Soap Opera

Soap Opera

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Film d’apertura della nona edizione del Festival di Roma, Soap Opera di Alessandro Genovesi spiazza rispetto ai suoi lavori precedenti con una comicità surreale, slabbrata, anche molto modesta, ma comunque eccentrica.

Con quella faccia un po’ così, di chi ha visto Genovesi

Ancora innamorato della sua ex, che aspetta un bambino da un altro uomo, Francesco ospita in casa sua Paolo, preda di un attacco di panico al momento di diventare papà. Nel condominio dell’appartamento di Francesco avviene poi un omicidio che finirà per sconvolgere e ‘riassestare’ la vita di tutto il vicinato, compresi due fratelli solitari e un’attrice di soap opera… [sinossi]

Alessandro Genovesi è forse un regista che, troppo facilmente, era stato relegato nel magma indistinto di “chi fa la commedia d’oggi in Italia” senza pretese e senza arguzia, piattamente e stancamente, come reazione automatica a qualcosa che il mercato già non vuole più. Del resto, se ne aveva ben donde, visto che il nostro ha diretto due delle peggiori commedie degli ultimi anni (e ce ne vuole): La peggior settimana della mia vita e Il peggior Natale della mia vita, film senza idee, con un palese gioco di riciclo (di gag e di situazioni) tra l’uno e l’altro titolo. Non solo, Genovesi ha il (de)merito anche di aver firmato la sceneggiatura di uno dei film più urticanti di Salvatores (anche se ormai sono tanti), quell’Happy Family che occhieggiava insistentemente e in assoluta mancanza di talento al cinema di Wes Anderson.
È un po’ da quel disastroso risultato che riparte Genovesi con Soap Opera – presentato come film di apertura alla nona edizione del Festival di Roma – riuscendo, con nostra enorme sorpresa, a fare qualcosa di più interessante.

Rispetto allo script di Happy Family, lo sceneggiatore/drammaturgo/regista milanese si sbarazza del pretenzioso giochino meta-cinematografico in cui era avvolto il suo non-racconto precedente e, anzi, lo “popolarizza” rendendolo per appunto soap opera. Se vogliamo l’ambizione è quasi la stessa, ma almeno è celata con più cura e con maggior autoironia. Decisivo in tal senso appare il personaggio di Chiara Francini che interpreta l’attrice di una telenovela in costume e commenta con spirito ingenuo da feuilleton ciò che accade in scena. Si tratta di una figura narrativa che permette perciò a Genovesi di smorzare i toni “meta-narrativizzando” senza impegno.
Il teatro e la televisione poi sono i cardini del discorso: quasi tutto in Soap Opera si gioca nell’ambito di un condominio, sorta di proscenio ripreso non a caso frontalmente e senza quarta parete, all’inizio e alla fine del film, come se fosse una casa di bambole (e che, però, volendo fa anche pensare a un programma Fininvest d’annata, quel ‘Gioco dei 9’ condotto da Vianello in cui gli ospiti occupavano ciascuno un proprio loculo e si affacciavano verso il pubblico). Ma se, a livello simbolico, concettuale e intellettuale, non sfugge l’arguzia di Genovesi – e la si intuiva a tratti anche in quel che aveva fatto prima – quel che infastidisce è il modo in cui la riempie: con gag mai corrosive e con una consapevole “stupidità” e futilità di toni e situazioni. Eppure…eppure, stavolta, in Soap Opera il gioco si fa più raffinato e dunque la vaghezza diventa il sistema stesso del film, il vuoto (di una gag, di un personaggio, di una situazione) diviene il suo centro, il suo nucleo oscuro. Dalla palese e consapevole falsità delle location (che sono, giustappunto, da soap opera) alla constatazione di non voler raccontare nulla di preciso, Soap Opera arriva perfino a sembrare una parodia – forse consapevole – della commedia mainstream nostrana, da Brizzi in poi, e della sua compiaciuta mediocrità e falsità di personaggi, di vite e di racconti, del suo sentimentalismo plastificato.

Resta ovviamente il punto che Soap Opera è un film tutt’altro che apprezzabile, che del disastro del nostro cinema se ne fa bandiera e portavoce, per certi aspetti paradigma. In tutto questo però, forse, si intravvede qualcosa d’altro: la possibilità – forse grazie anche alla presenza di Abatantuono, il cui ruolo nel film è quello di un vero e proprio capocomico – di riportare nel nostro cinema la comicità surreale e nonsense della scena cabarettistica milanese degli anni ’60/’70. Qualche sprazzo infatti è visibile in Soap Opera e si spera che Genovesi abbia la possibilità – e la voglia – di addentrarsi ancora in questo campo ormai dimenticato.

Info
Il sito del Festival di Roma.
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