A moi seule

A moi seule

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Secondo lungometraggio di finzione per Frédéric Videau, presentato alla Berlinale 2012, A moi seule, che affronta il tema della segregazione forzata di una ragazza, è un’opera forse monocorde e comunque sincera e coinvolgente.

Rapimento senza estasi

Una giovane donna siede a una fermata d’autobus, fissando l’immagine di una ragazzina scomparsa. È la sua stessa foto, di otto anni fa; allora, Gaëlle fu rapita e tagliata fuori dal mondo, e ora deve fronteggiare la libertà appena riconquistata, e venire a patti con la sua traumatica esperienza… [sinossi]

Il cinema contemporaneo, soprattutto quello d’oltralpe, sembra subire in maniera molto particolare il fascino delle storie di rapimento e segregazione forzata. Negli ultimi anni sono apparsi nelle sale di mezza Europa il francese Contre toi di Lola Doillon, con Kristin Scott Thomas che ripercorre il rapimento subito da parte di un uomo reso folle e disperato dalla morte di parto della moglie, e l’austriaco Michael di Markus Schleinzer, collaboratore di lungo corso di Michael Haneke. Due esordi, quelli della Doillon e di Schleinzer, cui si aggiunge un ritorno in scena quantomai inaspettato, vale a dire quello di Frédéric Videau. Del quarantottenne cineasta francese nativo di Angoulême si erano perse le tracce da quasi un decennio, quando nel 2003 venne accolto da bordate di fischi e improperi vari per via del bislacco e inconcludente Variété française, storia di crimini domestici immersi in una dimensione a metà tra il sogno e la veglia. Scottato da quell’esperienza, il figlio di Jean-Claude Videau (a cui ha dedicato il suo primo lavoro, l’accorato documentario Les fils de Jean-Claude Videau) si è allontanato dal mondo del cinema, facendo perdere le sue tracce agli addetti ai lavori.
È dunque una sorpresa ritrovarlo ora alle prese con la sua seconda fatica dietro la macchina da presa: se alcuni stilemi narrativi appaiono ricollegarsi all’esordio, soprattutto per l’ambientazione di provincia – l’azione si svolge tra il Limosino e l’Aquitania, nella Francia centro-occidentale, lontano dalle metropoli solitamente messe in scena nel cinema transalpino – e per la tematica della scomparsa e della ricerca di una libertà individuale, l’impressione è che Videau abbia trascorso questi due lustri o poco meno ad affinare la propria sensibilità registica.

Tralasciando, almeno in massima parte, le divagazioni oniriche, l’utilizzo esasperato del nonsense e lo sprofondamento nel mælström dell’assurdo, il cineasta francese concentra tutte le sue attenzioni sul rapporto che si instaura nel corso degli anni tra Gaëlle (interpretata a dieci anni da Margot Couture e da adolescente dalla figlia d’arte Agathe Bonitzer) e il suo rapitore Vincent. Così facendo ovviamente non riesce a evitare scivoloni nel morboso più plateale, ma allo stesso tempo costringe lo spettatore a calarsi a sua volta nei panni del voyeur, desideroso di scoprire cosa si cela dietro la porta chiusa.
In questo senso A moi seule rimane un film estremamente sobrio, interessato più a scoprire l’eredità che può aver ricevuto la ragazza, di fatto cresciuta dall’uomo che l’ha vezzeggiata comprandole tutto ciò che chiedeva, da un’esperienza così traumatica. Anche per questo i personaggi dei genitori di Gaëlle, sconvolti a tal punto dalla perdita da vedersi scivolare tra le mani anche il matrimonio, fanno parte della messa in scena solo in maniera puramente laterale. Il centro è il rapporto di ossessione/possessione che arriva a lambire in più occasioni il senso più intimo di “famiglia”: un punto di vista coraggioso, non completamente riuscito – anche per la volontà di Videau di restare sempre sul vago, senza approfondire a dovere la materia trattata – ma che sembra doveroso ribadire, sottolineandone l’importanza.

Un’opera forse monocorde ma sincera e coinvolgente, grazie soprattutto al lavoro di un cast decisamente convincente, a partire dalla già citata Agathe Bonitzer per arrivare a Reda Kateb, Hélène Fillières (che illuminava con la propria bellezza anche il precedente Variété française), Noémie Lvovsky e Jacques Bonnaffé.

Info
Il trailer di A moi seule su Youtube.
La scheda di A moi seule sul sito della Berlinale.
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