E la chiamano estate

E la chiamano estate

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Vituperato da pubblico e critica al Festival di Roma, E la chiamano estate di Paolo Franchi è a suo modo un film coraggioso, che cerca la propria via in modo certamente non banale.

Un’erezione triste

Dino e Anna sono una coppia di quarantenni. Si amano intensamente ma la loro non è una relazione convenzionale: tra loro non c’è mai stato un rapporto fisico. Dino si è sottratto a questo, come se dentro di lui ci fosse una scissione netta e dolorosa tra eros e amore… [sinossi]

La quiete dopo la tempesta direbbe qualcuno. Trattasi del festival dopo il ribattezzato “effetto Franchi”, ovvero la capacità di un film per niente apprezzato di eccitare (non sessualmente parlando, nonostante le molte scene di sesso del film) e far sussultare i giornalisti anche a ore di distanza dalla proiezione; in ogni angolo dell’Auditorium si è ascoltato ogni sorta di commento, di natura ironica o di disprezzo totale nei confronti di E la chiamano estate, terzo film del regista de La spettatrice e Nessuna qualità per gli eroi. L’effetto Franchi addirittura potrebbe spingersi a fornire una sorta di alibi ad altri film della kermesse romana, che anche se mal riusciti possono essere rivalutati dal non essere considerati peggior film del Festival, un premio infausto che sembra inesorabilmente già assegnato. Non vogliamo accodarci a questo gioco al massacro, che non giova né alla critica né al tanto problematico discorso sullo stato del cinema italiano, se questo discorso che piace molto si vuole intraprendere.

Il film di Franchi è a suo modo un film coraggioso, che cerca la propria via in modo certamente non banale. Parliamo soprattutto della ricercatezza visiva e sonora che è evidente sin dalle prime inquadrature: gli spazi tra i personaggi, spesso nitidi rispetto alla sfocatezza delle figure dei protagonisti, rappresentano un tentativo di racconto emotivo, di ricerca di uno sguardo interiore, insieme alla grossa cura scenografica tendente al bianco, candido rispetto alla torbidezza della storia, ma anche sinonimo di una calma esteriore che non si confà all’angoscia dei personaggi. Quando però c’è di mezzo il sesso nella sua esplicitazione totale, non solo visiva ma anche nei discorsi dei personaggi ciò inevitabilmente invade in modo pieno l’aspetto formale del film. E la chiamano estate non fornisce una storia a pretesto per una visione pornografica, il che potrebbe dare adito a una certa polemica per i benpensanti, bensì dipana una trama che cerca continuamente di giustificarla psicologicamente e narrativamente. Il protagonista maschile, Jean-Marc Barr non fa altro che scusarsi: scrivendo una lettera, con la voce off, sua o della fidanzata o di amici e parenti che ne commentano vecchie foto (il film si sviluppa come un lungo flashback sulla vita di quest’uomo), manifestando un chiaro senso di rimorso nei confronti della fidanzata, Isabella Ferrari, e un senso di alienazione e perdizione che si capisce da subito sono senza via di ritorno. Ne esce fuori in modo chiaro una condizione mentale tanto disperata quanto semplice.

Il nostro protagonista è similmente malato come il Fassbender di Shame: è schiavo del sesso e non riesce a farne a meno, ma è incapace di praticarlo con le persone a cui tiene sentimentalmente. Con la propria fidanzata infatti non riesce ad avere rapporti e più passa il tempo più cerca le pratiche erotiche più estreme, orge piuttosto che incontri con prostitute sfigurate, oppure anziane, il tutto alla ricerca dell’autodistruzione. La compagna dal canto suo non riesce a staccarsene pur non avendo mai avuto un rapporto sessuale con lui, anzi questo amore platonico (ricambiato) sembra fornirle un alibi per non affrontare la realtà delle cose. E ‘chiaro che un soggetto del genere rischia di cadere presto nel ridicolo. Pur nella buona volontà di fornire un preciso quadro emotivo e psicanalitico, che parla di situazioni che sicuramente possono esistere nella vita reale (non è raro che il tradimento sia ripetuto e ripetutamente accettato dal/la partner nella coppia), salta all’occhio la somiglianza del soggetto con tanti film di genere, spesso presenti nel cinema anni  ’80-’90 nell’ambito del thriller erotico, per la maggior parte film piuttosto dimenticabili. In questo caso l’autorialità pretesa da Franchi diventa un boomerang che fa apparire ridicola l’intera operazione. Il modo con cui i personaggi parlano dei loro problemi sessuali e sentimentali, sembra a tratti artificioso, a tratti banale. Tutto è pervaso da un eccesso di verbosità, di autoanalisi (banale anch’essa) che col tempo svuota d’interesse sia l’aspetto erotico, sia quello narrativo. La differenza tra un film come E la chiamano estate e Shame, ma anche da un riuscito film sul sadomasochismo come Il portiere di notte di Liliana Cavani, è il continuo commento, forse moralistico, sui personaggi, come se Franchi fosse incapace di lasciarli andare realmente verso la perdizione, verso il flusso della loro natura perversa. Un paradosso, poiché pur mostrando sesso senza veli, l’autore sembra vergognarsi di ciò che egli stesso ha creato (insieme ad atri tre sceneggiatori), e anche l’estetizzazione di cui si parlava, involontariamente, finisce per dare questa impressione di fuga dalla verità.

Info
Il trailer di E la chiamano estate.
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