11/25 The Day Mishima Chose His Own Fate

11/25 The Day Mishima Chose His Own Fate

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La vita e la morte di Yukio Mishima, intellettuale di punta del Giappone del secondo dopoguerra, raccontate da Kōji Wakamatsu, al suo penultimo film.

La dignità della morte

Il 25 novembre del 1970 un uomo compì un suicidio rituale nel quartier generale delle Forze di Autodifesa Giapponesi a Tokyo, lasciandosi alle spalle un’eredità di capolavori e una controversia che riecheggia ancora oggi. L’uomo era Yukio Mishima, uno dei più grandi e celebrati romanzieri giapponesi… [sinossi]

Ne La decomposizione dell’angelo (Tennin gosui), quarto e ultimo capitolo della tetralogia letteraria Il mare della fertilità, pubblicata tra il 1965 e il 1970, Yukio Mishima racconta la storia di Shigekuni Honda, convinto che il giovane che ha conosciuto, Toru, sia la reincarnazione del suo amico d’infanzia Kiyoaki Matsugae, e deciso per questo ad adottarlo. La decomposizione dell’angelo venne terminato da Mishima il 25 novembre del 1970, poche ore prima degli eventi che si conclusero con il suicidio rituale dello scrittore giapponese (già messo in scena da Mishima in finzione nel mediometraggio Patriotism del 1966): ad accompagnarlo nel seppuku fu Masakatsu Morita, un suo discepolo venticinquenne che Mishima trattava quasi come un figlio. Un caso, probabilmente, eppure poche vicende umane si sono intrecciate in maniera così stretta all’esperienza artistica di chi le ha vissute come quella dell’autore di Confessioni di una maschera e Il padiglione d’oro. Su Mishima si è scritto tutto e il contrario di tutto, a partire dall’esaustiva biografia di Henry Scott Stokes (Vita e morte di Yukio Mishima, edito in Italia da Feltrinelli), e anche il cinema e la musica non hanno saputo resistere al fascino oscuro e controverso di una delle figure più complesse venute alla luce nel Giappone del secondo dopoguerra. Se Giovanni Lindo Ferretti in Morire, inno decadente dei CCCP – Fedeli alla linea, cantava “Lode a Mishima e a Majakovskij”, facendo riferimento al suicidio dei due letterati, Paul Schrader firmò un solitamente sottostimato biopic dal titolo Mishima: A Life in Four Chapters, con Ken Ogata nel ruolo del protagonista.

Come il film di Schrader si apriva programmaticamente sull’ultimo giorno di vita di Mishima, per poi tornare a ritroso nel tempo, così 11/25 The Day Mishima Chose His Own Fate, l’incursione dell’arte di Koji Wakamatsu nella vita del romanziere, decide di concentrare la propria attenzione sul periodo che va dal 1966 al 1970: si tratta di un segmento a dir poco rilevante della vita di Mishima, con l’impeto nazionalistico che prende sempre più il sopravvento sul resto della sua poetica espressiva al punto da spingerlo a fondare il Tatenokai (letteralmente “La società dello scudo”), una milizia privata composta in massima parte da studenti universitari devoti a Mishima e uniti tra loro dall’amore per la disciplina militare e dal convincimento che i problemi del Giappone dell’epoca fossero indissolubilmente legati allo svilimento istituzionale della figura dell’imperatore. L’obiettivo del Tatenokai era quello di provocare uno scossone all’interno delle forze di autodifesa, in grado di dare il la a un sommovimento generale che riportasse l’impero alla posizione dominante che secondo Mishima gli spettava di diritto: un punto di vista che, come abbondantemente evidenziato dalla Storia, si basava su preconcetti ideali piuttosto ingenui e inapplicabili. Ciò che interessa a Wakamatsu, però, non è tanto descrivere l’utopia reazionaria di Mishima, né immergersi nella sua ideologia: a conti fatti, anzi, la concezione del Giappone e della politica nazionale di Mishima resta in secondo piano nello scacchiere geometrico creato dal cineasta nipponico. Come in United Red Army, il suo capolavoro contemporaneo incentrato sulla sanguinosa diatriba interna all’Armata Rossa Giapponese, anche in 11/25 The Day Mishima Chose His Own Fate Wakamatsu svuota di un significato immediato qualsiasi azione compiuta dal Tatenokai: gli incontri segreti, i rituali para-militari, i proclami per il Giappone, le riflessioni sulle azioni dello Zengakuren e degli altri movimenti vicini all’estrema sinistra, tutto diviene oggetto di pura osservazione da parte di Wakamatsu. Il gesto in sé e per sé è rimasto senza tacche dall’usura degli anni, ma ha perso in maniera inequivocabile il senso che gli era stato donato. Il Mishima messo in scena da Wakamatsu, e interpretato da un Arata Iura volutamente sommesso, quasi monocorde, è un uomo che si rinchiude nella propria ossessione senza riuscire a percepire le necessità del mondo che lo circonda: in questo tale e quale ai membri dell’Armata Rossa Giapponese, reclusi nella baita di montagna che si trasforma fin troppo presto in luogo di detenzione.

Nonostante un manipolo di fedeli seguaci, disposti a rimanere con lui fino alle estreme conseguenze, il Mishima di Wakamatsu è un uomo solo (perfino la moglie viene mostrata solo di sfuggita, quasi a doverne testimoniare l’esistenza borghese, quasi “occidentale” per abitudini e costumi), incompreso dal mondo che lo circonda. Per questo, nel doloroso e sfiancante monologo nel quale cerca di arringare i soldati delle forze di autodifesa, fallendo miseramente nello scopo, non può esistere per lui alcun fuori campo possibile: il suo primo piano, sempre più teso e dilaniato dall’amara consapevolezza della sconfitta, rimane la fotografia più potente e annichilente di un’opera come sempre maestosa e rigorosa, asciutta e in grado di insinuarsi sottopelle nel corpo del Giappone contemporaneo come un coltello seghettato. Il crescendo emozionale di 11/25 The Day Mishima Chose His Own Fate, che nella seconda metà della pellicola tracima fino a soggiogare completamente lo spettatore (e il suicidio rituale diventa l’irrequieta attesa di un’azione troppe volte procrastinata nel corso del film), è la reazione più inattesa a un progetto asettico e volutamente incolore: Wakamatsu regala l’ennesima dimostrazione di libertà creativa e di lucidità politica. Peccato che ancora una volta la sua arte sia stata sottostimata, relegata com’era a una sezione secondaria quale Un certain regard: 11/25 The Day Mishima Chose His Own Fate avrebbe meritato di trovare spazio nel concorso ufficiale, dove avrebbe avuto modo di dire la sua fino all’ultimo per l’assegnazione della Palma d’Oro. Ma probabilmente il cinema di Wakamatsu è ancora troppo rivoluzionario e controcorrente per essere accettato con serenità, anche dopo centotré film diretti. In attesa del prossimo, che come sempre sarà l’ultimo, e che ultimo non lo sarà mai.

Info
Il trailer originale di 11/25 The Day Mishima Chose His Own Fate.
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