Adam Resurrected
di Paul Schrader
Non si può che essere grati agli organizzatori del Premio Sergio Amidei, che hanno portato a Gorizia Adam Resurrected e lo stesso Paul Schrader, insignito del Premio all’Opera d’Autore 2009. Si è trattato di un’occasione più unica che rara non solo di vedere il film, ma di confrontarsi col grande regista americano, prestatosi in modo assai generoso a un duplice incontro con critica e pubblico.
Being your dog
Adam Stein è internato in un istituto psichiatrico per sopravvissuti all’Olocausto; prima della guerra possedeva un circo, adorato dai nazisti fino a quando fu mandato in un campo di concentramento dove divenne il cane del Comandante… [sinossi]
Uomini e cani. Straniante spettacolo di cabaret allestito ai margini del deserto, in un limbo dove l’umana sofferenza si nutre del proprio ricordo, Adam Resurrected è pellicola ingannevolmente geometrica che si compiace di esibire una continua scissione tra presente e passato, focalizzando invece la sua natura più intima, profonda, su stati interiori sedimentati attraverso un sottile incastro di sdoppiamenti, transfert psicologici, riflessi illusori della messa in scena. Un oggetto filmico non certo agevole da classificare e forse non completamente risolto, quello partorito dallo spirito inquieto di Paul Schrader, ma che purtroppo rischia di rimanere ignoto a gran parte del pubblico italiano. Al momento sussistono seri dubbi sul fatto che Adam Resurrected venga distribuito in sala, nonostante l’invito alla recente Berlinale e, soprattutto, alla faccia dell’indiscutibile statura di un autore, cui si devono opere come American Gigolo, Mishima e Affliction; appena qualche titolo, avendo noi ristretto il corredo di citazioni alle sole imprese registiche, perché accennare all’estremamente proficua attività di sceneggiatore (con Scorsese e Pollack che inevitabilmente ringraziano) ci avrebbe portato lontano.
Fatta questa premessa, non si può che essere grati agli organizzatori del Premio Sergio Amidei, che hanno portato a Gorizia Adam Resurrected e lo stesso Paul Schrader, insignito del Premio all’Opera d’Autore 2009. Si è trattato di un’occasione più unica che rara non solo di vedere il film, proiettato in anteprima nazionale nell’arena di Parco Coronini, ma di confrontarsi col grande regista americano, prestatosi in modo assai generoso a un duplice incontro con critica e pubblico. In entrambe le occasioni Schrader ci ha tenuto a rimarcare come sia la metafora una delle chiavi di lettura privilegiate della sua ultima creazione, così lontana dalla cifra realistica predominante nell’immaginario cinematografico relativo all’Olocausto. Di un’altra opera fondata su quei canoni, a suo dire, non ne sentiva particolarmente il bisogno. Ed infatti il nuovo parto cinematografico di Paul Schrader, ispirato al romanzo dell’israeliano Yoram Kaniuk, sottopone a verifica prospettive consolidate, dilatando la tradizionale iconografia della Shoah verso lidi inesplorati. Il fulcro della rappresentazione, anzi, delle rappresentazioni, è costituto dal corpo “cinico” e flessibile (più che altro in una particolare dimensione interiore, forgiata dalla crudeltà delle esperienze vissute) di Adam Stein. Ebreo errante condannato ad attraversare epoche di profonda spoliazione morale, fattosi cane per sopravvivere all’intemperie nazista, Adam è una possibilità della vita di fronte alla sua negazione. Lo scopriamo esponente di un disinvolto cabaret nella Germania degli anni ’20. Nella rapsodica ricognizione in flashback del suo opprimente passato, lo ritroveremo nuovamente alle prese col mediocre ometto germanico incontrato anni prima, in una situazione però ribaltata: nella follia organizzata del campo di concentramento Klein, il gerarca, è assoluto mattatore, ansioso di trascinare i suoi “ospiti” in un differente cabaret, sulfureo e traboccante di orrore. Klein forgerà i sensi di colpa di Adam al cospetto del fumo denso dei forni crematori. Lo costringerà ad assistere impotente allo sterminio della propria famiglia. Lo spingerà per puro divertimento ad accettare, pur di sopravvivere, la condizione di animale domestico. Adam, un uomo che scodinzola e si finge cane, così da compiacere l’umorismo perverso del padrone ariano.
