Bar Sport

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Non emerge dal Bar Sport cinematografico né l’umorismo iperbolico e nonsense di Benni, né il suo gusto per la reinvenzione totale del mondo, dove ad esempio dialogano inverosimilmente Schopenhauer e Hobbes in una sfida filosofica tesa a dimostrare lo statuto dell’ubriachezza in un essere umano.

Piccolo bar antico

Adattamento del primo romanzo di Stefano Benni. Il Bar Sport del titolo è quello dove non può mancare un flipper, un telefono a gettoni e soprattutto la Luisona, la mitica brioche paleolitica condannata ad un’esposizione perenne. Il Bar Sport è quello in cui si ritrovano il carabiniere, il contaballe, il professore, il tecnnico (con due n), che declina la formazione della nazionale, il ragioniere innamorato della cassiera, il tuttofare. Nel Bar Sport nascono le leggende, come quella del Piva, calciatore dal talento prodigioso. [sinossi]

Adattamento del libro omonimo del 1976 di Stefano Benni, Bar Sport di Massimo Martelli è un coacervo di contraddizioni che risente senza dubbio dello stato in cui versa innanzitutto il cinema comico nostrano, poi il cinema italiano tout court (sempre più identificabile per l’appunto con il genere comico-commedia) e dunque il nostro paese nel complesso. Se un tempo la raccolta unitaria di raccontini di Benni nasceva nella temperie di una Bologna decisamente vitale e – sotto ogni aspetto – sovversiva e se l’intento dello scrittore era quello di individuare nella quotidianità di un bar la tipica predisposizione italica al pressappochismo (è solo nell’ignoranza da bar che Cristoforo Colombo può essere coevo della Rivoluzione Francese), oggi la trasposizione di Martelli – coadiuvato alla scrittura da Giannandrea Pecorelli (anche produttore), da Nicola Alvau e da Michele Pellegrini – appare priva di una identità precisa, spiazzante per chi non conosce il testo originario e deludente per chi invece lo conosce e lo apprezza. Non emerge dal Bar Sport cinematografico né l’umorismo iperbolico e nonsense di Benni, né il suo gusto per la reinvenzione totale del mondo, dove ad esempio dialogano inverosimilmente Schopenhauer e Hobbes in una sfida filosofica tesa a dimostrare lo statuto dell’ubriachezza in un essere umano.

E non basta dire che Martelli non riesce a far ridere quanto riusciva il Benni d’allora perché certi sketch passandoli dalla carta allo schermo perdono la loro ontologia. Non basta perché Martelli sceglie di non osare, si limita a tagliuzzare qua e là e a dare maggior spazio a dei personaggi senza provare a dargli corpo. E allora, in un contesto originario costituito da rapidi e spassosi schizzi autoconclusivi, il regista non prova a cercare un’unità del racconto, non prova a richiamare le gag con rimandi, anticipazioni e/o variazioni (con l’eccezione della fantomatica pasta Luisona abbandonata da decenni e dell’insegna del Bar eternamente spenta), ma nemmeno prova a portare fino in fondo la surrealtà benniana, circoscrivendola in un presunto mondo verosimile in cui appaiono solo di tanto in tanto degli accenni di stranezza.
In tutto ciò finiscono per essere i momenti più alti del film i due intermezzi di animazione in cui si raccontano le inverosimili storie del calciatore Piva e dei due ciclisti. Solo in questi frammenti sembra prendere corpo l’umorismo infarcito di assurdità e di grandiosa piccola umanità dello scrittore. E se allora da un lato vien da pensare che Benni poteva essere trasposto solo nel campo stilizzato del cartoon, dall’altro si ha ben chiaro però che nel cinema italiano ciò è assolutamente impensabile, anche solo come proposta azzardata. Con la necessità perciò di contare su un cast in carne e ossa, si è scelto di puntare soprattutto su Claudio Bisio quale garante da un lato di un possibile exploit commerciale e dall’altro di una comicità surreale che soltanto negli ultimi anni l’attore aveva messo da parte. Ma con la difficoltà ulteriore che Bisio è diventato un nome da botteghino esclusivamente grazie alle commedie dominanti, tutt’altro che lievemente umoristiche, quelle che vanno – in un circolo chiuso – dai cinepanettoni ai lavori di Brizzi (Ex, Maschi contro femmine, Femmine contro maschi), mentre da interprete grottesco e palesemente sopra le righe non ha mai raccolto grandi risultati.

E se, giunti a questo punto, è forse il caso di soprassedere sulle stranezze di un casting che fa sì che a gestire il bar sia il friulano Battiston, che da bambino in un flashback parla in bolognese, è forse invece il momento di parlare dell’ambientazione e cioè la provincia di Bologna. Fatta salva la ricostruzione d’epoca, gli anni Settanta, ne consegue l’assurdità che Bar Sport invece di rimandare a quella Bologna movimentista e di sinistra, richiama alla memoria la ben più piccolo borghese Bologna di Pupi Avati. L’ironia un po’ lieve, la malinconia di fondo per un qualcosa che non c’è più (dai flipper ai telefoni a gettoni), in un contesto siffatto, fanno immediatamente pensare alle ricorrenti operazioni nostalgiche del regista de Gli amici del bar Margherita. E questo accade perché Avati si è ormai appropriato appieno dell’immaginario bolognese, un terreno su cui attualmente pare impossibile sfidarlo e su cui non si riesce perciò più a innestare il ricordo della città giovane e eversiva di un tempo (in cui si è formato Benni). Indeciso su tutto questo e non interessato a dare una chiave di lettura univoca del proprio film, Martelli rinuncia però persino all’effetto nostalgia. Quel mondo che si vede in Bar Sport è un mondo mortifero in cui si testimonia l’impossibilità oggi per il nostro cinema di tentare delle strade diverse da una comicità crassa e codificata e da un orizzonte culturale che si fa con il tempo sempre più limitato.

Info
Il trailer di Bar Sport.

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