C’era una volta in Anatolia

C’era una volta in Anatolia

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C’era una volta in Anatolia sgretola il senso stesso del mystery, annientato dalla potenza del panorama nel quale si muovono i personaggi. Un elogio elegante, raffinato e sincero del mood come unica e fondamentale via espressiva per il cinema.

Una nazione sotterrata

La cronaca di una lunga notte di tensione vissuta da un medico e da un procuratore che vivono nella steppa dell’Anatolia, impegnati insieme alla polizia locale in un’indagine svolta a scoprire il luogo in cui è stato seppellito un uomo… [sinossi]

Il cinema di Nuri Bilge Ceylan rappresenta una delle poche esperienze realmente sensoriali regalate dall’universo europeo contemporaneo della Settima Arte; autore di sei lungometraggi sparpagliati lungo quasi tre lustri, a partire dall’esordio The Town (Kasaba, 1997), il cineasta turco ha perseguito con coerenza e precisione un progetto che film dopo film si sta facendo sempre più radicale, meno facile da costringere in schemi predefiniti. Le modalità con cui Ceylan si approccia alla messa in scena, con una dilatazione di tempi e spazi del tutto estranea alla prammatica industriale, donano ai suoi film un’aura del tutto particolare, neanche si stesse assistendo alla creazione di un componimento poetico.

La dimostrazione di ciò è facilmente rintracciabile nelle prime due ore di C’era una volta in Anatolia (Bir zamanlar Anadolu’da, questo il titolo originale), quarta partecipazione di Ceylan al concorso ufficiale del Festival di Cannes 2011: nel corso di una lunga notte la polizia, un procuratore distrettuale e un medico, “accompagnati” da due fratelli rei confessi, cercano il corpo interrato di un uomo assassinato. Muovendosi avanti e indietro per deserte strade di campagna che assomigliano molto da vicino a mulattiere, il bizzarro convoglio vive l’instabilità del mistero, inteso nel suo senso più alto e profondo. La regia di Ceylan sfrutta l’occasione per orchestrare una vera e propria epifania della condizione umana, portando poco per volta alla ribalta i rimossi psicologici di una serie di personaggi su cui grava sempre più il peso della tensione. Attraverso una progressione narrativa scarna, essenziale, persino disturbante nella sua apparentemente infinita reiterazione dei medesimi movimenti – avanzamento in macchina, fermata, ricerca del corpo, interrogatorio dei colpevoli, nuova partenza in macchina verso altra destinazione – C’era una volta in Anatolia sgretola il senso stesso del mystery, annientato dalla potenza del panorama nel quale si muovono i personaggi. Un elogio elegante, raffinato e sincero del mood come unica e fondamentale via espressiva per il cinema: un’arte che non avrebbe neanche bisogno della parola, e quando la usa (anche ricorrendo alla logorrea, come nel caso del capo della polizia, irrefrenabile fonte di monologhi) lo fa perché ne avverte il bisogno. Queste prime due ore, pur estenuanti nella loro durata – non è superficiale far notare come, durante la proiezione stampa, sia scattato un istintivo applauso al momento della reale scoperta del cadavere – sono seguite da una mezz’ora o poco più in cui cambia la location (si passa agli interni dell’ospedale pubblico), il ritmo del montaggio e di conseguenza anche l’atmosfera complessiva del film.

Questa sorta di lungo finale, in cui vengono finalmente al pettine alcune delle riflessioni che erano state solo accennate durante la ricerca notturna, dovrebbe donare il definitivo senso a C’era una volta in Anatolia: eppure Ceylan, pur potendo contare su un duetto attoriale di altissimo spessore tra il medico Muhammet Uzuner e il procuratore Taner Birsel (visto negli ultimi mesi anche in Our Gran Despair di Seyfi Teoman), non sembra in grado di mantenere la stessa potenza visiva e concettuale della prima parte del film. Tutto si fa fin troppo “semplice” e immediato, compresa la riflessione sulla necessità di non vivere il mistero fino alle sue estreme conseguenze, arrivando anche a celare la stessa verità. Uno squilibrio che non annulla ovviamente i meriti indiscutibili del film ma getta un’ombra oscura sull’impianto generale dello stesso: una volta a contatto vero e proprio con i suoi personaggi, Ceylan smarrisce la sua stratificazione poetica, come se nel suo cinema incentrato sull’uomo sia proprio l’uomo, a conti fatti, l’elemento meno interessante. Eppure l’impressione è che l’annichilente atmosfera visiva della notte nella campagna dell’Anatolia possa mettere d’accordo una giuria probabilmente spaccata sui titoli più compiuti e meritevoli di questo concorso. Staremo a vedere.

Info
Il trailer di C’era una volta in Anatolia.
C’era una volta in Anatolia sul sito del Festival di Cannes.
Il sito ufficiale di C’era una volta in Anatolia.
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