Jane Eyre

Jane Eyre

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Fukunaga ha il pregio di dare vita alle immagini senza esasperare i contenuti di un melodramma di per sé fiammeggiante: la messa in scena, al contrario, opta per un minimalismo cromatico inaspettato, che fa dell’uso di luci naturali la sua arma. Anche i suoni e i rumori sembrano privati di una post-produzione esasperata. Per una buona metà, pur senza strabiliare, Jane Eyre appare solido e convincente, ma nell’avvicinarsi della svolta decisiva – lo scarto emotivo dovuto alla scoperta dell’orribile segreto – perde gradualmente compattezza e finisce per abbassarsi a situazioni riciclate dal melò più rozzo e dozzinale.

La porta proibita

Nell’Inghilterra del primo Ottocento una giovane governante, entrata a servizio in una dimora dello Yorkshire, scopre che il suo padrone, di cui si è perdutamente innamorata, nasconde un terribile segreto… [sinossi]

Dagli albori del cinema a oggi, giorno dell’uscita in Italia del film diretto da Cary Fukunaga, le trasposizioni sul grande schermo del romanzo Jane Eyre sono almeno una ventina, se non di più: dall’India al Messico, passando per l’Italia (al di là della calligrafica e pedante versione di Franco Zeffirelli, anno domini 1996, è da ricordare il muto Le memorie di una istitutrice di Riccardo Tolentino, del 1917) e Hong Kong, l’opera più conosciuta di Charlotte Brontë ha affascinato i registi e gli attori più disparati, coinvolgendo il pubblico con la sua cupa e melodrammatica storia d’amore. Anche per questo motivo, con ogni probabilità, non si avvertiva come indispensabile un nuovo adattamento del testo, tanto più che alcuni dei film che vi sono ispirati hanno segnato in maniera indelebile la storia del cinema: come non citare in tal senso Ho camminato con uno zombie (1943), miracoloso incrocio tra noir, horror e fantastico diretto da Jacques Tourneur e prodotto per la RKO da Val Lewton? Tra le versioni più fedeli la migliore è invece di appena un anno successiva alla rilettura horror di Tourneur: si tratta de La porta proibita – questo il titolo scelto per l’uscita italiana – e la chiave interpretativa scelta dal regista Robert Stevenson in fase di sceneggiatura (alla quale parteciparono anche tra gli altri Aldous Huxley e Henry Koster) sfrutta le plumbee ambientazioni nella brughiera per portare a termine un grandioso affresco gotico, in cui l’illuminazione gioca con le ombre del maniero. Un’operazione non dissimile da quella compiuta appena quattro anni prima da Alfred Hitchcok al momento di imprimere su pellicola Rebecca, tratto dal romanzo di Daphne Du Maurier: non è un caso che Stevenson scelga, per la parte della giovane ma risoluta Jane Eyre l’ottima Joan Fontaine, già protagonista del capolavoro di Hitchcock e qui a tu per tu con un gigante della storia del cinema come Orson Welles.

Questa nuova versione approda in Italia dopo aver già saggiato le reazioni del pubblico negli Stati Uniti, dove ha incassato più di dieci milioni di dollari, e in Gran Bretagna, dove è balzato immediatamente al terzo posto degli incassi settimanali. Risultati che devono gran parte del loro successo, oltre alla fama imperitura del romanzo, al lavoro di casting: scegliere come protagonisti due attori lanciati quali Mia Wasikowska (in sala questa settimana anche nello splendido L’amore che resta di Gus Van Sant) e Michael Fassbender equivale in questo momento storico a poter contare su incassi non indifferenti. Ma se la scelta della Wasikowska appare effettivamente illuminata, con la ventiduenne australiana in grado di restituire al meglio la ricca gamma espressiva necessaria per il ruolo, Fassbender risulta stranamente ingessato, quasi si sentisse rinchiuso in abiti troppo stretti: altrove deflagrante nella sua capacità di utilizzare il corpo come vero e proprio strumento, l’attore di origini tedesche e irlandesi perde parte del proprio smalto nel confrontarsi con un personaggio dominato dal linguaggio prima che dalla propria animalità – al contrario, rinchiusa dietro la porta proibita insieme ai sensi di colpa. Il confronto con Welles è quantomai impietoso, tanto più che rispetto al film di Stevenson la scelta di Fukunaga è quella di ridare centralità assoluta al personaggio di Jane. Suoi sono gli occhi attraverso i quali lo spettatore guarda il maniero dei Rochester, sua la meraviglia e il terrore con cui si viene a conoscenza di un universo chiuso. Fukunaga ha il pregio di dare vita alle immagini senza esasperare i contenuti di un melodramma di per sé fiammeggiante: la messa in scena, al contrario, opta per un minimalismo cromatico inaspettato, che fa dell’uso di luci naturali la sua arma. Anche i suoni e i rumori sembrano privati di una post-produzione esasperata, donando al film un’aura quasi pauperistica, senza dubbio straniante per un contesto narrativo di questo tipo. Per una buona metà il film, pur senza strabiliare, appare solido e convincente, ma nell’avvicinarsi della svolta decisiva – lo scarto emotivo dovuto alla scoperta dell’orribile segreto – perde gradualmente compattezza e finisce per abbassarsi a situazioni riciclate dal melò più rozzo e dozzinale. Il pre-finale, con Jane Eyre che, corteggiata con brutale insistenza dal padre anglicano St. John Rivers (fino a quel momento irreprensibile nella sua dogmatica gentilezza) sente la voce dell’amato Rochester chiamarla nel vento, sfiora apertamente le vette del ridicolo involontario.

Ma forse la vera pecca di Jane Eyre versione 2011 è quella di essere arrivato fuori tempo massimo, e di non avere nulla da aggiungere a un romanzo che probabilmente è stato oramai sviscerato in ogni suo minimo particolare. A suo modo elegante ma inessenziale.

Info
Il trailer italiano di Jane Eyre.
Il trailer originale di Jane Eyre.
La pagina facebook di Jane Eyre.
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