A German Life

Presentato a Doclisboa 2016 nella sezione Da terra à lua, A German Life è una nuova riflessione sull’orrore dell’Olocausto, dello sterminio nei campi di concentramento nazisti. La vegliarda Brunhilde Pomsel è l’ultimo residuo ancora vivente, quando è stato girato il film, di quell’establishment che organizzò un sistema così crudele quanto efficiente di eliminazione. La sua testimonianza, resa a 103 anni, tra autoassoluzione e ipocrisia, riflette quella di un intero popolo che in quel baratro si è lasciato sprofondare.

Una specialista

Brunhilde Pomsel era la persona più vicina al Ministro della Propaganda Joseph Goebbels. Era la sua personale segretaria e stenografa. Il film propone una sua lunga intervista. [sinossi]

Il mondo si è a lungo interrogato per fornire una spiegazione a quell’orrore incomprensibile dell’Olocausto, della Shoah del popolo ebreo e di altri gruppi indesiderabili, omosessuali, zingari e via dicendo, che ha portato all’eliminazione nei campi di sterminio di 15 milioni di persone. Come sia stato possibile che una nazione che ha primeggiato per civiltà e cultura, che ha dato origine ai più grandi musicisti e filosofi, sia stata anche così grande nel male, per usare un’espressione abusata. Tra le più importanti riflessioni in questo senso c’è quella ben nota della banalità del male di Hannah Arendt ispirata al processo a Gerusalemme ad Adolf Eichmann. Processo che, ricordiamo, è oggetto del film Uno specialista di Eyal Sivan. C’è poi una spiegazione diversa nel campo della psicologia sociale, non in contrasto comunque con quella della Arendt, quella dell’obbedienza all’autorità elaborata dal sociologo Stanley Migram nel suo celebre esperimento, che pure fu ideato come risposta al processo al grande criminale nazista, che mostra come l’ubbidienza possa predominare sui principi etici.

L’intervista a Brunhilde Pomsel, segretaria personale di Goebbels e donna che è stata vicina ai vertici della gerarchia nazista fino al punto di condividere con loro l’ultima parte della loro esistenza nel bunker, può rientrare benissimo tra questi due modelli di spiegazione, che peraltro la signora può benissimo conoscere. In A German Life, presentato a Doclisboa, dopo essere già passato lo scorso aprile a Visions du Réel, i registi Christian Krönes, Olaf S. Müller, Roland Schrotthofer e Florian Weigensamer hanno raccolto l’ultima esalazione verbale della donna, a 103, l’unica supersite di quel sistema scellerato. Anche l’orribile ha la sua parte luminosa. Non esiste il male, afferma la vegliarda, non esiste Dio ma il diavolo certamente sì. Non esistono il bianco e nero ma tante sfumature di grigio. Sarà. Ma il suo stesso volto fotografato dai registi in un bianco e nero estremamente contrastato sembra esprimere la sensazione opposta. Un volto ripreso in dettaglio, illuminato, scavato dalla luce, a rendere una geografia di rughe, macchie, di solchi, crateri come fosse un disegno astratto. I registi la guardano da vicino, la scrutano. Ma non ci si aspetti un’espressione che tradisca una menzogna, uno sguardo insincero. Sono probabilmente spiegazioni che ha dato, e che si è data per tutta una vita.

“Non eravamo di vedute aperte in Germania, eravamo più ubbidienti”, dice la Pomsel, e qui torniamo ad Arendt e Milgram. “Non sapevamo nulla. Pensavamo fossero campi di correzione contro i nemici del Reich e non gli davamo molta importanza. Eravamo dei giovani sicuri della vittoria. La sentenza fu raccapricciante. Eravamo tutti come in un grande campo di concentramento”. Poco importa che Brunhilde sia sincera o meno, con gli altri e con se stessa, o fino a che punto lo sia. La sua ipocrisia è paradossalmente più genuina di quella mostrata in analoga situazione da Leni Riefenstahl. Brunhilde esprime il sentimento ipocrita e autoassolutorio, come ha fatto Eichmann, che è stato di un’intera nazione che ha aderito in massa all’ideologia nazista. Un popolo che ha affermato di essere stato manovrato e, solo dopo, di essersi risvegliato.
Quando a un comizio Goebbels inneggiava alla guerra totale, Brunhilde, racconta, fu avvicinata da un uomo delle SS che disse a lei e ad altri: “Il minimo che possiate fare è applaudire”. Così tutti applaudirono. Dovevamo farlo. E ancora torniamo all’esperimento di Milgram. Quando arrivarono i rapporti che parlavano di stupri era normale che venissero corretti e gonfiati, e che le vittime aumentassero. Era un modo ovvio per sottolineare la brutalità del nemico.

L’ipocrisia è anche quella dei ricordi nostalgici della signora. La Berlino degli anni Trenta era bella, ben tenuta. Goebbels era un signore distinto, ben vestito. Arrogante, sicuro di sé, gentile e superficiale. Ricorda i suoi bambini quando andavano a far visita nell’ufficio del padre. E come fosse affezionato, anche lui come Hitler, al suo cane Tell, tanto da portarselo dietro durante il viaggio di stato a Venezia creando qualche scompiglio nell’organizzazione. Il suo principale alla stazione radiofonica era una persona meravigliosa. Fu uno shock venire a sapere che fosse gay quando fu, per quel motivo, deportato.
La lunga confessione della donna in A German Life è intercalata da aforismi deliranti dello stesso Goebbels, che culminano nella massima “Una volta che inizi a mentire, fallo bene”, e da straordinari filmati di repertorio. Una presenza-assenza quella del gerarca nazista, che rimane fuori campo nonostante sia la figura centrale del film. Si sentono suoi discorsi radiofonici a schermo nero. Lo si vede solo fugacemente di lontano nel suo discorso a Venezia. Dove visitò anche la Biennale, come ricordato dalla signora, e pure, anche se il film non mostra i filmati di repertorio relativi, inaugurò la Mostra del Cinema.

Straordinario il footage, come si diceva, che raccorda i vari brani della signora, o forse è lei a raccordare quei filmati. Materiali di tutte le provenienze, filmati di propaganda americani, nazisti, sovietici e anche ebraici con dei bambini che cantano una canzoncina inneggiante al ritorno nella terra dei padri. Spicca quello, statunitense, di un professore che spiega quanto siano infondate le teorie razziste a degli alunni allibiti in divisa da SS. E anche un film mai terminato tedesco che mostra, già prima quindi delle immagini degli alleati, quei cadaveri rachitici dei campi di sterminio che giacciono nel ghetto nell’indifferenza dei passanti prima di essere tumulati nelle fosse comuni. Film che doveva suggerire che quelle situazioni fossero state scelte dagli ebrei stessi, che rappresentassero le loro naturali condizioni di vita.
La tragedia di Brunhilde è la tragedia di una nazione tutta. Di chi ha vissuto fino al giorno prima a stretto contatto di coloro di cui poi sarebbe diventato il carnefice. E così la donna racconta del suo principale ebreo, da cui lavorava part time con l’altra mezza giornata impiegata per i nazisti, e di quella sua amica mai ritrovata, Eva, che la accompagnò, rimanendo fuori, a iscriversi al partito. E che solo alla rivelazione di cosa fossero i campi di concentramento, al suo ritorno dopo i cinque anni di prigionia sovietica, scoprì negli archivi che era morta in uno di questi.

Info
La pagina dedicata a A German Life sul sito di DocLisboa.
La pagina dedicata a A German Life sul sito di Vision du Réel.

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