Questo, in Adam Resurrected, è il peso specifico del passato, riproposto in un bianco e nero fin troppo leccato, estetizzante, tale da sollevare qualche legittimo dubbio sulla rigidità della messa in scena. Ma poi si capisce che è essa stessa un segno, la fisicità evanescente, quasi teatrale, del campo di sterminio. Funzionale non alla presa realistica, ma alla rielaborazione mentale dell’accaduto. Sì, perché il nucleo centrale dell’opera di Schrader coincide con la successiva permanenza di Adam in un singolare istituto psichiatrico israeliano, circondato dal deserto. Nel limbo, raggiunto in anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale dal protagonista e da altre vittime di un profondo sradicamento esistenziale, l’entità dei traumi subiti si percepisce nell’aria, ben al di là di tutte le strategie di mascheramento; tutte false rappresentazioni, tutti potenziali depistaggi, in virtù di quel proliferare di personaggi che, a forza di interazioni precarie, segmentano l’emotività sconnessa di un uomo perduto. Ma a spezzare quell’equilibrio sospeso basterà l’arrivo di un ragazzo cane, ennesimo puzzle da risolvere per l’animo turbato di Adam, viatico di un nuovo e più acceso confronto col passato. Le riprese a colori non stemperano il disagio, lo diffondono come luminosità che si condensa poi nell’immagine biblica del rovo in fiamme nel deserto, icona anch’essa svuotata di senso e posta quale catalizzatore delle tensioni residue: tensioni che riavvicinano nuovamente le figure incompatibili, ma simbiotiche, di Adam e Klein. Il gioco del doppio si rinnova, in un processo di contaminazione che assorbe il Male per poi espellerlo, auspicando così una resurrezione, magari parziale, tale comunque da tramutare l’acquiescenza canina dei protagonisti nel coraggioso recupero della propria umanità martoriata; ed in questo ordito di specchi e rifrazioni della messa in scena risulta essenziale la verve, venata di congestionate amarezze, del ritrovato Jeff Goldblum, un Adam da brividi nei duetti psicotici con l’immagine e il ricordo del gerarca Klein, impersonato con viscido magnetismo dal sempre eccellente Willem Dafoe.
Info
Il trailer di Adam Resurrected.
- Genere: drammatico, guerra
- Titolo originale: Adam Resurrected
- Paese/Anno: Germania, Israele, USA | 2008
- Regia: Paul Schrader
- Sceneggiatura: Noah Stollman
- Fotografia: Sebastian Edschmid
- Montaggio: Sandy Saffeels
- Interpreti: Ana Benea, Ayelet Zorer, Benjamin Jagendorf, Coca Bloos, Constantin Florescu, Cristian Motiu, Derek Jacobi, Dror Keren, Gabriel Spahiu, George Remes, Hana Laslo, Idan Alterman, Ioana Abur, Ion Arcudeanu, Jeff Goldblum, Jenya Dodina, Joachim Król, Juliane Köhler, Luana Stoica, Maria Chiran, Mickey Leon, Mohamad, Moritz Bleibtreu, Ozana Oancea, Shmuel Edelman, Theodor Danetti, Tudor Rapiteanu, Veronica Ferres, Willem Dafoe, Yoram Toledano
- Colonna sonora: Gabriel Yared
- Produzione: 3L Filmproduktion, Adam Productions, Bleiberg Entertainment
- Distribuzione: One Movie
- Durata: 106'
- Data di uscita: 27/01/2011




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