La famiglia Bélier

La famiglia Bélier

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Arrivato sui nostri schermi dopo il grande successo riscosso in patria, forte di un efficace battage pubblicitario, La famiglia Bélier si rivela una commedia ben confezionata e interpretata, quanto furba e sostanzialmente esile.

Non cantarmi, non ti sento

Paula è una diciassettenne come tante, la cui vita è divisa tra la scuola, l’amica del cuore, le prime cotte, e l’aiuto dato di tanto in tanto nella fattoria di famiglia. Con una piccola differenza, rispetto alle sue coetanee: la famiglia di Paula, padre, madre e fratello, è interamente composta da sordomuti. Unico membro del nucleo familiare a non soffrire di questo handicap, la ragazza scopre di avere un talento canoro fuori dal comune: un talento che la porterà, però, in rotta di collisione coi genitori… [sinossi]

Il “caso” del cinema d’oltralpe di questa stagione, 7 milioni di spettatori e le sale piene durante il periodo natalizio, approda anche sui nostri schermi. La famiglia Bélier di Eric Lartigau arriva accompagnato da un battage pubblicitario ben studiato, dalle sei candidature ai César, dall’aura di commedia ben confezionata e intelligente, dal senso di familiarità emanato dai suoi protagonisti e (non ultima) dalla particolarità del tema trattato. Raccontare l’handicap in modo più leggero e disimpegnato, vedere personaggi che sorridono e fanno sorridere della propria disabilità, intrattenere attraverso la narrazione della diversità senza abbracciare il politically incorrect, è da qualche tempo formula che, sul grande schermo, dà i suoi frutti. La credibilità, che è cosa diversa dal realismo puro e semplice, è una questione che passa in fondo in secondo piano: l’importante è che la narrazione diverta “con rispetto”, che i personaggi non diventino macchiette, che i loro comportamenti e le problematiche da loro affrontate possano rivelare una qualche vicinanza con quelli degli stessi spettatori. In fondo, il modo di procedere di un altro grande successo francese degli ultimi anni, Quasi amici di Eric Toledano e Olivier Nakache, non era poi dissimile. Con risultati, tuttavia, decisamente migliori e meno effimeri, nel caso di quest’ultimo.

La confezione del film di Lartigau, sia chiaro, è ineccepibile. Il ritmo del racconto è vivace ed accattivante, i protagonisti sono delineati in modo efficace e non privo (nel caso della protagonista) di un certo magnetismo, gli interpreti fanno il loro, sebbene chi scrive abbia faticato non poco a digerire il mood sopra le righe, a un passo dal macchiettismo, della recitazione di Karin Viard. Quella che il film racconta, nella sua ossatura, è in fondo una storia di formazione, di distacco dal nido familiare e di turbamenti adolescenziali, non diversa da quelle che il grande schermo mette in scena da decenni; il tema dell’handicap dei familiari della protagonista, e del cortocircuito tra quest’ultimo (l’incapacità di parlare e sentire) e l’abilità naturale della ragazza (la voce), in questo senso, non sono che elementi accessori. La Paula dell’esordiente Louane Emera (brava sia nella recitazione che nella resa canora) vive gli incontri e scontri che ci si aspetta con la sua pittoresca famiglia, costellati dalle ansie sue e da quelle dei genitori per il previsto allontanamento, da brusche rotture e riavvicinamenti, da una distanza comunicativa che, più che quella dell’handicap, è quella eterna del fossato genitori/figli. A vivacizzare il tutto, e a strappare risate in singole, riuscite gag, i “dialoghi” della protagonista con i genitori e il fratello, il comportamento sempre sopra le righe dei primi, la madre che, sconfortata per le scelte della ragazza, dichiara nella lingua dei segni che “ho pregato perché fosse sordomuta anche lei, e ho giurato che lo sarebbe stata nell’anima. E ora vuole cantare!”. Si ride e si partecipa, come da copione.

Il problema è che, al di quanto appena enunciato, La famiglia Bélier non offre sostanzialmente altro. L’esilità dello spunto iniziale è dichiarata, e lo svolgimento vi si adegua con coerenza: ma resta un’esilità che si avverte lungo tutto il film, e si soffre. Il subplot della carriera politica del padre, oltretutto, viene abbandonato dalla sceneggiatura un po’ troppo rapidamente, divenendo nient’altro che un pretesto per qualche gag in più; quasi a rimpolpare una sceneggiatura che, in sé, avrebbe forse offerto materiale per un mediometraggio. Il personaggio che aveva il maggior potenziale, l’insegnante interpretato da Eric Elmosnino, coi suoi modi scontrosi e la sua iniziale disumanità verso gli studenti, viene rapidamente ricondotto nell’alveo di una storia all’insegna della correttezza politica: non stiamo guardando Whiplash, in fondo, e Lartigau si incarica rapidamente di ricordarcelo.
Il regista dimostra comunque una buona capacità di gestire i registri del melò e del coinvolgimento emotivo (aiutato, in questo, dall’abilità canora della protagonista) in un’efficace sequenza conclusiva: un canto che è la certificazione della crescita, del “volo” della ragazza e del compimento di un percorso di formazione in sé abbastanza risaputo. L’impatto della singola sequenza (di questa, come di altre disseminate nella pellicola) non cancella la natura effimera del prodotto nella sua interezza; la consapevolezza di avere per le mani un oggetto ben confezionato, capace di divertire in modo estemporaneo, quanto destinato a svanire presto nella memoria.

Info
Il trailer di La famiglia Bélier su Youtube.
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