Intervista a Paul Schrader

Intervista a Paul Schrader

Uno degli autori cardine della New Hollywood, tra gli esponenti principali della ‘Movie Brat Generation’, i cineasti fanatici di cinema, che avevano studiato cinema. Parliamo di Paul Schrader, cui si devono alcune tra le opere fondamentali della storia del cinema americano, tanto in qualità di sceneggiatore, Taxi Driver, Toro scatenato, Mosquito Coast, che di regista, American Gigolò, Il bacio della pantera, Mishima: una vita in quattro capitoli. Ancora ai massimi livelli, il suo ultimo film, First Reformed, incentrato sulla figura tormentata di un sacerdote, è stato presentato alla Mostra di Venezia e ora all’International Film Festival Rotterdam, dove il cineasta ha anche tenuto una masterclass. Abbiamo incontrato Paul Schrader a Rotterdam.

Questo tuo ultimo film, First Reformed, contiene ancora fortissime le tue ossessioni, le stesse che ti porti dietro per tutta la tua filmografia. Tornano anche quei modelli, come il curato di campagna di Bresson, regista che avevi studiato nel tuo saggio sul trascendente nel cinema. Ma ci vedo anche molte analogie con Luci d’inverno, il film di Bergman del 1963.

Paul Schrader: Sì, ci sono le stesse premesse di Luci d’inverno. Una piccola chiesa dove non va più nessuno, l’uomo che è ossessionato dalle armi nucleari cinesi, il novizio della chiesa, il predicatore. Esattamente è lo stesso mondo. Anche Bergman per me è un modello, i preti di campagna, le luci silenziose. Prima di entrare nel mondo del cinema scrissi il saggio Il trascendente del cinema, basato su cose spirituali, analizzando Dreyer, Bresson e Ozu. Non ho mai pensato che avrei fatto un film di questo tipo. Ma finalmente cinquant’anni dopo ci sono arrivato. È anche un ritorno al primo soggetto che ho scritto, che è Taxi Driver. È molto soddisfacente, è la chiusura completa di un ciclo. Spero che non sia il mio ultimo film, ma nel caso, sarà un buon ultimo film.

Fai cominciare First Reformed con una lenta carrellata, dal basso, che si avvicina alla chiesa. Perché questa prima immagine?

Paul Schrader: Devi spiegare al pubblico come guardare il film, spiegargli che andamento avrà, senza musica, lento. Non volevo muovere la mdp perché anche durante il film non ci sono molti movimenti. Ma poi sono arrivato a quella location che richiedeva esattamente quel movimento. Mi sono detto: “Non posso girare qui e non farlo”.

Invece all’inizio di The Canyons riprendi delle sale cinematografiche abbandonate. Ancora un’enunciazione della crisi del cinema di Hollywood. Ci sono grandi registi della tua generazione che faticano sempre di più a lavorare. Cosa ne pensi? Qual è la tua opinione sulla situazione degli studios oggi?

Paul Schrader: Sì, in The Canyons ci sono questi ragazzi che non guardano film. Lo studio system è praticamente finito. Quando ho iniziato, lavoravo per gli studios, poi sono passato al cinema indipendente ma ora siamo in un’altra fase, dove il cinema in sala è un aspetto secondario. Non ho nessun problema per questo. Se pensi ai film proiettati nelle sale, chiediti perché questa cosa è iniziata. Perché? Metti 300 persone in una sala buia e li fai pagare. Ma ora il miglior metodo di controllo è fare pagare e poi mandare via etere. Ci sono ancora alcuni film che funzionano meglio con un pubblico, ed è per questo che i film per bambini sono ancora così popolari. Perché i genitori amano vedere i loro figli interagire con altri bambini. Poi ci sono altri film seri, come Scappa – Get Out, che è un film basato sulla reazione del pubblico. Il regista è Jordan Peele, ha avuto molto successo negli Stati Uniti. Parla di una ragazza bianca e un ragazzo nero ed è un film horror, i bianchi rapiscono e uccidono i neri. Il pubblico, specialmente quello nero, ha forti reazioni quando lo scopre.

Torna forte in First Reformed il tema cristologico della mortificazione della carne, del corpo. Un tema che hai rincorso nei tuoi film da regista ma anche in quelli che hai sceneggiato per Martin Scorsese.

Paul Schrader: È parte della cristianità. Il cristianesimo è iniziato come un culto di sangue, dovevi sacrificare gli animali: Dio vuole il sacrificio, Dio vuole il sangue. Poi arriva Cristo e sacrifica se stesso per noi e non dobbiamo più sacrificare gli animali. Alcune persone sentono ancora il bisogno di bere il suo sangue e mangiare la sua carne. Quindi la nozione di sacrificio di sé è parte del sistema, e si cantano canzoni, come quella del film dove si dice “Ti sei lavato nel sangue?”. Cosa vuol dire lavarsi nel sangue? È molto facile uscire dai binari, e iniziare a pensare, se sei un giovane pazzo, che più soffrirai e ti punirai, più Dio ti vorrà bene, e diventerai più puro. Ma questo è lo jihadismo. Quando parliamo dei ‘pazzi’ musulmani e della loro jihad, dovremmo ricordare che anche questo aspetto della nostra tradizione religiosa, però, è come lo jihadismo!

