accende su di loro, nell’incipit, li troviamo addormentati in macchina in attesa del verde al semaforo: è notte e i due all’indomani devono andare a prendere un loro amico, Eugenio detto Genio (Andrea Pennacchi), all’aeroporto. L’occasione è di quelle importanti visto che il sodale è andato a vivere in Argentina 17/18 anni prima, nel 2007, e sta, per la prima volta, tornando in Italia per restare. Ma tra un bar e un autogrill, in luoghi dispersi tra il nulla e l’addio, il desiderio di un altro goccio di birra, vino o superalcolico conduce i due a Venezia dove incrociano Giulio, un universitario (Scotti, appunto) che, dapprima assai restio poi incuriosito, si farà coinvolgere dalla strana coppia. E con loro scoprirà proprio quegli spazi non eclatanti cui nessuno è interessato, posti anonimi, carrellata di villette bifamigliari e case da ristrutturare, di “vendesi” e mitologici ristoranti chiusi da anni, che è il luogo in cui si perdono o “sublimano” etilicamente le esistenze quotidiane di Carlo e Doriano. Uno spazio che un tempo era “terra” e ora viene concepito solo come “territorio”, mappa predetta, utile solo a unire Venezia ad altri punti di eccellenza, diventando il contenitore vuoto di un’enorme infrastruttura, ritenuto scevro di antropologia. La rêverie rinascimentale si è trasformata oggi in qualcosa di ben più ferale, approdando alla dimenticanza/rimozione di questa enorme provincia italiana destinata a essere sventrata, dismessa, pensionata. E, con lei, le “forme” di vita, anch’esse poco eclatanti, che la attraversano. Che quella terra sia già un cimitero alla periferia del mondo lo testimonia in effetti proprio il monumento che Giulio desidera ardentemente vedere, la Tomba Brion in provincia di Treviso (Le città di pianura si svolge in uno spazio liminare tra il bellunese, il travigiano e la laguna di Venezia, ricordando beffardamente, come dice Doriano, che “Rovigo non esiste”), uno dei capolavori dell’architetto veneziano Carlo Scarpa sepolto proprio nel Memoriale dedicato al fondatore della Brionvega. Una tomba, certo, ma viva e portatrice di senso. Come Carlo e Doriano, certo vivi ma in qualche modo già morti (li incontriamo, appunto, addormentati), mai cresciuti e precocemente consumati dalla disillusione e forse mai cresciuti proprio perché realisticamente disillusi da tempo immemore.

Oltre alla traiettoria narrativa dell’incontro tra Gilio e i due alcolisti, nel film di Sossai in concorso in Un Certain Regard di Cannes 78 c’è quella relativa al perché “Genio” se ne sia andato nel 2007 dal Belpaese: qui la “scena primaria” è un’altra, mostrata in flashback, e riguarda il pensionamento di un tale che si chiama Primo Sossai, ossia ha lo stesso cognome del regista. Ritiratosi sessantenne proprio nel 2007 dal lavoro in fabbrica – luogo rilevante per il film precedente di Sossai, l’eccellente Altri cannibali –, al signor Primo viene consegnato un Rolex dal padrone stesso in persona, che atterra in elicottero per la prestigiosa consegna. E subito riparte. Questa trama interna, oltre a dividere i lavoratori dai possidenti, è spiccatamente generazionale: la generazione di Primo è quella che ha faticato tutta la vita e poi beneficiato della pensione, del welfare, benché l’entrata mensile non lo salverà dal depauperamento antropologico e culturale delle sue terre (come vedremo poi), mentre quella di Giulio è un pendolo che oscilla tra trasgressione giovanile e disciplina. Quella di Carlobianchi, Dorino e “Genio” è slabbrata, mediana, spersa, destinata a essere travolta dalla crisi del 2008, a subire i famosi “ridimensionamenti” del personale, dedita a poco chiari traffici per avere qualche soldo in più e poi alla fuga o, in alternativa, ad amare quella bottiglia il cui godimento è appunto infinito, divenendo uno stato dell’animo che svicola le aspettative del mercato. Così Le città di pianura getta anche più di un’occhiata al tradimento di un intero Paese, l’Italia stessa, e di una Regione, il Veneto, da sempre narrata come uno dei centri della celeberrima “piccola-media impresa”. Vanto e pilastro delle sorti del Pil tricolore. Se qualcuno, nella fattispecie Eugenio (figlio non a caso di agricoltori), aveva pensato di “procacciarsi” la pensione in una maniera alternativa, le attese andranno in fumo proprio perché in sua assenza la terra è diventata territorio e le fondamenta più profonde sono state violate, come si evince dalla bella scena della ricerca di un malloppo. Giulio, d’altro canto, grazie ai due scoppiati che incontra capirà che c’è un modo più personale e intimo, vissuto e sensibile, di guardare le “mappe” (molto significativa quella che Carlo e Doriano gli disegneranno a mano, a dir poco vaga e al tempo stesso assai più significativa di molte altre), al di là della precisione di un gesto “studiato” e (ri)pulito. Mentre i beoni proseguiranno, come è ovvio, nella missione di bere a più non posso, attaccati a una vita “analogica” (perciò il film non può che essere girato in pellicola) laddove l’Italia – come suggerisce un personaggio secondario, di origine tedesca – sta per essere definitivamente fagocitata da una contemporaneità americaneggiante che spazza via ciò che è ormai “incongruo” e i residuati di altre epoche, come loro due e ogni tradizione territoriale.

Impreziosito dalla colonna sonora di Krano, musicista che lavora sulla contaminazione tra country e musica tradizionale veneta, Le città di pianura è un lavoro di grande interesse e intelligenza, capace di portare alla luce un’umanità destinata a scomparire per sempre e un mood esistenziale che con lei si sta spegnendo, e di alludere così anche alle vicende più vaste che riguardano il nostro Paese. La sceneggiatura (firmata dal regista assieme ad Adriano Candiago) non sempre è all’altezza dell’intuizione e dell’intensità dei preziosi volti di Romano e Capovilla e, specialmente nella parte centrale, si ha l’impressione che la precisione narrativa sfugga un po’ di mano e le situazioni girino un po’ a vuoto. In questo ambito, l’esordio di Sossai (il già citato Altri cannibali) riusciva a essere più puntuale e graffiante. In ogni caso un lavoro meritevole e fieramente divergente.

Info
Le città di pianura sul sito del Festival di Cannes.

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