Rush

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Quasi si trattasse di un sorpasso in curva, Rush inizia a muoversi in una direzione inattesa, a partire da una visione quasi mortuaria della Formula 1. Si trasforma in una marcia (corsa) funebre gloriosa e stordente, in cui finalmente l’atto cinematografico e il fumo mefitico del motore si fondono l’uno nell’altro. Howard torna all’essenza primigenia del cinema, immagine in movimento in cui l’inquadratura non può permettersi la nettezza della perfezione a causa dell’insicurezza eccitante del dinamismo.

Durante gli anni Settanta, nella cosiddetta epoca d’oro della Formula 1, esplode la grande rivalità sportiva tra i piloti più talentuosi del momento, James Hunt e Niki Lauda. I due, che si danno battaglia fin dai tempi della Formula 3, non potrebbero essere più diversi: l’inglese è un ragazzo estroverso ed affascinante, che fuori dai circuiti è sempre a caccia di divertimento e belle donne; l’austriaco è invece un tipo introverso e riservato, dedito in maniera scrupolosa alla sua professione. La loro rivalità raggiunge il culmine nella stagione 1976, quando tra mille rischi e pericoli, Hunt tenta di strappare con la McLaren la corona di campione del mondo a Lauda, a sua volta alla ricerca del bis iridato con la Ferrari… [sinossi]

Chissà cosa ne penserebbe Filippo Tommaso Marinetti di un film come Rush: lui che aveva allevato il “cuore elettrico” vegliando, insieme ai suoi amici, “sotto lampade di moschea dalle cupole di ottone traforato”; lui che, ritto sulla cima del mondo, aveva scagliato una volta in più la sua sfida alle stelle. Il fascino del motore, mondo industriale che fagocitava le periferie per avanzare il progresso di uomini e nazioni – non dimenticando l’insano fascino per la brutalità metallica della guerra non più all’arma bianca – è in qualche modo il simbolo di un Novecento ansiosamente alla rincorsa del futuro, spesso incapace di comprendere il presente, quasi sempre sprezzante nel liberarsi del peso morto (ucciso, suicida) del passato. Svilendo il fascino di bulloni, olio e radiatore del “pranzo oltranzista”, Lucio Dalla cantava con ingenua speranza “il motore del 2000”, destinato a essere “bello e lucente” ma anche con “un odore che non inquina”. Un risultato ben lontano dall’essere raggiunto.

Può apparire paradossale che proprio quando la spinta filosofica, teorica e artistica verso il macchinario si fa più labile – seguendo sempre traiettorie industriali, tese oramai verso la non tangibilità della tecnologia – Hollywood si riappropri del fascino mortuario della velocità, trasportando sul grande schermo il dualismo tra James Hunt e Niki Lauda, in corsa per la conquista del mondiale piloti di Formula 1 nel 1976: ma in un’epoca di crisi economica la Mecca del Cinema preferisce probabilmente volgere lo sguardo al passato, trasfigurandolo in un’epopea dai contorni vagamente pop, piuttosto che confrontarsi con un presente dai chiaroscuri assai più imprevedibili. Non è certo un caso che la sceneggiatura lavorata da Peter Morgan (esperto di biopic e di riletture del tempo che fu, come dimostrano L’ultimo re di Scozia di Kevin MacDonald, The Queen di Stephen Frears, Il maledetto United di Tom Hooper, I due presidenti di Richard Loncraine e Frost/Nixon sempre di Ron Howard) si muova su un tracciato assai più sicuro e privo di insidie di quelli solcati a bordo dei loro bolidi dai protagonisti del film: sulla carta e quindi sullo schermo Hunt e Lauda sono l’uno l’immagine speculare dell’altro, il bello e spocchioso Hunt a fungere da interpositivo del calibrato e geniale Lauda. In un conflitto che non vede “buoni e cattivi” i nemiciamici si danno battaglia non solo sulle piste del circuito, ma anche e soprattutto da un punto di vista strettamente dialettico.

Rush, anche per via di questa scelta, si adatta da principio a toni non dissimili da quelli della commedia, a volte anche pronta a lambire la digressione guascona: una soluzione sicuramente interessante, ma che non convince fino in fondo, anche per via di una pesantezza didascalica nella collocazione temporale, marchiata a fuoco da dettagli all’apparenza inessenziali, ma sottolineati con eccessiva enfasi all’interno dei dialoghi e delle situazioni. Il cinema di Ron Howard all’ennesima potenza, allestito in una confezione sfavillante – eccellente la fotografia di Anthony Dod Mantle – ma sterile, incapace di spiccare il volo.

Quando meno ce lo si aspetta, quasi si trattasse di un sorpasso in curva, il film inizia a muoversi però in tutt’altra direzione, a partire da una visione quasi mortuaria della Formula 1, sport alla rincorsa della vittoria che può (forse) culminare solo nell’estremo sacrificio di sé, che viene descritto in scenari lugubri, lividi, plumbei come la pioggia che invade la pista nella corsa in cui Lauda sfigurò il proprio viso distruggendo la vettura. Rush si trasforma in una marcia (corsa) funebre gloriosa e stordente, in cui finalmente l’atto cinematografico e il fumo mefitico del motore si fondono l’uno nell’altro. Howard, forse in parte inconsapevolmente, torna all’essenza primigenia del cinema, immagine in movimento in cui l’inquadratura non può permettersi la nettezza della perfezione a causa dell’insicurezza eccitante del dinamismo. Come il treno che arriva alla stazione de La Ciotat anche le vetture di Hunt e Lauda sfrecciano verso gli spettatori, forse non più pronti a fuggire a gambe levate dal cinema ma comunque costretti al rischio immateriale dello scontro, della distruzione che diventa elegia dell’oggi, del presente/passato/futuro squagliato in un’unica forma.

Di fronte a questa inusuale (e forse casuale) purezza dello sguardo, le recitazioni pur ottime di Chris Hemsworth e Daniel Brühl diventano un orpello quasi superfluo. Rimane il fascino dell’agone, l’emozione dello scontro, del sorpasso, della sopravvivenza. Dopotutto, come scriveva Marinetti centotré anni fa, “non v’è più bellezza se non nella lotta”.

Info
Il sito ufficiale di Rush.
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