Lo stesso tema, il supplizio del corpo, il suicidio, lo tratti affrontando la figura dello scrittore giapponese Yukio Mishima, che appartiene però a tutt’altra cultura.

Paul Schrader: A dire la verità pensavo che Taxi Driver fosse un film che parlasse di gloria nel suicidio, questa nozione del sacrificarsi. Volevo fare un altro film su questa idea, ma volevo farlo completamente diverso. Mio fratello viveva in Giappone e mi parlò di Mishima e lo trovai molto interessante. Qui è esattamente l’opposto, un personaggio di successo, popolare, ma con la stessa patologia. L’idea dell’auto-mortificazione.

Hai visto l’altro film che è stato fatto qualche anno fa su Mishima, 11.25: The Day Mishima Chose His Own Fate, di Koji Wakamatsu? Qual è il tuo giudizio?

Paul Schrader: Sì, ho visto il film di Wakamatsu di pochi anni fa e ne rimasi molto deluso. Non dice molto, quasi nulla. Inoltre, quando fai un film su uno scrittore, devi entrare nei suoi libri. È per questo che ho seguito le tracce della sua vita attraverso i capitoli, che è dove viveva veramente, lui viveva dentro queste fantasie. Non viveva veramente in una casa nella realtà.

Il suo seppuku, il suo suicidio rituale, in effetti rientra nella sua opera letteraria.

Paul Schrader: È stata una performance teatrale che addirittura lui ha filmato in precedenza con una spada finta, e sua moglie. E il luogo dove l’aveva filmato era un teatro, aveva invitato delle persone ad assistere allo spettacolo.

La crisi del cinema, di Hollywood è anche legata alla transizione tecnologica che tu brillantemente hai trattato nel tuo corto per Venezia 70 – Future Reloaded, dove passeggi con una gran quantità di telecamerine che ti porti addosso. Cosa volevi dire?

Paul Schrader: In un certo senso tutto quello che abbiamo imparato negli ultimi cento anni non ha più importanza. È tutto diverso, ricordo che una volta George Lucas mi ha detto che avremmo guardato all’epoca dei trasporti di guardaroba del set con affetto. Pensavo che fosse pazzo, ma eccoci qua, che facciamo film senza trasporti di guardaroba, tutto grazie a una scatola verde.

Avevi scritto la prima stesura della sceneggiatura di Incontri ravvicinati del terzo tipo. Cosa conteneva? E perché Spielberg non la utilizzò?

Paul Schrader: Steve e io siamo molto diversi, questo lavoro l’avevo preso molto più seriamente di lui. Pensavo al protagonista come al personaggio di San Paolo che torturava i cristiani e poi sulla via di Damasco ribaltò completamente la sua vita. Uno scettico che ha una visione che lo fa cambiare e diventare quasi un predicatore. Mi ricordo che litigavo con Spielberg, arrivai a dirgli che mi rifiutavo di scrivere un personaggio che sarebbe stato il primo nella storia a lasciare il sistema solare con l’unico scopo di aprire un McDonald’s. Steven disse: “È esattamente quello che voglio”. [ride, n.d.r]

Il tuo sodalizio artistico con Martin Scorsese si è interrotto dopo Al di là della vita. Ora Scorsese ha fatto un film, Silence, che sarebbe stato perfettamente nelle tue corde, ancora per il supplizio, la figura cristologica ma anche per il contesto giapponese che conosci bene. Non avresti voluto sceneggiare Silence? E qual è il tuo giudizio sul film?

Paul Schrader: Sapevo che dopo Al di là della vita non avremmo più lavorato assieme, perché stavo lavorando già troppo come regista, e lui è un regista. Riuscivo a sentire la tensione. A un certo punto avevo cercato di soffiargli Silence ma lui mi chiamò e me lo impedì. Non farei Silence ora, perché è imperniato su una nozione alla quale nessuno crede più. La nozione che i missionari fossero persone buone. Sappiamo che non lo erano per niente e che erano l’arma del capitalismo. Mandi missionari, poi mandi i commercianti, poi mandi le truppe. Quindi il suo film soffre di questo perché la gente non crede davvero a questa cosa. Quand’ero un bambino questa idea dei missionari era così rispettata, ma non lo sono più, per niente.

Info
Il sito dell’International Film Festival Rotterdam.
La pagina Wikipedia dedicata a Paul Schrader.

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